Roma, 12 marzo 2026 – Già, poiché sovente il tema della longevità si presta perfettamente sia a titoli di giornale fantasmagorici che al business. In realtà gli esseri umani non sono tutti uguali e invecchiano in maniera diversa gli uni dagli altri. La lettura di questi processi viene certamente resa possibile dalla genetica, tuttavia, seppure la genetica rivesta un ruolo importante in questa attività, essa non è comunque sufficiente. A soccorrere scienziati e medici nella lettura dell’orologio che è nel DNA dell’uomo e nel «vestito che ne muta l’aspetto» possono comunque intervenire altre tecniche quali l’epigenetica.

GENETICA ED EPIGENETICA
Il «vestito da leggere» è appunto l’ipermetilazione chimica indotta dall’ambiente e dagli altri fattori che incidono sul processo di invecchiamento che si vorrebbe rallentare, come lo stress, l’alimentazione e l’esercizio fisico. Ricapitolando: per agire efficacemente sarà dunque necessario conoscere bene sé stessi (rammentando sempre che non esiste una soluzione ottimale valida per tutti) e, di risulta, associare a nutrienti e diete anche quegli interventi (naturalmente ove possibile) sui cosiddetti fattori psicosociali, che qualora sottovalutati sono in grado di incidere negativamente incrementando i livelli di rischio per la salute dell’individuo. Insomma, al fine di rallentare il proprio processo di invecchiamento si rende necessario conoscere bene sé stessi, anche negli spazi più reconditi dell’organismo, come ad esempio la superficie intestinale, che è più estesa di quella cutanea ed è in grado di fornire notevoli informazioni sullo stato di salute l’invecchiamento delle persone.
VIVERE MEGLIO, VIVERE PIÙ A LUNGO
Integratori, test genetici, protocolli anti-aging: l’offerta promette molto, ma la scienza avverte. La vera medicina della longevità non vende formule magiche: parte dalla persona, studia i meccanismi profondi dell’invecchiamento e costruisce percorsi basati su evidenze. In un mercato affollato di soluzioni miracolose, distinguere la ricerca seria dal rumore di fondo è diventato urgente. Su queste tematiche è stato incentrato il convegno “Vivere meglio, vivere più a lungo: le opportunità cliniche versus i falsi miti”, evento organizzato da Salvatore Pennisi, medico specializzato in medicina funzionale e dei sistemi integrati, che ha avuto luogo il 12 marzo 2026 a Roma presso Palazzo Ripetta. «Vivere meglio non significa rendere il corpo performante e iperattivo per tutta la durata della vita – ha esordito Pennisi in apertura dei lavori -, solo attraverso la conoscenza dei meccanismi molecolari, biochimici e fisiologici è possibile far funzionare a lungo questa macchina progettata per essere perfetta».

GENETICA DEI PROCESSI DI INVECCHIAMENTO: I TEST DEL DNA
Una conoscenza che, ad avviso dell’organizzatore del convegno, costituisce anche la migliore difesa nei confronti dei predatori commerciali e dei divulgatori improvvisati: «Confondere il desiderio di vivere più a lungo con quello di vivere meglio è un errore concettuale che mescola presunzione e ignoranza», ha egli infatti ammonito. Fare chiarezza è dunque la parola d’ordine anche nel settore della genetica applicata alla longevità, poiché «l’invecchiamento – come ha avuto modo di illustrare il professor Giuseppe Novelli, rettore emerito dell’Università di Roma Tor Vergata e ordinario di Genetica medica, oltreché presidente della Fondazione Lorenzini di Milano – non è determinato da un unico “gene della vecchiaia”, ma è il risultato di un’interazione complessa tra il nostro genoma, l’epigenoma, cioè dall’insieme delle modifiche chimiche che attivano o silenziano i geni, con l’ambiente. Andrebbero conseguentemente analizzati i principali meccanismi molecolari, noti per essere i segni distintivi dell’invecchiamento (hallmarks of aging), tra i quali figurano l’instabilità genomica, l’usura dei telomeri (cappucci protettivi dei cromosomi) e le alterazioni epigenetiche.
