Roma, 21 ottobre 2026 – «Ritengo che l’opportunità di Scarpinato sia ancora lì. E’ inopportuno che sieda ancora in antimafia. Ma l’opportunità è una cosa, la valenza penale è un’altra» ha dichiarato Antonio Di Pietro nel corso della trasmissione televisiva “Filorosso”, andata in onda ieri sera su Rai 3, nella quale è stato affrontato il caso che vede protagonista Roberto Scarpinato, senatore della Repubblica eletto nelle liste del del Movimento 5 stelle e in precedenza Procuratore Generale a Palermo.

SCARPINATO SOTTO ACCUSA
Incalzato in studio dal conduttore della trasmissione, l’ex magistrato della Procura di Milano si è espresso riguardo all’opportunità delle dimissioni di Scarpinato dalla Commissione parlamentare antimafia. Delle dichiarazioni, quelle di Di Pietro, rese nel pieno delle polemiche divampate a seguito dell’audizione in Commissione Antimafia del Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Salvatore De Luca (Caltanissetta è la sede giudiziaria competente per le inchieste e i procedimenti a carico di magistrati in servizio a Palermo, n.d.r.), che ha contestato a Scarpinato un presunto «inquinamento probatorio ad ampio raggio» nell’ambito delle vicende relative al cosiddetto dossier mafia e appalti, riferendo anche di una strategia che sarebbe stata condivisa da Scarpinato con l’ex magistrato Gioacchino Natoli.
ANCORA VELENI NEI PALAZZI DI GIUSTIZIA SICILIANI
Queste accuse erano state fermamente respinte da Scarpinato, da questi definite «gravemente false». Sullo sfondo si staglia uno dei capitoli maggiormente controversi della ricostruzione delle stragi del 1992 e del dibattito sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia. Tornando a ciò che ha detto Di Pietro ieri durante la trasmissione di Rai 3, egli ha tuttavia sottolineato di non volere «che si guardasse il dito e non la luna», poiché «nel provvedimento del Giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta c’è un fatto accertato e documentato: lo disse Borsellino il 22 maggio 1992 che in Sicilia il sistema corruttivo era strettamente intrecciato con l’organizzazione mafiosa. Sia Borsellino sia Giovanni Falcone seguivano passo passo ciò che stava accadendo a Milano».
MAFIA E APPALTI A PALERMO E MANI PULITE A MILANO
L’ex Pubblico ministero di Mani pulite ha quindi rilanciato il tema dei rapporti tra le inchieste milanesi e quelle sulla criminalità organizzata. «È quello che denuncio da anni – ha affermato -, se ci si ferma al dito si perde il punto centrale della vicenda», sostenendo che il legame tra corruzione, appalti e interessi mafiosi non è stato approfondito fino in fondo. Egli ha inoltre ribadito una tesi destinata a far discutere, quella che «tangentopoli sarebbe figlia di mafiopoli». Ad avviso dell’ex magistrato, a Palermo Giovanni Falcone seguiva da vicino le indagini svolte dalla Procura milanese e aveva intuito il collegamento tra il sistema delle tangenti, il mondo degli appalti e gli interessi delle organizzazioni mafiose.
CONNECTIONS CRIMINALI E INDAGINI DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA
Alla domanda sul perché le inchieste condotte su tali connessioni non abbiano portato a risultati investigativi maggiormente incisivi, Di Pietro ha risposto ricordando che nel novembre del 1992 furono avviati diversi filoni d’indagine che, in seguito, vennero trasmessi alla Procura della Repubblica di Palermo: «Quando arrivò Gian Carlo Caselli cambiò il clima e vennero sviluppate numerose inchieste che portarono alla sbarra molti mafiosi», ha concluso il magistrato. Da studio ha partecipato alla trasmissione anche l’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, elemento di vertice dell’allora Partito socialista italiano di Bettino Craxi. Durante il periodo delle stragi mafiose Martelli fu tra i principali interlocutori istituzionali di Falcone e, pur condividendo la necessità di approfondire i rapporti tra mafia, politica e appalti, ha posto in diretta una domanda a Di Pietro.
ZONE GRIGIE
«Se c’era questa presenza mafiosa nella vicenda che tu hai indagato – ha chiesto Martelli -, quella che poi è stata definita “Mani pulite”, come mai non c’è stato un solo mafioso coinvolto direttamente nell’indagine?». Attraverso questo interrogativo l’ex Guardasigilli ha inteso evidenziare quello che, a suo avviso, permane uno dei nodi irrisolti del rapporto tra tangentopoli e Cosa nostra. Di Pietro ha replicato rivendicando il lavoro svolto dalla Procura di Milano e sostenendo che proprio da alcuni interrogatori condotti nel 1992 emersero elementi che vennero poi trasmessi a Palermo e sviluppati nelle successive indagini della Procura guidata da Caselli: «Tangentopoli è figlia di mafiopoli”, ha egli concluso ribadendo questo concetto.


