Roma, 2 luglio 2026 – Quaranta missioni e operazioni internazionali e quasi dodicimila militari autorizzati, due nuove missioni bilaterali (in Iraq e Somalia), una nuova iniziativa di cooperazione intrapresa con la Tunisia e il pre-posizionamento di due unità cacciamine della Marina militare nelle acque antistanti Gibuti (Corno d’Africa) allo scopo di intervenire tempestivamente nello Stretto di Hormuz. Questo è il quadro delle missioni italiane delineato per ciò che resta di questo turbolento 2026, tracciato ieri dal generale Giovanni Maria Iannucci, elemento apicale del Comando operativo di vertice interforze (COVI), alto ufficiale audito dalle Commissioni parlamentari Affari esteri e Difesa della Camera dei deputati e del Senato.
QUADRO INSTABILE E TURBOLENTO
Lo ha reso noto nel dettaglio “Agenzia Nova” mediante un lancio effettuato ieri (https://www.agenzianova.com/news/difesa-dal-fianco-sud-a-hormuz-cosi-cambiano-le-missioni-italiane-nel-2026/), in esso vengono riprese le dichiarazione rese in Parlamento da Iannucci. «Un quadro che riflette uno scenario – ha egli sottolineato -, complesso e ancor più instabile e turbolento rispetto allo scorso anno. Il Medio Oriente è endemicamente instabile ormai, il conflitto in Iran ha alterato gli equilibri e riscritto ruoli e relazioni degli attori principali». Il comandante del Covi ha inoltre inteso sottolineare come la situazione imponga «una continua valutazione dell’assetto nazionale, in particolare in Libano e in Iraq, due teatri dove l’Italia opera da anni». Per i prossimi mesi dell’anno in corso a Via XX Settembre vengono previste quaranta tra missioni e operazioni multinazionali condotte all’estero, ventisei di esse sotto l’egida di organizzazioni internazionali, quattordici effettuate su base bilaterale oppure nell’ambito di coalizioni con altri Stati.
IMPEGNI ALL’ESTERO DELLE FORZE ARMATE ITALIANE
L’impegno si tradurrà in una forza media di circa 7.500 unità e in un contingente massimo autorizzato di 11.900 unità. A questo si aggiunge la scheda per le forze a elevata e altissima prontezza, la cui forza massima prevista è di circa 6.500 unità, cifra che dipenderà anche dal ruolo svolto dall’Italia nella NATO e dalla capacità di intervenire rapidamente nell’area di volta in volta di competenza dell’Alleanza. Uno degli argomenti maggiormente delicati affrontati dal generale Iannucci nel corso della sua audizione in Parlamento è stato quello concernente lo Stretto di Hormuz, “collo di bottiglia” attraverso il quale transitano notevoli volumi del traffico mondiale di materie prime energetiche. Il comandante del COVI ha affermato che in caso di necessità l’ipotesi esplorata è quella relativa all’avvio di una missione multinazionale di sminamento, «cioè di individuazione e neutralizzazione degli ordigni navali che potrebbero ostacolare la navigazione», aggiungendo al riguardo che «la stima condivisa è che il numero di mine non sia elevatissimo, stiamo parlando solo di decine, non di centinaia», tuttavia «il problema è posto dalla qualità degli ordigni, poiché la tipologia di ordigni è sofisticata ed evoluta, che quindi richiedono capacità e competenze che non sono in possesso di tutti».
