ISRAELE, polarizzazione e crisi interna. In attesa di «Bibi» a Roma una riflessione sui possibili scenari futuri: verso una soluzione o sarà crisi incontrollabile?

Piloti della El Al e velivoli disponibili permettendo, il prossimo giovedì 9 marzo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu giungerà in visita ufficiale a Roma, dove dovrebbe incontrare il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Un viaggio ha luogo in una fase estremamente delicata per il suo paese, spaccato da una radicale contrapposizione, con più della metà della popolazione che teme dall’esecutivo a guida Likud una deriva antidemocratica. E nel frattempo il terrorismo palestinese non perde l’occasione per alimentare la tensione e le divisioni nel campo avversario seminando morte e provocando la violenta reazione delle componenti più estremiste e oltranziste della società ebraica. Questo mentre l’Iran e i suoi «proxi», affacciati su Israele dal Libano e dalla Striscia di Gaza, osservano il criticizzarsi della situazione attendendo il momento opportuno per colpire. Sulla situazione in atto e i possibili scenari futuri insidertrend.it ha raccolto il parere del professor Ely Karmon, della Reichman University (A511)

Due le manifestazioni di protesta indette in concomitanza dell’arrivo del primo ministro israeliano a Roma, una il giorno 9 marzo in Piazza Madonna di Loreto, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, organizzata da formazioni dell’estrema sinistra e sigle vicine alle comunità palestinesi in Italia, l’altra da Saving Israeli Democracy (che sarà un evento di respiro globale, poiché coordinato e contestuale in numerose città nel mondo), che avrà luogo in Piazza Santi Apostoli alle ore 16:00 e vedrà protagonisti gli oppositori dell’attuale governo a guida Likud. Per «Bibi» si tratterebbe della prima visita ufficiale in questo paese, poiché quella che effettuò nel 2015 a Milano in occasione dell’Expo rivestì (almeno formalmente) una valenza privata. Tuttavia, una volta che i carrelli del Boeing 777 si saranno staccati dalla pista dell’aeroporto di Lod, Benjamin Netanyahu dall’oblo dell’aereo potrà osservare un Israele in perenne protesta, impaurito per la temuta deriva antidemocratica e antisecolare.

ANDASSERO ALL’INFERNO!

Per percepire con immediatezza quale sia il clima che contraddistingue il paese basterà citare due avvenimenti verificatici oggi, apparentemente non gravi, che però fungono da termometro per misurare la temperatura dello scontro interno in atto. Infatti, più o meno mentre un gruppo di cittadini israeliani di origine americana stavano protestando di fronte all’ambasciata statunitense a Gerusalemme a causa di quelli che essi ritengono siano i pericoli relativi alla tenuta del sistema democratico che incombono su Israele, il ministro della Comunicazione (dunque un esponente del Governo Netanyahu) ha letteralmente mandato «all’inferno» i riservisti dell’esercito, che per protesta contro la deriva cui l’esecutivo di destra in carica asseriscono stia conducendo il Paese, si rifiutano di presentarsi in servizio.

BRUTTI SEGNALI

Si tratta di un pessimo segnale, poiché costituisce un precedente pericoloso oltreché indicativo dello scollamento in atto. Infatti, Tsahal ha da sempre costituito il principale elemento di coesione nazionale del popolo nello Stato ebraico, ma ora le divisioni nella società trascinano anche i militari, dai gradi più bassi della scala gerarchica ai vertici, tutti preoccupati per la direzione che ha preso il livello decisionale politico dopo il varo di questo governo a guida Likud, appoggiato dalla destra estrema e da partiti religiosi millenaristi. Ma non sono soltanto i generali a prendere nettamente posizione contro Netanyahu, ritenendo la sua compagine governativa una minaccia alla sicurezza e alla democrazia, poiché lo hanno fatto anche non pochi elementi apicali dei servizi di intelligence, come gli ultimi cinque funzionari che hanno diretto il Mossad.