COMPRENDERE I MECCANISMI PROFONDI DEL PROPRIO ORGANISMO
Comprendere adeguatamente questi meccanismi equivale a porre le basi a un intervento mirato e scientificamente fondato. Novelli ha smitizzato il concetto di determinismo genetico, ribadendo come la «vera medicina della longevità» non si riduca a un’analisi del DNA, ma fondi su una valutazione olistica dell’individuo, nella quale i dati genetici rappresentano un tassello e non la risposta definitiva. «Soltanto così – ha quindi concluso l’ordinario di Genetica medica – potremo restituire alla ricerca il suo ruolo di garanzia e di verità, promuovendo un invecchiamento non solo più lungo, ma davvero più sano e consapevole». La senescenza cellulare e il motore nel fenomeno di aging. La prospettiva trova una solida base biologica nelle parole del professor Carlo Alberto Redi (biologo cellulare ordinario di Zoologia presso l’Università di Pavia, presidente del comitato di Etica della Fondazione Veronesi e accademico dei Lincei), che ha illustrato come la senescenza cellulare sia il vero innesco dell’aging. «La senescenza cellulare – ha egli osservato – è oggi riconosciuta come uno specifico stato indotto sia da fattori esogeni sia endogeni e caratterizzato in particolare dal blocco del ciclo cellulare, l’espressione delle proteine inibitrici la kinasi ciclino dipendente, l’attività della b-galattosidasi».

SENESCENZA CELLULARE QUALE MOTORE DEL FENOMENO AGING
«Sarà la dissezione dei diversi ruoli giocati da queste sostanze a fornire utili indicazioni per lo sviluppo di interventi mirati a bloccare selettivamente le differenti senescenze cellulari – prosegue Redi al riguardo -, la senescenza cellulare è infatti il motore, la prima causa aristotelica, nel determinare il ruolo meccanicistico delle diverse popolazioni cellulari nel fenomeno aging». Inoltre, va considerata l’architettura della cellula e, allo specifico riguardo, nel corso dell’intenso pomeriggio di lavori a Palazzo Ripetta all’analisi strutturale il professor Ennio Tasciotti ha apportato il suo interessante contributo. Egli, che è direttore del Programma longevità umana dell’IRCCS San Raffaele Roma, ha inteso focalizzare l’attenzione sull’architettura energetica della cellula: i mitocondri. «L’equilibrio dello stress ossidativo è fondamentale – ha dichiarato -, poiché se l’attività è a livelli fisiologici, agisce da segnale vitale, quando invece i livelli sono in eccesso l’integrità richiede un approccio clinico rigoroso, distante da soluzioni di benessere superficiali.
L’ARCHITETTURA DELLA CELLULA
«Inquadrare il metabolismo mitocondriale e lo stress ossidativo – ha quindi argomentato -, come componenti strutturali dell’invecchiamento offre una base rigorosa per distinguere gli interventi fondati sull’evidenza dagli approcci eccessivamente semplicistici nella scienza della longevità. Preservare l’integrità mitocondriale non è una strategia periferica, ma un requisito centrale per mantenere la funzione cellulare e la resilienza tissutale nel corso della vita». Anche il ruolo giocato dal microbiota intestinale è da considerare nella partita: «Conoscere al meglio gli aspetti correlati all’enterofenotipo ci permette di aumentare il livello di comprensione dell’impatto dell’intestino sulla longevità, riconducendo, nelle varie fasi della vita, il ruolo centrale del microbiota intestinale alla risposta a quegli eventi perturbativi che lo possono influenzare, quali stili di vita, trattamenti farmacologici, cicli circadiani, fumo di sigaretta», ha illustrato la professoressa Lorenza Putignani, direttrice dell’Unità microbiomica presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
INTESTINO E BIOCHIMICA NUTRIZIONALE
«Questo fa sì – ha ella altresì sottolineato – che la valutazione del profilo del microbiota intestinale possa di fatto, nel contesto di una nuova visione olistica dei processi fisiopatologici umani, completare il ruolo dei processi primari ed antagonisti noti nella comprensione dei processi dell’invecchiamento». Per quanto invece concerne la biochimica della nutrizione e la neuro-gerontologia, va rilevato come la ricerca abbia chiarito che l’invecchiamento biologico non è un processo monolitico, bensì una somma di alterazioni progressive in meccanismi chiave che vanno dall’infiammazione cronica di basso grado (inflammaging) al declino della funzione mitocondriale, fino alla perdita di flessibilità metabolica, all’accumulo di cellule senescenti e al peggioramento dei sistemi di riparazione e resilienza. «La novità – ha spiegato il professor Giovanni Scapagnini, nutrizionista, biochimico e neuro gerontologo, vicepresidente SINUt, Società Italiana di Nutraceutica – è che questi meccanismi sono sempre più misurabili (con biomarcatori integrati) e, in parte, modulabili».