CACCIAMINE DELLA MARINA IN MISSIONE NELLO STRETTO DI HORMUZ
Ad avviso del generale Iannucci, «un’operazione del genere potrebbe richiedere all’incirca un paio di mesi, seppure la valutazione resti tutta da verificare». Egli ha dunque chiarito che l’Italia «si è già preparata (…) siamo pronti a intervenire con due cacciamine», precisando che le unità navali derlla Marina militare italiana Àsono già state pre-posizionate a Gibuti proprio per ridurre i tempi di arrivo nell’area. I cacciamine, per le loro capacità intrinseche e per la tipologia di unità navale, ci metterebbero circa venticinque giorni dall’Italia per arrivare a Hormuz. Questa è la ragione del pre-posizionamento: in questo modo li avviciniamo a pochi giorni dall’area di operazioni». L’ipotesi di impiego, ha illustrato l’alto ufficiale, include due cacciamine, una nave logistica e una nave scorta, tutte subordinate alle decisioni del Governo e del Parlamento. Il Mar Rosso e le rotte commerciali restano parte integrante della sicurezza nazionale e Iannucci a tal proposito ha osservato come il concetto di difesa nazionale non sia più legato esclusivamente ai confini geografici, bensì alla tutela degli interessi nazionali «dovunque essi si configurino, perciò la libera navigazione nel Mar Rosso, l’afflusso delle merci verso i nostri porti e l’alimentazione dell’economia sono elementi essenziali della sicurezza italiana. L’Operazione Aspides, missione navale dell’Unione europea avviata per proteggere il traffico mercantile nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden dagli attacchi contro la navigazione, non è solo un’operazione dell’Unione europea, ma una parte integrante del dispositivo di difesa nazionale».
NEL MEDITERRANEO LA SPINA NEL FIANCO
Egli ha in ogni caso voluto rammentare anche il peso sostenuto dal Paese nelle missioni europee: «Aspides si regge sostanzialmente sull’Italia – ha sottolineato -, in parte sulla Grecia, mentre “Atlanta” si regge sulla Spagna e sull’Italia, infine “Irini” si regge essenzialmente sull’Italia». Il fianco sud è l’altro grande asse di intervento: il dispositivo aeronavale dell’operazione “Mediterraneo Sicuro” garantisce presenza, sorveglianza, sicurezza e raccolta informativa dal mare Balearico fino a Suez. A questo si aggiungono “Irini”, missione europea nata per controllare l’embargo imposto dall’ONU sulle armi dirette alla Libia e oggi evoluta in attività di sorveglianza marittima, intelligence e sicurezza regionale, “Sea Guardian”, operazione NATO di sorveglianza navale, oltreché le forze navali permanenti dell’Alleanza atlantica. La dimensione operativa nel Mediterraneo impegna circa 1.600 unità, quella cooperativa 230, per complessive 1.800 unità. Nel Nord Africa permane centrale la Libia, dove l’Italia è impegnata con la missione bilaterale “Miasit” di assistenza, addestramento e rafforzamento delle capacità delle controparti libiche, oltreché con tre militari partecipanti alla missione europea “Eubam Libia” di assistenza delle autorità di Tripoli nella gestione integrata delle frontiere. La novità è tuttavia relativa alla Tunisia, poiché «la Difesa intende implementare una missione bilaterale di cooperazione in Tunisia, la “Mibit”, che prevede attività di formazione, consulenza e assistenza». Essa sarà operativa all’interno della NATO Framework for the South, iniziativa dell’Alleanza per rafforzare il dialogo e la cooperazione con i partner del fianco sud attraverso attività di addestramento, consulenza, mentoring e capacity building, cioè sviluppo delle capacità operative e istituzionali dei Paesi che ne facciano richiesta.
CIÒ CHE RESTA IN IRAQ
«In Iraq, la possibile fine del mandato di Operation Inherent Resolve, la coalizione internazionale nata per contrastare Islamic State, prevista al momento per il 30 settembre 2026, impone un cambio di fase: ove ciò venga confermato, implicherà un passaggio da contrasto diretto a sorveglianza, con maggiore enfasi sul rafforzamento delle capacità locali», ha illustrato il generale Iannucci. «Per l’Italia questo significa spostare il baricentro verso addestramento e consulenza delle forze di sicurezza regionali. Nell’ambito di “Prima Parthica”, il nome della missione nazionale italiana inserita nel quadro della coalizione anti-Daesh, il contributo previsto è di circa 950 unità. Dopo il deterioramento della sicurezza dovuto alla crisi con l’Iran, tuttavia, le componenti operative di supporto e sorveglianza sono state ri-dislocate in Arabia Saudita, Giordania e Italia, dove svolgono attività di difesa aerea e missilistica integrata, ricerca, sorveglianza e supporto logistico e sanitario». La nuova missione bilaterale in Iraq nasce proprio da questa transizione: «Operation Inherent Resolve cesserà di essere certamente attiva in Iraq a decorrere da settembre, mentre la NATO Mission Iraq, missione dell’Alleanza dedicata alla consulenza e al rafforzamento delle istituzioni di sicurezza irachene, “rischia di contrarsi” e di non essere più in grado da sola di svolgere tutte le attività di training, advising e assisting, cioè formazione, consulenza e assistenza. La richiesta, ha aggiunto, è arrivata anche dalle autorità irachene, interessate al sostegno italiano nello sviluppo di settori critici delle forze armate e di sicurezza. Quanto a Erbil, nel Kurdistan iracheno, Iannucci ha spiegato che l’Italia intende tornare “non appena ci saranno le condizioni” di sicurezza. Il Libano resta un altro dossier sensibile».
