SOMALILAND, riconoscimenti e strategie. L’attivismo diplomatico di Israele ai fini della creazione di un fianco strategico nei confronti dell’Iran

Una base logistica e navale israeliana nel Corno d'Africa potrebbe rendere maggiormente praticabili le operazioni contro gli Houthi nello Yemen e contro l’Iran, tuttavia, sussistono delle riserve relativamente alle attuali capacità della marina militare dello Stato ebraico, che dovrebbe proiettarsi con le proprie unità nel Mar Rosso, stanti i già gravosi impegni nel Mediterraneo. Di seguito le opinioni espresse al riguardo da alcuni autorevoli analisti intervenuti al dibattito promosso dalla testata giornalistica JNS

2 gennaio 2026 – Sebbene le autorità di Hargheisa abbiano prontamente smentito le dichiarazioni pubbliche rese dal presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud dai teleschermi dell’emittente televisiva satellitare qatariota Al Jazeera, secondo le quali la regione separatista del Corno d’Africa avrebbe accettato di ospitare dei palestinesi inviati da Israele e di consentire l’insediamento di una base militare di Tsahal nel Golfo di Aden quale contropartita del riconoscimento dell’indipendenza da parte di Gerusalemme, è comunque legittimo ritenere che il riconoscimento al Somaliland sottendano fondamentali interessi strategici dello Stato ebraico, data la peculiari posizione nello stretto di Bab-el-Mandeb, non distante dallo Yemen, paese da dove gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno intensificato i loro attacchi contro Israele a partire dall’inizio della guerra nella striscia di Gaza.

INDIPENDENZA E SOVRANITÀ DEL SOMALILAND

Un’indipendenza dichiarata unilateralmente fin dal 1991, cioè nell’immediatezza del crollo del regime di Siad Barre a Mogadiscio. Ora, a seguito dell’atto ufficiale di riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, quest’ultimo è divenuto il primo stato al mondo a considerare il Somaliland indipendente e sovrano, suscitando le prevedibili dure proteste di Mogadiscio, prontamente fatte pervenire attraverso i teleschermi dell’emittente televisiva satellitare qatariota Al Jazeera dal presidente somalo. Egli, sostenenedo di basarsi su informazioni ricevute dall’intelligence si è detto convinto che Hargheisa abbia accettato le tre richieste che sarebbero state formulate da Gerusalemme: il reinsediamento di parte della popolazione palestinese, la concessione per l’insediamento di una base militare di Tsahal nel Golfo di Aden e l’adesione agli Accordi di Abramo, questi ultimi volti a normalizzare le relazioni nella regione MENA, cioè del Medio Oriente e del Nord Africa. Il Ministero degli Esteri di Hargheisa ha respinto categoricamente le prime due accuse, definendo i resoconti di Mogadiscio «falsi e infondati», sottolineando tiuttavia che l’accordo raggiunto con Israele è di natura «strettamente diplomatica». Ovviamente è legittimo ritenere che al riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico sottendano una serie di interessi di respiro strategico nutriti da quest’ultimo, frutto della peculiare posizione nello stretto di Bab-el-Mandeb della regione seceduta da Mogadiscio, non distante dallo Yemen, cioè da dove gli Houthi sostenuti dall’Iran hanno intensificato i loro attacchi contro Israele a partire dall’inizio della guerra nella striscia Gaza.

STRATEGIE E ACCORDI

Una verità che non viene nascosta da nessuno, poiché persino valenti analisti israeliani sostengono che il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland potrebbe creare un importante opportunità cruciale per aggirare l’asse Iran-Houthi che ha danneggiato il traffico marittimo verso Eilat. Lo scorso 31 dicembre, ad esempio, Yaakov Lappin (corrispondente e analista di affari militari con sede in Israele. È analista interno presso il Miryam Institute; ricercatore associato presso l’Alma Research and Education Center; e ricercatore associato presso il Begin-Sadat Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan), intervenendo sul sito web di informazione JNS – https://www.jns.org/israels-somaliland-move-a-strategic-flank-against-iran/ – ha sottolineato come «il controllo degli accessi allo Stretto di Bab el-Mandeb, per la Difesa israeliana, alle prese con un blocco navale imposto dagli Houthi, offrirà alternative precedentemente impensabili». Naturalmente della questione non tutti gli aspetti sono al momento chiari, al punto da indurre a una precisazione il viceammiraglio Eliezer Marom (comandante la marina militare israeliana dal 2007 al 2011) relativamente al peso che va conferito alla notizia, seppure sussistano per Israele «potenziali significativi vantaggi offerti dalla posizione del Somaliland, che si trova all’imbocco del Mar Rosso ed è relativamente vicino a Bab el-Mandeb e poche centinaia di chilometri dallo Yemen, ma allo stesso tempo non lontano come Israele».