NEURO GERONTOLOGIA
«E qui entra in gioco la nutrigeroscienza – sottolinea Scapagnini -, cioè la traduzione pratica della geroscience in scelte alimentari e protocolli di stile di vita. L’idea centrale è semplice: oltre a evitare “fattori di danno”, possiamo introdurre nella dieta elementi funzionali positivi, alimenti e composti bioattivi, capaci di agire su nodi biologici dell’invecchiamento, migliorando le prospettive di un invecchiamento in salute». Riguardo all’invecchiamento cutaneo, la pelle risulta essere l’indicatore maggiormente visibile della longevità, poiché riflette l’impatto dell’esposoma, cioè l’insieme di fattori interni ed esterni come UV, inquinamento, dieta e stress. Questi elementi accelerano l’invecchiamento cutaneo parallelamente a quello dell’intero organismo, con la differenza che sulla pelle i processi degenerativi risultano immediatamente evidenti. «La dermatologia – ha affermato la dottoressa Pucci Romano, medico specialista in dermatologia e presidentessa di Skineco Associazione Internazionale di Ecodermatologia -, sta guadagnando un ruolo centrale nella medicina della longevità con una particolare attenzione alla dermocompatibilità e alla possibilità di suggerire comportamenti mirati alla prevenzione».
INVECCHIAMENTO CUTANEO
«Promuovere e tutelare la salute della pelle non solo per migliorare l’aspetto estetico – ha concluso la Pucci Romano -, rappresenta una progettualità fondamentale per custodire e salvaguardare la salute dell’intero organismo durante il cammino biologico della vita, specie quando questa si allunga». Chirurgia vascolare e medicina rigenerativa. Nella chirurgia vascolare la medicina rigenerativa si avvale di terapie cellulari e di biomateriali che consentono la formazione di un neoderma ben vascolarizzato, che viene così ripopolato dalle cellule del paziente stesso. «La medicina rigenerativa nelle patologie vascolari gioca un ruolo cruciale nella medicina della longevità, preservando la funzionalità del sistema circolatorio per riportare dietro il tempo a livello cardiovascolare e garantire una migliore qualità di vita negli anni», sostiene il professor Massimo Danese, chirurgo vascolare, attuale presidente della Società italiana di Medicina e chirurgia rigenerativa (Simcri).
NEUROLOGIA E MANTENIMENTO DELLE FUNZIONI COGNITIVE
«Con oltre cinquantacinque milioni di malati di Alzheimer e dieci milioni di Parkinson nel mondo, la prevenzione delle malattie neurodegenerative è oggi una priorità sanitaria, politica e sociale urgente», ha infine concluso il professor Paolo Calabresi, direttore UOC Neurologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, «mentre i nuovi farmaci disease modifying sollevano interrogativi concreti relativamente alla sostenibilità economica e alla sicurezza, le evidenze scientifiche indicano invece nella pratica dell’attività fisica, nella dieta mediterranea e nella stimolazione cognitiva e sociale, le leve più efficaci per rallentare la progressione di queste patologie».



