VATICANO, Cina Popolare. L’accordo raggiunto tra Pechino e la Santa Sede riguardo alla nomina dei vescovi

Più che un accordo diplomatico, che la obbligherebbe a chiudere i rapporti con Taiwan, la Santa Sede punta semplicemente a un rinnovo dell’accordo sui vescovi, ben consapevole anche dei vari problemi sul tema della libertà religiosa posti da Pechino

Il 10 settembre scorso, parlando dai teleschermi dell’emittente cinese “Phoenix Tv”, Zhao Lijian, uno dei portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare cinese (RPC), ha sottolineato come l’accordo sino-vaticano fosse stato implementato con successo».

Le dichiarazioni del portavoce cinese giungono alla vigilia del probabile rinnovo dell’accordo tra la Cina comunista e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi, siglato il 22 settembre del 2018 e che prevedeva una propria durata biennale.

Secondo l’esponente del Governo cinese «l’implementazione è avvenuta con sforzi concertati», inoltre, da Pechino verrebbe dato per scontato il suo rinnovo, egli ha poi anche fatto cenno ai «passi in avanti compiuti sul piano delle relazioni diplomatiche bilaterali».

Secondo l’agenzia ACI Stampa – che ha riportato la notizia commentandola – in realtà, più che un accordo diplomatico, che la obbligherebbe a chiudere i rapporti con Taiwan, la Santa Sede punta semplicemente a un rinnovo dell’accordo sui vescovi, ben consapevole anche dei vari problemi sul tema della libertà religiosa di Pechino.

Recentemente è stata proposta una nuova legge che rafforza il controllo del Partito comunista cinese (PCC) sul corpo docente della Repubblica Popolare, al quale viene impedito qualsiasi tipo di insegnamento religioso. Conformemente al programma di sinizzazione perseguito dal Partito, in Cina si è comunque continuato a demolire le croci, simboli della cristianità.

Tuttavia la sinizzazione delle religioni non riguarda esclusivamente il cristianesimo, ma anche l’islam, infatti, risulta che almeno 900.000 uiguri dello Xinjang sarebbero stati internati nei campi di internamento.

Due settimane fa il ministro degli Esteri cinese Wang Yii si è recato in Italia in occasione del suo primo viaggio internazionale dopo la diffusione della pandemia di coronavirus.

In quella occasione, a seguito dell’incontro di febbraio con il suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher (incontro di più alto livello tra Santa Sede e Cina da quando Pechino ha interrotto i rapporti diplomatici con il Vaticano), alcuni ritennero che ci sarebbe potuto essere un incontro anche durante quella visita di Stato, considerato che Santa Sede e Cina stavano negoziando il rinnovo dell’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi.

Ufficialmente quell’incontro non c’è stato, confermando anche il fatto che Pechino preferisca incontri in territori «neutri» o, meglio ancora, direttamente in Cina, piuttosto che in Vaticano, visita che avrebbe inevitabilmente avuto una serie di implicazioni. Tuttavia, secondo alcune indiscrezioni un incontro avrebbe comunque avuto luogo presso l’Ambasciata della RPC in Italia.

Nonostante molti critici dell’accordo sino-vaticano, Ian Johnson, giornalista esperto nei rapporti con la Cina, ha difeso l’accordo in una intervista rilasciata al programma tedesco “Religion Aktuell” (Radio ORF).

La linea perseguita dal Segretario generale del PCC, Xi Jinping, punterebbe a un’uscita allo scoperto della Chiesa cosiddetta «sotterranea» allo scopo di mantenerla sotto il controllo dello Stato.

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