UNIONE EUROPEA, bilancio. L’Europa da quattro soldi si fa i conti in tasca

Meno risorse rispetto al passato e interessi nazionali da perseguire: al Consiglio straordinario di Bruxelles l’oggetto del contendere è un bilancio striminzito per un’area comune che, anche dopo la Brexit e malgrado la crisi, permane un gigante economico. Le cifre della discordia

La situazione economica italiana è stata recentemente fotografata dalla Commissione Europea: il Paese è quello che all’interno dell’Unione crescerà meno di tutti, almeno questo indicano le previsioni elaborate per il prossimo biennio.

Da oggi dunque, nel corso del Consiglio straordinario di Bruxelles si tratterà a oltranza sul bilancio e sul quadro finanziario pluriennale comune per il periodo 2021-2027.

In discussione le varie proposte, a partire da quella presentata venerdì scorso dal Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, che fisserebbe un tetto al bilancio comunitario pari all’1,074% (1.094 miliardi di euro nell’intero settennato, pari a 78 centesimi a carico di ogni cittadino dell’Unione) del prodotto interno lordo comune (Pil), quindi meno di quanto proposto dalla Commissione, cioè l’1,11% (1.279 miliardi di euro), scostandosi ancora di più dalla cifra proposta dal Parlamento europeo, che è pari a 1,3% (1.324 miliardi di euro).

In dicembre, nel compromesso raggiunto durante la presidenza di turno finlandese si era addirittura ipotizzato l’1,07%, questo mentre il gruppo di Paesi membri che si autodefinisce «frugale» (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) si è detto fermamente deciso a respingere un bilancio superiore alla quota dell’1% del Pil europeo.

Si tratta dei Paesi contributori netti (anche l’Italia lo è), quelli che versano di più di quanto poi ricevono al momento dell’assegnazione delle risorse sulla base dei vari capitoli di bilancio.

A conti fatti, però, l’ammontare complessivo del denaro posto a bilancio dall’Unione europea nel settennato risulta minore a quello del bilancio annuale di un Paese come la Germania.

Tuttavia, profonde divergenze investono anche le modalità di allocazione delle risorse che verranno inscritte a bilancio, infatti, i Paesi frugali vogliono tagliare i fondi all’agricoltura e alla coesione, voci di spesa che hanno già risentito del decremento degli apporti conseguenti all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (pari a 75 miliardi di euro), una posizione, questa, sostenuta all’inizio del negoziato anche dalla Germania.

Ma la politica di Berlino è ancora poco chiara e ambigua, in quanto in un momento successivo i tedeschi hanno mostrato una maggiore flessibilità, dichiarando di essere disposti a incrementare la loro quota del bilancio comunitario, a condizione però che i futuri investimenti siano utilizzati nel varo di nuove politiche.

In ogni caso, per gli amici della Coesione si tratterebbe di una cifra insufficiente, inadeguata a coprire le spese per gli investimenti nell’innovazione, digitale, Difesa e nel “New Green Deal”, il grande progetto teso al contrasto dei mutamenti climatici.

Sul fronte opposto, i cosiddetti «amici della Coesione», aggregazione di sedici Paesi della quale fa parte anche l’Italia, al contrario vorrebbero ridurre ai minimi termini i tagli dei fondi diretti alla Politica agricola comune (Pac) e alla Coesione, cioè i fondi destinati alle regioni più arretrate e povere dell’Unione Europea, risorse che se venisse accettata la proposta Michel ammonterebbero al 60% del bilancio complessivo.

La trattativa è complicata, poiché gli Stati membri verranno chiamati al versamento di quote maggiori e, al contempo, alcune voci di spesa dovranno venire ridotte.

Ma, quali settori verranno sostenuti economicamente? In quale modo potranno venire ridefiniti i termini del rebate (gli sconti) ora che Londra non fa più parte dell’Ue?

Allo scopo di indurre i frugali ad accettare la sua proposta di bilancio, Charles Michel ha ipotizzato una estensione del rebate anche a questi Paesi – quello concesso ai britannici ammontava a un miliardo -, sconti che però dovranno venire finanziati dagli altri Stati.

Poi c’è la delicata questione della condizionalità posta sulla base del rispetto da parte dei Paesi membri dello stato di diritto, che prevedrebbe il taglio dei finanziamenti a quelli che non li rispettano. Polonia e Ungheria, che sono sulla lista nera, ovviamente minacciano il veto a Strasburgo.

Le difficoltà sono oltremodo evidenti, tant’è che già prima che questo vertice iniziasse nei corridoi dei palazzi della politica si sussurrava di un rinvio delle decisioni a un prossimo Consiglio da tenere entro la fine di questo mese se non i primi giorni di marzo.

Inoltre, va sempre tenuto presente che il Parlamento Europeo potrà, se lo riterrà opportuno, porre il proprio veto alla deliberazione del Consiglio.

Ma un rinvio dovuto a una crisi istituzionale generata dall’eventuale veto posto da Strasburgo comporterebbe un esercizio provvisorio del bilancio, che seppure irrisorio qualora paragonato a quello di uno degli Stati membri (che si aggira al 40-45% con punte anche superiori in alcuni specifici casi) si configurerebbe come un problema, accentuando l’incrinatura di una comunità che attualmente attraversa una periodo certamente non facile.

A questo punto, una cristallizzazione del confronto esclusivamente sul tema dei costi e dei benefici da essi derivanti per i vari Paesi membri, che non tenga conto dei vantaggi indiretti derivanti dalla inclusione in un grande mercato unico continentale e di una moneta unica sarebbe sterile e in prospettiva anche potenzialmente perniciosa.

Condividi: