Tel Aviv, 5 agosto 2025 – Il Governo presieduto da Benjamin Netanyahu va avanti malgrado tutto, ma in Israele, guerra durante e con alcuni ostaggi ancora prigionieri dei palestinesi, si registrano altre dirompenti polemiche. Questo nel giorno in cui Tsahal (le forze armate dello Stato ebraico) hanno reso noto che si perverrà alla cancellazione dello stato d’emergenza bellica in vigore dal 7 ottobre del 2023, che comporta l’estensione obbligatoria del servizio di riserva per i militari di leva di ulteriori quattro mesi. Si tratta di una decisione motivata dalla necessità di ridurre la pressione sull’elemento umano dello strumento difensivo dello Stato ebraico dopo quasi due anni di guerra a elevata intensità nella striscia di Gaza. Una notizia diffusa pochi minuti dopo che dall’entourage del premier era filtrata una dura presa di posizione nei confronti del generale Eyal Zamir, attuale capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces (Idf): «Se non gli va bene l’occupazione di tutta la striscia di Gaza si può anche dimettere», ha dichiarato Netanyahu. Contro una invasione totale della Striscia si oppongono in molti ormai: l’Onu quest’oggi si è pronunziato chiaramente, paventando le catastrofiche conseguenze per milioni di palestinesi nel caso si procedesse all’operazione militare su larga scala; sulla stessa linea l’opposizione israeliana al governo di destra al potere a Gerusalemme, con le chiare parole di Yair Lapid.
CESSA L’EMERGENZA BELLICA
La riorganizzazione dell’esercito che avrà luogo per effetto di questa decisione comporterà una contrazione degli organici di ogni battaglione operativo pari a una compagnia e, contestualmente, decine di militari verranno trasferiti nelle unità della riserva. Si tratta di un provvedimento conseguente anche alle critiche crescenti dell’opinione pubblica relativamente all’estremo carico di lavoro di cui i soldati devono farsi carico a causa della prolungata e intensiva campagna nella striscia di Gaza, che ha indotto alcuni di loro a compiere il gesto estremo. Oggetto del provvedimento del vertice militare israeliano saranno anche le unità di élite, i cui membri, a differenza di quanto stabilito all’atto del loro arruolamento, vedranno annullata l’estensione della prestazione del servizio oltre quanto previsto. «Le decisioni sono state assunte dal capo di stato maggiore, preoccupato per la qualità del servizio dei combattenti e per il rafforzamento dei loro diritti, alla luce del loro contributo fornito alle Idf e allo Stato di Israele», ha comunicato ufficialmente Tsahal sul social media “X”, aggiungendo che «l’attuazione di queste decisioni contribuirà a preservare la capacità operativa delle unità speciali dell’esercito, l’esperienza operativa e professionale dei combattenti, manterrà la qualità delle sue attività e darà respiro ai combattenti di riserva».
IL «POST» DEL FIGLIO DEL PREMIER
«Il leader del Qatar è un Hitler dei giorni nostri, Tamim Bin Hamad al Thani e sua madre Moza bint Nasser sono gli Hitler e i Goebbels dei giorni nostri». E inoltre: «Ogni ebreo nel mondo è in grave pericolo a causa della denigrazione che il Qatar persegue da decenni contro gli ebrei e lo Stato ebraico, alimentata dai miliardi di dollari che vi riversa». Cosa ha spinto Yair Netanyahu, figlio del primo ministro israeliano in carica, a postare su “X” un messaggio del genere, con una tempistica con ogni probabilità affatto casuale, in quanto coincidente con la stasi dei negoziati per il rilascio degli ostaggi sequestrati che si trovano ancora prigionieri di Hamas, segregati in qualche galleria della striscia di Gaza? Tra i mediatori figura infatti anche l’emirato degli al-Thani, eppure Yair Netanyahu li accusa egualmente di essere «la forza principale dietro l’ondata senza precedenti di antisemitismo in tutto il mondo che non si vedeva dagli anni Trenta e Quaranta». Non è una novità neppure l’attribuzione degli stretti legami intercorrenti tra Doha e Hamas, tantomeno i finanziamenti fatti pervenire a Gaza all’organizzazione filiazione della Fratellanza musulmana, risorse che hanno indirettamente posto quest’ultima nelle condizioni di costituire un proprio arsenale che avrebbe in seguito utilizzato per attaccare Israele il 7 ottobre 2023, dando inizio alla guerra ancora in corso.
LIAISONS DANGEREUSES
Altri tempi, ma non così lontani e neppure slegati dalle dinamiche politiche e belliche attualmente in corso. Allora, la tregua tra Israele e Hamas resse anche per l’interposizione dei buoni uffici di Moahammed al-Ahmadi, l’emissario dell’emiro Tamim Bin Hamad al-Thani incaricato della fornitura di assistenza ai palestinesi della Striscia (cioè ad Hamas). Egli fece la spola tra Tel Aviv e Gaza, facendosi latore presso lo Stato ebraico delle istanze degli islamisti radicali palestinesi, che alternavano ai messaggi i lanci dei loro palloni incendiari contro il territorio israeliano. Oggi, da Doha si sottolinea come l’Emirato sia stato oggetto di pressioni esercitate sia da Israele che dagli Stati Uniti d’America affinché tali trasferimenti di denaro venissero effettuati allo scopo di prevenire una crisi umanitaria nel Territorio palestinese. E questo è anche un efficace appiglio di Netanyahu nell’organizzazione della propria difesa sul terreno politico e mediatico dalle critiche mossegli per aver consentito al denaro del Qatar di giungere nelle mani di Hamas prima del 7 ottobre. Una posizione difficile, quella rivestita dal primo ministro israeliano, anche perché diversi suoi collaboratori si trovano attualmente sotto inchiesta a causa del lavoro che avrebbero svolto per conto del Qatar mentre contestualmente collaboravano con lui.
SCENARI INQUIETANTI
Ma il Qatar permane un attore fondamentale in questo scenario e Washington ne ha bisogno, malgrado il fatto che tutti sospettino di tutti. E la conferma di questo è giunta la scorsa settimana, quando il segretario di Stato americano Marco Rubio ha respinto le critiche al Qatar dichiarando pubblicamente che Doha «ha svolto un ruolo utile nei negoziati». In questo complesso scenario, con la guerra che prosegue con i suoi morti e i suoi orrori, in Israele alcuni settori dell’universo degli analisti e degli (ex) decisori ritiene che in assenza di una moderata pressione sul Qatar e una reale minaccia per i leader di Hamas che si trovano a Doha, sarà difficile compiere un qualsiasi passo in avanti verso una soluzione complessiva della crisi. Il quesito che essi si pongono è dunque il seguente: come convincere il presidente americano Donald Trump che esercitare pressioni sul Qatar servirebbe anche ai suoi interessi? A parere di uno di essi, il professor Ely Karmon della Reichman University «prima della discussione della questione palestinese alle nazioni Unite i leader di Hamas non ammorbidiranno le loro posizioni, essi presenteranno poi il riconoscimento di uno Stato palestinese da parte di numerosi stati, inclusi quelli importanti, come una vittoria diplomatica ottenuta grazie alle crudeli stragi del 7 ottobre».


