CINA POPOLARE, Italia e Nuova via della seta. «Tajo massimo» il temporeggiatore

La missione a Pechino del ministro degli Affari esteri italiano: verso il disimpegno di Roma dall’intesa raggiunta nel 2019 dal primo Governo Conte, quando la coalizione che sosteneva l’esecutivo era formata da Movimento 5 stelle e Lega

Dunque Roma prende tempo anche sul dossier sinopopolare, nel cui quadro complessivo, al governo presieduto da Giorgia Meloni ha presentato l’ennesima cambiale in scadenza.

LE RELAZIONI CON PECHINO

Si tratta di una questione delicata, poiché inerisce sia alle relazioni atlantiche delle quali l’esecutivo di destra al potere in Italia ha confermato una propria continuità (questo malgrado i non pochi elementi non perfettamente in linea all’interno della coalizione di maggioranza), sia alle relazioni con la seconda potenza economica mondiale, che, seppure al momento afflitta da una grave crisi, permane pur sempre un importante partner commerciale, anche alla luce della riduzione degli scambi con la Russia causata dall’invasione da parte di quest’ultima dell’Ucraina. Un aspetto, in particolare, turba i sonni dei decisori di Palazzo Chigi: il discusso memorandum relativo alla Nuova via della seta, frutto di un’adesione datata 2019 (in carica allora era il Governo Conte) che adesso è giunto in scadenza dopo il suo primo lustro di validità.

IL RINNOVO AUTOMATICO DEL MEMORANDUM

Negli accordi a suo tempo stipulati è stato stabilito che il memorandum non dovesse necessitare di un’approvazione delle parti per il suo rinnovo quinquennale, il che significa che in assenza di uno sfilamento formale da parte di Roma esso si rinnoverà automaticamente. Ma nel frattempo la patata bollente è passata nelle mani dell’esecutivo sovranista della Meloni, che a parole non ha esitato a cassare l’avventura nella quale si erano infilati i pentastellati quando erano al potere in coalizione con gli altri firmatari «del patto di governo», cioè i leghisti di Matteo Salvini (Governo Conte I, in carica dal 1 giugno 2018 al 5 settembre 2019), ma che adesso dovrà passare ai fatti e non ratificare l’atto. Ma questo comporterebbe evidenti conseguenze sul piano delle relazioni con la Repubblica Popolare cinese, principalmente sul piano commerciale.

UNA MISSIONE DIFFICILE

Missione difficile, dunque, quella affidata al ministro degli Affari esteri nonché Vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, giunto nei giorni scorsi in visita ufficiale a Pechino per discutere della spinosa questione. «La Nuova via della seta non ha dato i risultati sperati» ha egli affermato alla stampa mettendo un poco le mani avanti, lasciando tuttavia trasparire dalle sue dichiarazioni che nel caso di un recesso la situazione non dovrebbe poi mutare radicalmente, poiché «il partenariato strategico è molto più importante», questo in palese contrasto con ciò che invece andava contestualmente asserendo il suo omologo sinopopolare Wang Yi (già direttore dell’Ufficio per gli Affari esteri del Comitato centrale del Partito comunista cinese successivamente posto da Xi Jinping a capo del dicastero degli Esteri a seguito della rimozione di Qin Gang), entusiasta (almeno nelle dichiarazioni pubbliche) dei risultati ottenuti grazie al memorandum nella graduale realizzazione del «partenariato strategico globale».

PRENDERE TEMPO

Scopo principale della missione di Tajani in Cina è stato quella di gettare le basi diplomatiche del disimpegno italiano dall’accordo, cercando intanto di guadagnare tempo rispetto al futuro momento in cui Palazzo Chigi dovrà necessariamente decidere. Un modo ritenuto idoneo allo scopo sarebbe quello dell’annuncio della prossima visita ufficiale a Pechino del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, questo in vista di un peggioramento delle relazioni bilaterali italo-cinesi, che saranno conseguenza dell’uscita definitiva dall’accordo mai digerito dagli americani. Una decisione che sarebbe già scritta, anche per via delle forti pressioni esercitate in tal senso dalla Casa Bianca. Si tratta di rescindere una trentina di accordi in materia di investimenti, infrastrutture e commercio che, sulla base dei dati ufficiali, nel periodo considerato dall’entrata in vigore quattro anni e mezzo or sono, registra uno sbilanciamento percentuale pari al 25% nell’interscambio tra i due paesi, mitigato nell’ultimo semestre esclusivamente dall’andamento negativo dell’economia cinese, caratterizzato tra l’altro dal crollo delle esportazioni (-15%) verso l’Italia.

CHE SUCCEDERÀ?

Al netto del proprio marcato disappunto e delle rinunzie cui si vedrà costretta, con ogni probabilità la Repubblica Popolare cinese non intaccherà in maniera irreversibile le proprie relazioni con l’Italia. Per il momento il ministro Wang Yi ha preferito sottolineare «i progressi compiuti nelle relazioni bilaterali nel recente passato» tra i due Paesi, non dimenticando di fare riferimento anche alla situazione globale venutasi a creare: «È bene assumere un ruolo positivo nella politica internazionale – ha egli infatti affermato -, di fronte all’unilateralismo e al protezionismo Pechino e Roma devono impegnarsi a mantenere le catene di approvvigionamento e a svolgere un ruolo positivo nella politica internazionale». Quindi, riferendosi chiaramente allo strumento del Golden Power, che ultimamente ha trovato sovente applicazione in Italia, ha sottolineato come Pechino auspichi che Roma «non adotti misure discriminatorie nei confronti delle aziende cinesi», ma al contrario «sostenere congiuntamente le joint venture sino-italiane e l’espansione congiunta di esse nei mercati terzi».

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