ECONOMIA, debito. L’Italia è arrivata al 160% rispetto al Pil: si deve cancellare oppure ridurre? Le ragioni del no

L’argomento ha riacquisito centralità nel dibattito pubblico a seguito delle dichiarazioni espresse dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, che si è recentemente espresso per una sua cancellazione. Ma quale parte della gigantesca esposizione debitoria si potrebbe eventualmente eliminare e con quali conseguenze? Se ne è discusso nel corso della puntata de “L’officina dell’economista” del 14 dicembre scorso

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Perché la cancellazione del debito di cui tanto si discute non è una buona idea? E inoltre, cosa intende la politica italiana quando parla di cancellazione del debito? Gli eventuali benefici di una operazione del genere sarebbero commisurati agli effetti negativi?

Nel corso dell’ultima puntata de “L’officina dell’economista” ne hanno discusso quattro economisti: Filippo Passerini (dottorando presso l’Università Cattolica di Milano), Carlo Galli (post-doc presso Sciences Po e PhD presso UCL), Emilio Rossi (senior partner di Oxford Economics) e Giampaolo Galli (già direttore di Confindustria e parlamentare del Partito Democratico, attualmente vicedirettore dell’Osservatorio dei conti pubblici).

La loro conclusione è si sarebbe di fronte all’ennesimo tentativo posto in essere dalla classe politica italiana di rinviare il momento in cui affrontare il problema cardine dell’economia del Paese, la sostenibilità del debito pubblico, rischiando così di minare l’indipendenza della Banca centrale europea (Bce), che verrebbe a perdere il controllo del tasso nominale. Secondo loro il rischio connaturato a una cancellazione del debito non ne varrebbe i potenziali benefici.

Il sasso in piccionaia

«Andrebbe cancellato il cosiddetto “debito nuovo”, cioè quello emesso durante la pandemia da coronavirus, poiché si tratta di un’ipotesi di lavoro interessante che può essere in grado di conciliare la crescita economica con la sostenibilità del debito medesimo».

Questo, nella sostanza, è il senso della dichiarazione pubblica resa di recente dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, uomo politico moderato e di centro che, tuttavia, in seguito ha parzialmente corretto le sue affermazioni, affermazioni che molti hanno ritenuto inopportune se non addirittura autolesionistiche.

Non è del tutto chiaro se con le sue parole Sassoli abbia inteso stimolare una discussione su un tema difficile sul quale, però, i riflettori sono accesi ormai da anni.

Cancellare il debito dunque. Ma, sarebbe concretamente praticabile una operazione del genere? E quali conseguenze – immediate e future – comporterebbe?

Un lucido esame della questione, scevro quindi da implicazioni di natura ideologica o da strumentalizzazioni politiche, non può trascurare di sottolineare in via preliminare gli aspetti relativi alla cornice legale all’interno della quale si dovrebbe agire per giungere alla cancellazione del debito e, non meno importante, l’impatto negativo che essa avrebbe con riferimento al sistema finanziario ed economico internazionale.

Pandemia e «buffi»

Gli economisti intervenuti all’incontro (che è possibile seguire direttamente da questo sito web e su Youtube) hanno convenuto sulla possibilità di discutere in ordine a una cancellazione del debito detenuto dalla Bce, mentre escludono categoricamente l’esplorazione dell’ipotesi di una cancellazione dei debiti detenuti dai privati, dunque singoli cittadini, banche, fondi di investimento, eccetera.

Ma, attenzione: discutere non significa necessariamente cancellare, poiché a una teorica possibilità si frappongono ostacoli e incognite.

Intanto è bene fare chiarezza su cosa si sta parlando. Il «debito nuovo», cioè quello del quale ha parlato Sassoli, va identificato nella gigantesca esposizione generatasi a causa della diffusione dei contagi del Covid-19, quindi da quello che finora si è speso e dal prossimo piano Next Generation EU.

La previsione complessiva è pari a 1.350 miliardi di euro, ma si ritiene che essa potrà venire incrementata di ulteriori 500 miliardi, 1.850 miliardi dunque, dei quali una corposa quota parte verrebbe cancellata per decisione politica.

Come accennato, però, una siffatta operazione incontrerebbe ostacoli di natura legale e profilerebbe rischiose incognite future. Infatti, la cancellazione del debito violerebbe le vigenti disposizioni statuite dai Paesi membri dell’Unione europea mediante i trattati sottoscritti in tutti questi anni. Un ostacolo che si potrebbe certamente tentare di aggirare modificando i trattati europei in sede politica, ma con quali chance di successo?

Partita di giro

In questo momento l’Italia beneficerebbe di una cancellazione del debito? sull’aspetto vi sarebbero dei dubbi.

È noto che non tutti gli Stati membri dell’Ue pagano gli interessi sul debito contratto con la Bce con il medesimo tasso di interesse, infatti, all’Italia in questa fase si applica lo 0,6%, mentre altri Paesi hanno tassi di interesse negativi.