UN ALLEATO DI IMPORTANZA FONDAMENTALE

Sempre su JNS, egli ha altresì rilevato come lo stretto di Bab el-Mandeb abbia assunto l’importanza di un collo di bottiglia attraverso il quale gli Houthi hanno paralizzato i movimenti verso lo Stato di Israele attraverso il Mar Rosso, costringendo, di fatto, la maggior parte delle navi da e per Israele a circumnavigare il continente africano. Marom ha quindi aggiunto che gli Houthi fanno ricorso alle fonti aperte (open source intelligence) per ottenere le informazioni necessarie agli attacchi alle navi in transito, «dunque – egli conclude -, in tale contesto un punto d’appoggio nel Corno d’Africa potrebbe cambiare lo scenario operativo. Infatti, una base israeliana in quel luogo consentirebbe ad Heil HaYam HaYisraeli (la marinamilitare dello Stato ebraico) di operare senza spostarsi ogni volta dal porto di Eilat nello stretto di Bab el-Mandeb, una distanza notevole, mille miglia. Operare dalle vicinanze risulterebbe molto più conveniente per Israele». Ovviamente, per Gerusalemme l’analisi concerne anche le potenziali minacce recate dal loro attuale principale avversario, l’Iran, e negli scenari mutati a seguito di una installazione di strutture militari in Somaliland le attività contro Teheran verrebbero facilitate da una base logistica di prossimità dove manutenere e rifornire le unità navali impiegate, capacità che influenzerebbe positivamente per Tsahal l’intero complesso delle dinamiche di potenza navale nell’area, anche se riguardo alle concrete capacità della marina israeliana di sfruttare tale opportunità vengono sollevati dei dubbi, ingenerati dall’asserito insufficiente attuale ordine di battaglia che non consentirebbe una simile espansione, poiché agli interventi nel Mar Rosso sussistono anche altre contestuali esigenze nel Mediterraneo, quali quelle della protezione delle piattaforme estrattive del gas naturale e della costa dello Stato ebraico.

GOLFO DI ADEN, SOCOTRA, GLI HOUTI E L’IRAN

Ad avviso di Ely Karmon (ricercatore senior presso l’International Institute for Counter-Terrorism ICT,  della Reichman University di Herzliya), intervenuto anch’egli nel dibattito su JNS, la scelta di Gerusalemme «potrà venire meglio considerata mediante un’osservazione attraverso la lente della coalizione che si sta formando contro gli Houthi nello Yemen». Egli ha infatti collegato l’iniziativa di Gerusalemme alla più ampia presenza nella regione degli Emirati Arabi Uniti, in quanto essa «si integra con la cooperazione con Abu Dhabi nell’isola di Socotra, anche nel contesto della lotta contro gli Houthi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno stabilito una propria significativa sfera di influenza nello Yemen meridionale e nell’arcipelago di Socotra, all’imboccatura del Golfo di Aden». Secondo Karmon, “L’avanzata dell’influenza degli Emirati nello Yemen meridionale potrebbe creare le premesse per un’azione di terra contro gli Houthi, necessaria o probabile, allo scopo di sconfiggere questo regime ostile e pericoloso». Karmon ha poi posto in evidenza un aspetto di natura geopolitica spesso trascurato, quello della rivalità con la Turchia: «Un punto d’appoggio in Somaliland è una mossa anti-turca di successo, dato che la Somalia è da tempo una base importante per la penetrazione di Ankara nel continente africano, oltreché poligono per test di missili balistici effettuati dai turchi». Soffermandosi sugli aspetti diplomatici, Karmon ha inquadrato questo accordo con il Somaliland come una continuazione dei recenti successi israeliani nel campo delle relazioni internazionali: «Si tratta di un altro successo dopo i cambiamenti in Sud America e il ritorno a buoni rapporti con Bolivia, Cile e forse Colombia e Honduras».

COMPLESSE DINAMICHE REGIONALI

Egli si è tuttavia detto scettico riguardo al fatto che il premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, abbia inserito questa operazione quale parte degli Accordi di Abramo. Il Somaliland “non è riconosciuto né legittimato nel mondo arabo, dunque si tratta di uno dei problemi insita in questa scelta che potrebbe irritare l’Arabia Saudita, inoltre bisognerà valutarne il grado di coordinamento con gli Stati Uniti d’America, con il presidente Donald Trump». Infine, ma certamente non meno importante, il tema dell’intelligence, affrontato dalle colonne di JNS da Oded Ailam, già a capo della divisione antiterrorismo del Mossad e attualmente ricercatore presso il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCSFA). Egli ha definito il riconoscimento «una risorsa importante per la raccolta di informazioni» da parte israeliana, un trampolino di lancio importantissimo», poiché «la posizione del Somaliland è quella di una piattaforma operativa e di intelligence rivolta allo Yemen e persino all’Iran». Ailam concorda poi con Karmon riguardo all’aspetto relativo all’attivismo turco nella regione, considerando l’alleanza di Gerusalemme con Hargheisa un «necessario contrappeso all’espansionismo di Ankara, che si inquadra nella nuova alleanza navale tra Israele, Grecia e Cipro».

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