GOLFO PERSICO, tensioni. Opportunità e rischi di un intervento Usa in Iran: le opzioni sul tavolo di Trump

Un intervento che colpisca militarmente il regime teocratico dell’Iran, oltre a presentare molte insidie rischia di esporre il presidente Trump a maggiori critiche interne, non solo quelle degli avversari politici, ma anche del movimento MAGA

Dopo il successo ottenuto in Venezuela con il raid che portato alla deposizione di Maduro, il presidente Trump ha cominciato a valutare i possibili benefici e conseguenze di un’azione  contro l’Iran in appoggio alle manifestazioni popolari represse nel sangue dal regime degli Ayatollah.

UNA FINESTRA DI OPPORTUNITÀ

Un obiettivo strategico allettante, con una finestra di opportunità assicurata dall’indubbia giustificazione morale a un intervento contro un regime liberticida che uccide ogni oppositore ed è responsabile della strage del popolo iraniano. Le cartelle con le opzioni elaborate dallo Stato maggiore delle forze congiunte e dall’intelligence sono sulla scrivania della Sala Ovale. I potenziali vantaggi di un’operazione che riesca a ridimensionare lo stato islamico sono evidenti, ma lo sono le complicazioni.

IRAN AGENTE DESTABILIZZANTE

L’Iran ha coltivato alleanze per colpire gli USA e i suoi alleati; alimenta fuochi settari nella regione avendo per obiettivo l’Arabia Saudita; ha lanciato attacchi missilistici contro Israele e continua a sviluppare un programma nucleare minaccioso. Per sovrappiù il regime degli Ayatollah alimenta la guerra in Ucraina fornendo armi e droni a Putin e si è legato a un asse di autocrazie (Cina, Russia, Corea del Nord, ne faceva parte anche il Venezuela) che sfidano gli Stati Uniti su scala globale. Poche cose promuoverebbero meglio la visione trumpiana di un “nuovo Medio Oriente”, come la fine di un regime le cui azioni sono volte a destabilizzare la regione attraverso i suoi proxy Hamas, Hezbollah, Houthi.

L’OPZIONE GUERRA IBRIDA

Nella consapevolezza che la normalizzazione del Medio Oriente passi anche da Teheran, i piani elaborati sono molteplici e vanno dal sostegno alle forze di opposizione che sfidano il governo teocratico, all’ipotesi di attacchi militari prolungati volti a provocarne la caduta. Un regime che oggi appare indebolito dalle ricorrenti ondate di rivolta popolare. Motivo per il quale, aiutare i manifestanti iraniani a prevalere dimostrerebbe che la ricerca in ambito nucleare mette in pericolo, anziché rafforzare, gli stati che la perseguono. Altre opzioni di guerra ibrida, che abbiano per bersaglio le forze governative o le reti con le quali operano, avrebbero l’effetto di indebolire il regime, ma potenzialmente anche di renderlo più feroce nei confronti degli oppositori.

RISCHI DELL’AZIONE MILITARE

Colpire militarmente il membro più debole dell’asse delle autocrazie, dopo il brillante raid effettuato in Venezuela, offrirebbe il riscontro che Cina e Russia non possono proteggere i loro alleati dal furore della superpotenza statunitense. D’altro canto, ogni intervento militare palesa un rischio reale di fallimento. Per ribaltare i rapporti di forza tra manifestanti e repressori sarebbe necessaria una prolungata campagna di attacchi contro i Guardiani della Rivoluzione e le altre milizie volontarie del regime. Al contrario, un attacco limitato contro obiettivi governativi, probabilmente, non riuscirebbe a spezzare la gerarchia religiosa che governa il Paese. Persino qualora fosse rivolto a colpire la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.

SCONGIURARE L’INSTABILITA’

Del resto, anche l’ipotetica caduta del regime iraniano non sembra garantire l’avvento di una democrazia filoccidentale. Potrebbe invece scatenare una diffusa violenza interna che si tradurrebbe in una prolungata fase di instabilità dell’intera regione. Trump potrebbe lanciare un attacco agli impianti nucleari, come quello dello scorso 22 giugno, per indebolire le capacità dell’Iran. Oppure accompagnare la pressione militare a quella politica, per arrivare a un accordo che impedisca la costruzione dell’atomica.

LE CRITICHE INTERNE

Un intervento che colpisca militarmente il regime teocratico dell’Iran, oltre a presentare tutte queste insidie rischia di esporre il presidente Trump a maggiori critiche interne, non solo quelle degli avversari politici, ma anche degli amici del movimento MAGA. Trump fu eletto per la prima volta nel 2017, deplorando gli interventi americani in Medio Oriente. Oggi è davanti a uno scenario che presenta molteplici rischi e con l’obbligo di dover ascoltare anche i suoi alleati regionali prima di assumere qualunque decisione. Spostando una task force navale nel mare arabico, il presidente Trump ha compiuto un passo dal quale è difficile tornare indietro senza aver ottenuto qualcosa che possa essere sbandierato come un successo: ha scommesso la sua credibilità e quella degli Stati Uniti.

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