IRAN, manifestazioni di piazza. La protesta non ha soluzione di continuità

In queste ore l’attenzione dei principali media che trattano i temi di geopolitica e di politica internazionale sono concentrati su Venezuela, Gaza e Ucraina, ma la vicenda di Caracas potrebbe essere indicativa di una concreta intenzione della Casa Bianca e del Pentagono di attaccare anche la Repubblica Islamica

6 gennaio 2025; a cura di Giuseppe Morabito, generale a riposo dell’Esercito italiano e membro del Direttorio della NATO Defense College Foundation – Quanto invece sta avvenendo nella Repubblica Islamica dell’Iran non trova spazio nelle prime pagine dei giornali, ma questo non vuol dire che sia un aspetto da sottovalutare.

TRUMP IL «CASTIGATORE»

Negli ultimi giorni, sia il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che gli alti funzionari di Teheran si sono scambiati minacce mentre le proteste dilagavano in diverse regioni della Repubblica Islamica. Una dinamica che ha aggravato ulteriormente il livello di tensione tra i due Paesi, già elevato a seguito del bombardamento dei siti di produzione nucleari iraniani effettuato da americani e israeliani lo scorso mese di giugno. Almeno una decina di persone è rimasta uccisa a seguito delle violenze che hanno caratterizzato le manifestazioni inscenate dai commercianti (ma non solo) in parte dal crollo del rial, nel corso delle quali sono stati scanditi slogan antigovernativi.

BAZARI IN PIAZZA CONTRO IL CAROVITA: UN SEGNALE IMPORTANTE

Attualmente, a distanza di oltre una settimana dal loro inizio, esse hanno assunto dimensioni maggiori di quelle del 2022, quando la morte della ventiduenne Mahsa Amini, un assassinio a opera della polizia religiosa del regime teocratico avvenuta durante un fermo della ragazza per la strada, aveva scatenato proteste nel Paese, in particolare nel Kurdistan iraniano e nelle aree popolate da arabi e baluci. Neanche oggi, per quanto diffuse e continue, parrebbe che le manifestazioni interessino l’intero territorio della Repubblica Islamica. La casa Bianca ha ammonito Teheran che se il regime «ucciderà manifestanti pacifici gli Stati Uniti andranno in loro soccorso: siamo pronti, carichi e pronti a partire». Al riguardo, però, Trump non ha fornito dettagli, anche se quanto avvenuto in Venezuela andrebbe comunque tenuto in debita considerazione.

RETORICA E LACRIMOGENI

La replica immediata alle dichiarazioni di Trump è giunta da Ali Larijani, già presidente del Majilis (il parlamento iraniano) e segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, che ha dichiarato che «Israele e gli Stati Uniti stanno fomentando le manifestazioni antigovernative» in Iran, senza però fornire alcuna prova al riguardo. «La Casa Bianca dovrebbe sapere che un intervento degli Stati Uniti d’America nella questione interna iraniana equivarrebbe al caos nell’intera regione e alla distruzione degli interessi statunitensi», ha aggiunto Larijani. Lo scorso mese di giugno l’Iran aveva attaccato la base aerea di Al Udeid, nel Qatar, dopo che gli americani avevano colpito tre siti del programma nucleare della Repubblica Islamica, questo nell’ambito del conflitto durato dodici giorni che ha opposto l’Iran a Israele.

LE REALI CAPACITÀ DIFENSIVE DI TEHERAN

Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi dichiarato che «il grande popolo dell’Iran rifiuterà con forza qualsiasi ingerenza nei propri affari interni. Allo stesso modo, le nostre potenti forze armate sono pronte a intervenire e sanno esattamente dove mirare in caso di violazione della sovranità iraniana». In questo delirio di potenza, con le difese iraniane non in grado di contenere un’ulteriore azione militare offensiva americana, Araghchi ha altresì affermato sibillinamente che il messaggio di Trump è stato probabilmente influenzato da chi teme l’uso della diplomazia tra i due Stati. Nel frattempo le proteste proseguono in molte città dell’Iran, inclusa la capitale. Dal canto loro, gli americani non avrebbero apportato modifiche significative al livello di prontezza delle proprie forze schierate in Medio Oriente.

IN ATTESA DI UN POSSIBILE ATTACCO AMERICANO

Il messaggio online di Trump costituisce un segnale diretto di sostegno ai manifestanti iraniani, qualcosa che i precedenti presidenti degli Stati Uniti avevano evitato di fare nel timore che gli attivisti venissero accusati di collaborare con l’Occidente. Oggi il sostegno della Casa Bianca comporta comunque il rischio venire interpretato, anche strumentalmente, quale prova che i disordini per il caro vita siano alimentati da attori esterni. D’altro canto, gli avvenimenti nel Venezuela potrebbero configurarsi anche come un indicatore del fatto che Washington preveda di procedere militarmente anche in Iran, una prospettiva che verrebbe avvalorata dal tentativo di messa in sicurezza degli elementi apicali del regime, riparate in località ritenute sicure in vista di un attacco americano.

Condividi: