CULTURA, xente veneta. Toni Jop, «Venezia siamo stati noi»

Il giornalista e scrittore del sestiere Castello parla della sua città, e lo fa nel giorno in cui essa vive uno dei suoi periodi più drammatici e tristi, poiché in laguna l’acqua alta ha portato morte e sfacelo. Jop, partendo dal Mose, conduce l’ascoltatore in una dimensione anteriore, quella esistenziale della sua giovinezza. Ma anche della sua maturità

«Venezia non ha mai campato esclusivamente di turismo, questa è una leggenda messa in giro, o forse un luogo comune spesso ricorrente. La gente lo ripete senza pensarci troppo, in fondo è confortante ritenere che sia davvero così».

È l’esordio nel corso della nostra conversazione.

Tuttavia, «se ciò che resta dell’antica Serenissima di turismo non può vivere, di turismo certamente potrebbe morirci».

Di questo Toni Jop è fermamente convinto. Il giornalista e scrittore veneziano – ci tiene a sottolineare che è nato al sestiere Castello, «quello che c’era da prima di San Marco» – ne parla lungamente nel corso dell’intervista rilasciata a insidertrend.it.

Lo fa in occasione delle presentazione del suo libro “Venezia siamo stati noi”, edito per i tipi di Città del sole.

Lo ribadisce, con un tono pacato e l’inflessione linguistica di quelli della Laguna. «Il turismo di massa, quello “mordi e fuggi” è divenuto deleterio. È una vera e propria “alta marea” che sommerge la città che, per certi aspetti, è anche peggio dell’acqua alta».

Al momento dell’approccio ritenevamo fondato il rischio di cadere nell’intimismo di uno che, vivendo lontano dalla sua terra (Jop abita a Roma), ne tracci con nostalgia i contorni, sprofondando in una dimensione che non esiste più, una immagine non più rispondente alla realtà che è rimasta fissata nella mente, alla quale ci si aggrappa nel sognare a occhi aperti.

Invece no, perché se il suo libro riproduce semanticamente personaggi, odori, suoni e umori di Venezia, tenendo ben distinte la sua arte e, magari, anche la sua politica, Jop va diritto alla vita vissuta.

E se proviamo maldestramente a trascinarlo nella definizione di uno spaccato sociale di quei pochi chilometri quadrati che sono – meglio, che sono stati – la sua terra, lui ci sta e diviene un fiume in piena.

Lo provochiamo citando una canzone tanto triste quanto bella: “Venezia”, di Francesco Guccini.

«È un caro amico – replica lui – quella canzone è una storia vera, è una ragazza che conosceva che morì di parto all’Ospedale civile».

Quante cose può dire un luogo come questo, cristallizzato in una vetrina illuminata e piena di murrine?

Come quella del Mose, che arrugginisce con le tubature piene di sabbia mentre dall’Adriatico arrivano le maree.

«Sei ore saliva, sei ore scendeva» come nelle parole del protagonista sfortunato del film di Carlo Mazzacurati, che nuotando in laguna ritrovava la serenità e la lucidità.

«Una brava persona – ci dice Jop – conoscevo anche lui».

Parlando con lui, dall’acqua alta che ha sommerso Venezia facendo due morti, emergono tante storie. Diverse. Questa un tempo era una città popolata da 170.000 persone, oggi è sempre più vecchia e con meno gente.

Le zone popolari: ramo paludo, l’attracco e la pompa della nafta per i vaporetti dell’Actv, il Collegio Morosini e le isolette desertiche in laguna, oggi colonizzate dalle multinazionali del turismo che vi hanno edificato esclusivi resort.

E si va avanti. «Ti ricordi il petrolchimico di Marghera?»

L’autore, che per anni da cronista girò l’intero Triveneto, adesso fatica a voltare le spalle alla Laguna, seppure soltanto idealmente.

Gli chiediamo di guardare oltre Piazza Roma, alla terra ferma che sta al di là del lungo Ponte della Libertà. Lui indugia, infine lo fa.

Ci racconta la statale Romea di oggi e quella di un mondo che non c’è più, quella dei contadini della zona del Brenta che divennero operai turnisti, ma che non lasciarono mai la zappa.

Nel frattempo lo schermo ultramoderno del telefono cellulare in un istante ci riporta tutti alla realtà, mantenendoci tuttavia con i piedi nell’umidità di queste tristi giornate veneziane.

Il lancio dell’agenzia stampa informa che in virtù dello stato di emergenza dichiarato per Venezia lo Stato ha stanziato i primi venti milioni destinati agli interventi più urgenti: 5.000 euro andranno ai privati, 20.000 alle imprese, mentre l’architetto Elisabetta Spitz, già direttore dell’Agenzia per il Demanio, è stata nominata commissario per il Mose. Luigi Brugnaro (sindaco della città) e Luca Zaia (governatore della Regione veneta) saranno invece i commissari speciali per gli interventi urgenti.

Di seguito è possibile ascoltare la registrazione audio integrale con Toni Jop

 

A211 – XENTE VENETA, TONI JOP: VENEZIA SIAMO STATI NOI. Il giornalista e scrittore del sestiere Castello parla della sua città, e lo fa nel giorno in cui essa vive uno dei suoi periodi più drammatici e tristi, poiché ieri in laguna l’acqua alta ha portato morte e sfacelo.

Partendo dal Mose, l’autore conduce l’ascoltatore in una dimensione anteriore, quella esistenziale della sua giovinezza, ma anche della sua maturità.

Lui, che per anni da cronista girò l’intero Triveneto, adesso fatica a voltare le spalle alla Laguna, seppure soltanto idealmente. Gli chiediamo di guardare oltre Piazza Roma, alla terra ferma che sta al di là del lungo Ponte della Libertà. Lui indugia, infine lo fa.

Parlando con lui, dall’acqua alta che ha sommerso Venezia facendo due morti, emergono tante storie. Diverse. Questa, un tempo era una città popolata da 170.000 persone, oggi è sempre più vecchia e con meno gente.

«Venezia non ha mai campato esclusivamente di turismo, questa è una leggenda messa in giro, o forse un luogo comune spesso ricorrente. La gente lo ripete senza pensarci troppo, in fondo è confortante ritenere che sia davvero così».

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