Milano, 9 settembre 2026 – In Italia ad Agosto 2026 sono stati registrati 510.000 annunci online con regolare CIN corrispondenti a mezzo milione di famiglie, circa 45.000 imprese di property management che danno lavoro a 150.000 loro dipendenti. Decine di migliaia sono poi le persone che lavorano nell’indotto tra pulizie, manutenzioni, costruzioni, architetti, ingegneri, società di software e servizi di ospitalità. Ora, questo provvedimento rischia di essere un vero e proprio disastro per il comparto dell’ospitalità italiana.
RISPOSTE SEMPLICISTICHE A PROBLEMI COMPLESSI
«La Commissione europea ha scelto di dare una risposta semplice a un problema complesso – sottolinea al riguardo il presidente di Aigab Marco Celani -, i cittadini europei si aspettavano risorse per aumentare l’offerta di alloggi e ha scelto invece di limitare diritti delle famiglie italiane sia rispetto agli affitti brevi che alla possibilità di vendere o compare seconde case. La misura scontenta milioni di famiglie senza avere impatti significativi sui problemi reali. Mancano, in altre parole, evidenze che dimostrino che il Regolamento migliorerà l’accessibilità economica o la disponibilità delle abitazioni, mentre il potenziale danno per cittadini, famiglie, imprese e PMI e comunità locali è concreto, così come la perdita di posti di lavoro». Non esiste alcuna correlazione scientificamente dimostrata tra affitti brevi e aumento dei canoni tradizionali, sostengono ad Aigab, né tra affitti brevi e carenza di immobili destinati a residenziale mentre invece i numeri ci dicono che le famiglie italiane, negli anni, hanno fatto ricorso agli affitti brevi, mettendo a reddito una seconda casa inutilizzata come ammortizzatore sociale per arrivare alla fine del mese.
LA DEMOCRAZIA DEGLI ALGORITMI DI BRUXELLES
Ma oggi gli algoritmi di Bruxelles decidono che le famiglie italiane non possono più contare neanche su un immobile di proprietà, legittimamente posseduto e magari legittimamente ereditato, se hanno deciso di integrare il proprio reddito affittandolo temporaneamente ai viaggiatori. Ancora una volta anziché affrontare problemi strutturali e risolvere criticità come il caro affitti o l’offerta abitativa, si preferisce colpire l’obiettivo meno protetto, che non ha le spalle lobby consolidate perché parliamo di almeno 500.000 famiglie italiane che hanno investito su un immobile di proprietà come forma di integrazione al reddito, così come parliamo di un indotto e di una filiera italiana che è cresciuta fino a costruire un segmento di ospitalità ricettiva, appunto quello delle locazioni brevi, fondamentale per l’industria del turismo nazionale, al fine di poter accogliere tutti i viaggiatori che per vari motivi scelgano l’Italia come meta del loro soggiorno.
AFFITTI BREVI IN CIFRE
In Italia ad agosto 2026 sono stati registrati 510.000 annunci online con regolare CIN corrispondenti a mezzo milione di famiglie, circa 45.000 imprese di property management che impiegano 150.000 dipendenti. Decine di migliaia i dipendenti dell’indotto tra pulizie, manutenzioni, costruzioni, architetti, ingegneri, società di software e di servizi di ospitalità. Il provvedimento rischia di essere un vero e proprio disastro per il comparto dell’ospitalità italiana. «La Commissione europea ha scelto di dare una risposta semplice a un problema complesso – prosegue Celani -, i cittadini europei si aspettavano risorse per aumentare l’offerta di alloggi, invece ha scelto di limitare diritti delle famiglie italiane sia rispetto agli affitti brevi che alla possibilità di vendere o compare seconde case. La misura scontenta milioni di persone senza avere impatti significativi sui problemi reali. Mancano, in altre parole, evidenze che dimostrino che il Regolamento migliorerà l’accessibilità economica o la disponibilità delle abitazioni, mentre il potenziale danno per cittadini, famiglie, imprese, anche piccole e medie oltreché comunità locali è concreto, così come la perdita di posti di lavoro».
ESEMPI RECENTI
Gli esempi più recenti, proiseguono ad Aigab, sottolineano la necessità di valutare i risultati effettivi delle misure, anziché dare per scontato che le restrizioni migliorino automaticamente l’accessibilità economica delle abitazioni. A Barcellona, ad esempio, secondo quanto riportato, gli affitti sono aumentati del 72% al metro quadrato, nonostante il blocco delle licenze per gli affitti brevi in vigore dal 2014. Nei Paesi Baschi francesi, le restrizioni hanno determinato una riduzione di 6.000 immobili destinati agli affitti brevi sul mercato delle locazioni, mentre solo il 5% di questi è tornato sul mercato degli affitti annuali. Gli affitti brevi rappresentano l’1,2% delle abitazioni convenzionali dell’Unione europea, molte delle quali non saranno mai destinate alla locazione a lungo termine, come ad esempio le seconde case affittate solo occasionalmente. Considerando che il 20% delle abitazioni nell’Unione europea è vuoto, la priorità dovrebbe essere quella di rendere disponibile l’offerta esistente e incentivare nuove costruzioni. Al contrario, la legge limita le modalità con cui i proprietari possono utilizzare le proprie abitazioni, scoraggiando gli investimenti. Dunque, la possibilità per i sindaci di procedere ingiustificato divieto generalizzato degli affitti brevi a livello cittadino è per tutto il mercato italiano, un elemento di grandissima preoccupazione.