RIPERCUSSIONI A LIVELLO REGIONALE DELLA CRISI ISRAELIANA

Ovviamente, questa deteriorata situazione interna ha avuto ripercussioni sui piani economico e delle relazioni internazionali, in primo luogo a livello regionale, inceppando il processo di apertura di numerosi attori mediorientali nei confronti di Israele. È innegabile che per quest’ultimo ciò sia causa di indebolimento, a tutto vantaggio dei suoi avversari, a cominciare dall’Iran, pronto a ricorrere ai suoi proxi nei teatri più prossimi al territorio dello Stato ebraico. Se Hamas per il momento concentra le sue attenzioni su Gerusalemme e la Cisgiordania, elette quali principali zone di un eventuale prossimo conflitto le cui schermaglie già si ravvisano in questa sanguinosa e strisciante terza intifada. Dal canto suo, Hezbollah minaccia apertamente una possibile rapida invasione dell’Alta Galilea partendo dalle proprie postazioni nel Libano meridionale (dove, va ricordato, è schierata UNIFIL 2, che vede una nutrita partecipazione di militari italiani).

NARRATIVA E REALTÀ

La narrativa del passato ha costantemente rappresentato un Israele che nei momenti più critici è sempre riuscito a ritrovare l’unità sul piano politico, malgrado le profonde differenze e le divisioni. Oggi sembrerebbe non essere più così, a tal punto è giunto nel paese il livello di polarizzazione. Trapelano ipotesi relative a opzione alternative a questo esecutivo fortemente sbilanciato su posizioni oltranziste ed estremiste. Ma quali? E poi Netanyahu le sta davvero esplorando queste ipotesi? Una di esse è quella che vedrebbe Benny Gantz, già capo di stato maggiore delle IDF e leader del partito Kahol Lavan (Blu e Bianco), disponibile a formare una coalizione con il Likud, però, qualora se ne rinvenisse una percorribilità sul piano politico, egli dovrebbe fare in ogni caso i conti con le pressanti richieste della piazza. Inoltre l’opposizione è divisa, con Gantz in contrasto con Yair Lapid.

ASPETTANDO «BIBI»

I fattori dell’equazione sono molteplici, vi rientrano i coloni ebrei in Cisgiordania, la posizione processuale di Netanyahu (sotto processo per corruzione), le pressioni di establishment, high tech e grande stampa. Infine, c’è il rapporto con i palestinesi. A questo punto, in attesa che il primo ministro israeliano giunga a Roma in visita ufficiale (magari per cercare una “sponda” in Giorgia Meloni), si possono delineare i possibili scenari futuri partendo dalle due diverse pieghe che potrà prendere la situazione: una soluzione o una crisi incontrollabile. Allo specifico riguardo, insidertrend.it ha raccolto il parere del professor Ely Karmon, del Centro interdisciplinare di Herzliya (ICT) (A511).

A515 – ISRAELE, POLARIZZAZIONE E CRISI INTERNA: NETANYAHU ATTESO A ROMA, una riflessione sui possibili scenari futuri nello Stato ebraico; si andrà verso una soluzione oppure sarà crisi incontrollabile?
Piloti della El Al e velivoli disponibili permettendo, il prossimo giovedì 9 marzo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu giungerà in visita ufficiale a Roma, dove dovrebbe incontrare il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Un viaggio ha luogo in una fase estremamente delicata per il suo paese, spaccato da una radicale contrapposizione, con più della metà della popolazione che teme dall’esecutivo a guida Likud una deriva antidemocratica. E nel frattempo il terrorismo palestinese non perde l’occasione per alimentare la tensione e le divisioni nel campo avversario seminando morte e provocando la violenta reazione delle componenti più estremiste e oltranziste della società ebraica. Questo mentre l’Iran e i suoi «proxi», affacciati su Israele dal Libano e dalla Striscia di Gaza, osservano il criticizzarsi della situazione attendendo il momento opportuno per colpire. Sulla situazione in atto e i possibili scenari futuri insidertrend.it ha raccolto il parere del professor ELY KARMON, della Reichman University (ICT).
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