ITALIA. Fermo Sea Watch. Era l’ultima Ong operativa nel Mediterraneo

A fine gennaio 2018 c’erano 5 Ong che svolgevano attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, a fine gennaio 2019 solo la Sea Watch era ancora operativa. Nessuna di queste Ong è italiana: provengono da Francia, Spagna, Germania e Olanda e spesso affittano vecchie navi registrate in altre nazioni.

L’1 febbraio la Guardia Costiera ha stabilito il fermo della nave che alla fine del mese scorso ha sbarcato 47 migranti a Catania. Il motivo ufficiale: la Sea Watch mancherebbe dei requisiti tecnico strutturali per effettuare l’attività sistematica di soccorso in mare dei migranti, poiché nel registro nautico olandese la motonave è registrata come natante da diporto.

L’intervento delle Ong con proprie navi nel Mediterraneo per le attività di ricerca e salvataggio, avvenne in seguito alla chiusura di Mare Nostrum, il 31 ottobre 2013. Questo era il nome dell’operazione navale militare e umanitaria italiana iniziata in seguito al tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre, quando ci furono 366 morti accertati.

Le Ong che soccorrono i migranti obbediscono alla convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme relative al soccorso in mare, secondo le quali: «Ilcomandante di nave è obbligato, ai sensi dell’articolo 1158 del Codice della navigazione, ad assistere navi o persone in pericolo, ovvero a tentare il salvataggio».  Sia la convenzione di Londra all’articolo 10 che il nostro Codice penale impongono tale obbligo.

Ulteriori norme prevedono che le persone che vengano soccorse in mare debbano essere sbarcate nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. La gran parte dei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo: Grecia, Francia e Spagna sono troppo lontani dalle acque in cui vengono prestati i soccorsi.

Quanto agli altri: la Tunisia è un paese relativamente sicuro ma non è attrezzato per garantire i bisogni dei migranti, ma – secondo le Ong – non ha una legislazione sulla protezione internazionale. Malta ha la metà degli abitanti di Genova e si occupa dei migranti che l’economia isolana gli consente di gestire. Per questi questi motivi le ong trasportano in Italia tutte le persone che soccorrono al largo della Libia.

Il 15 dicembre del 2016 un articolo pubblicato dal Financial Times autorevole quotidiano britannico rivelava un rapporto riservato di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, che denunciava presunti legami e complicità tra le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie e i responsabili del traffico di esseri umani dalle coste africane.

L’ipotesi venne rafforzata da alcune dichiarazioni del direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, che qualche settimana dopo in un’intervista a Die Welt ha accusato le Ong di essere un fattore di attrazione per i migranti in fuga dalla Libia. In realtà non è mai stata dimostrata una correlazione fra la presenza delle navi delle Ong al largo della Libia e un aumento degli arrivi via mare. 

Per alcuni magistrati, le attività condotte dalle Ong potrebbero configurare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La procura di Catania – città in cui ha sede l’agenzia europea per il controllo delle frontiere – ha aperto un’indagine conoscitiva – senza indagati né capi di accusa – sull’origine dei finanziamenti alle ong in queste operazioni di salvataggio.

La maggior parte dei migranti che vengono soccorsi e trasferiti in Italia è composta da richiedenti asilo e ciò introduce il tema dei cosiddetti accordi di Dublino. Si tratta della convenzione UE in vigore dal 1997, giunta alla sua terza revisione nel 2013 che sancisce che la responsabilità dell’asilo sia del paese di primo sbarco. Ciò significa che il migrate che arriva in Italia tocca all’Italia.

Ciò che viene contestato è l’obbligo del paese di primo approdo ad sostenere tutti gli oneri di accessi e accoglienza. In seconda battuta, il fatto che tale precetto impedisca la possibilità di arrivare alla redistribuzione tra le altre nazioni UE dei rifugiati. Attualmente il governo italiano chiede la revisione degli accordi Dublino, considerandolo un trattato vecchio per un mondo profondamente cambiato.

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