Una partita di giro di non facile comprensione fa sì che uno Stato membro a tassi positivi (come l’Italia) paghi volta per volta alla Bce gli interessi sui titoli che ha emesso in precedenza, denaro che per la Banca centrale costituisce degli utili, utili che poi, alla fine dell’anno, vengono retrocessi per quota ai Paesi membri della Ue come se fossero dividendi di un azionista. Nel caso italiano, da Francoforte i soldi transitano per la Banca d’Italia fino alle casse del Tesoro, che nel 2019 ha incamerato 7,9 miliardi.

Dunque, stante l’attuale politica monetaria espansiva della Bce, che si preannuncia tale anche per il prossimo futuro, è prevedibile una espansione del programma di acquisto di titoli del debito pubblico degli Stati membri e il procrastinarsi oltre il 2023 delle scadenze attraverso il loro rinnovo.

Ma, alla luce di tutto ciò una cancellazione del debito si renderebbe inutile, proprio perché i titoli di Stato danno luogo a una sorta di partita di giro, questo almeno fino a quando la situazione renderà necessario il rinnovo delle loro scadenze.

Chi vince e chi perde

Al contrario, per quei paesi dell’eurozona che vedono applicati ai titoli dei loro debiti pubblici tassi di interesse negativi (anche su base decennale) questo meccanismo comporta una perdita.

A titolo di esempio si pensi alla Germania: Berlino emette titoli del proprio debito nel quadro dei programmi europei di sostegno imposti dagli effetti della pandemia, titoli acquistati dalla Bce che, però, non comportano il pagamento da parte di quest’ultima di alcun interesse ai tedeschi, in quanto il tasso è negativo. Dunque, per loro e per gli altri «frugali» che si trovano nelle stesse condizioni emissioni di debito del genere equivalgono a una tassa che va a finanziare lo Stato, conseguentemente, una cancellazione del debito significherebbe una perdita netta.

Ma gli effetti di natura finanziaria non sarebbero limitati a questo, poiché le criticità insite in una cancellazione del debito investirebbero anche lo stesso bilancio e la patrimonializzazione della Bce con seri rischi di perdita di credibilità dell’Istituto sul piano internazionale.

Questo perché la quota di titoli del debito inscritti a bilancio dalla Bce per essa costituiscono un attivo, ma qualora venissero a mancare per via della cancellazione imporrebbero una operazione di quadratura del bilancio, che si renderebbe possibile mediante la parallela riduzione del passivo venutosi ad aprire.

Bce a rischio ripatrimonializzazione

Ma questo comporterebbe un abbattimento del capitale e il profilarsi del conseguente rischio di abbassamento eccessivo del livello di patrimonializzazione dell’Istituto, magari addirittura negativo, o comunque inadeguato a quello che viene normalmente considerato ragionevole per una banca centrale di quelle dimensioni.

Un buco di 1.850 miliardi manterrebbe la Bce sottocapitalizzata per alcuni decenni e questo stato di debolezza ne ridurrebbe sensibilmente la credibilità sui mercati internazionali.

A quel punto, l’avvenuto superamento della soglia limite prospetterebbe due possibili soluzioni: la ripatrimonializzazione dell’Istituto e la sospensione della distribuzione dei dividendi agli Stati membri dell’Ue.

Nel primo caso gli Stati membri si vedrebbero costretti a intervenire con apporti di capitale alla Bce, però, in questo modo essi ricreerebbero sostanzialmente i propri debiti precedentemente cancellati, in una perversa partita di giro stavolta negativa.

Nel secondo caso, quello della cessazione della distribuzione agli Stati membri dei dividendi da parte della Bce si ammortizzerebbe il danno attraverso una ricapitalizzazione graduale di ciò che è venuto a mancare per effetto della cancellazione, ma dato l’ammontare del buco per conseguire il risultato occorrerebbero decenni.

La fiducia è una cosa seria…

«La fiducia è una cosa seria che si da alle cose serie…» recitava lo slogan di un vecchio Carosello che pubblicizzava formaggi, un assunto che nel tempo non ha perso validità.

Nel sistema internazionale la moneta è basata sulla fiducia, poiché mediante essa avvengono quotidianamente gli scambi in campo commerciale, e la fiducia viene conferita alla moneta anche e soprattutto dalla solidità delle banche centrali dei vari Stati. Di risulta, una scarsa credibilità della Bce sul piano internazionale comporterebbe una implicita svalutazione dell’euro.

Certo, si afferma anche che per la Bce sarebbe possibile operare a capitale negativo, ma per farlo dovrebbero emettere moneta e allora, a questo punto si aprirebbe un altro capitolo di questa storia, dai connotati che riportano a un dibattito tanto caro a certa politica sovranista che non ha mai digerito (per lo meno a parole) la moneta unica europea.

Quello attualmente in essere non è un regime di dominanza fiscale nel quale gli Stati determinano la politica della banca centrale sulla base delle loro esigenze del momento, come ad esempio l’incremento della spesa pubblica improduttiva, bensì è un regime di dominanza monetaria e in esso la Bce mantiene ancora l’indipendenza dai governi degli Stati membri dell’Ue, agendo sulla base del mandato conferitole.

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