LIBANO: PREVISTA LA FINE DI UNIFIL; SAHEL: GLI ITALIANI RESTANO IN NIGER
«Entro la fine dell’anno – ha confermato Iannucci – dovrebbe essere prevista la chiusura di Unifil nella sua configurazione attuale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha fatto pervenire tre possibili modelli per una presenza evolutiva dell’ONU. Il governo libanese vede una presenza delle Nazioni Unite, anche con un ruolo e dei numeri forse diversi da quelli di Unifil, come un elemento necessario per sostenere le forze armate e la stabilità del Paese. Se vi sarà una presenza delle Nazioni Unite la supporteremo e certamente ne appoggeremo la prosecuzione, l’evoluzione. L’Italia è presente in Libano con circa 1.200 militari tra Unifil e Mibil, la missione bilaterale di addestramento delle Forze armate libanesi». Nel Sahel, l’Italia conferma la presenza in Niger con la missione “Misin”, in un Paese definito da Iannucci «baricentro dei flussi di instabilità». Dopo l’attentato nei pressi della Base 101 sono state rafforzate le misure di sicurezza a tutela del contingente militare italiano. Il comandante del COVI ha poi evidenziato l’interesse di diversi paesi occidentali a riaprire canali con Niamey, «probabilmente con la sola eccezione della Francia. Nell’area potrebbe diventare importante una presenza italiana ad Agadez, fondamentale per espandere questa bolla di sicurezza e di influenza positiva».
AFFOLLAMENTO A GIBUTI E SITUAZIONE IN AFRICA
Nel Sahel l’impegno massimo previsto è di 650 unità. Sul piano della competizione internazionale, Iannucci ha richiamato la crescente presenza cinese e il ritorno russo. A Gibuti, ha ricordato, Pechino dispone di una base capace di ospitare fino a diecimila persone, mentre la presenza della Repubblica popolare cinese, un tempo soprattutto economica, assume ora anche una dimensione militare. Quanto alla Russia, «è tornata a essere presente in modo significativo anche la Wagner», afferma Iannucci, citando i casi del Niger e altri di Paesi africani. «Se il conflitto tra Russia e Ucraina dovesse terminare o congelarsi – ha ammonito il comandante del COVI – Mosca potrebbe dedicare maggiori risorse altrove, con una ripresa molto più significativa della presenza della compagnia militare privata russa. Per quanto concerne il settore orientale, va rilevato che l’Italia partecipa ai dispositivi NATO ivi attivi con 300 militari in Lettonia, 750 in Bulgaria e 260 in Ungheria. La piena operatività della batteria Samp-T in Turchia è prevista il 3 luglio, anche in vista del vertice NATO di Ankara. Riguardo al dominio aereo, l’impegno massimo è di 387 militari e 19 velivoli. Nel 2025 sono stati effettuati 74 alpha scramble (missioni di intercettazione su allarme reale attivate dalla catena di comando e controllo aereo della NATO) e 42 nel solo 2026. Il contingente massimo autorizzato per il quadrante Est è pari a 3.040 unità. Non cessa, infine, il sostegno fornito all’Ucraina, in guerra con la Russia da quattro anni. Finora la Difesa italiana ha svolto 75 corsi e addestrato 2.280 militari delle forze armate di Kiev.



