25 dicembre 2025, a cura di Ely Karmon, Senior Researcher at the International Institute for Counter-Terrorism (ICT) and lecturer at Reichman University, Herzlyia, Israel, and former advisor to the Anti-Semitism Monitoring Forum of the Israeli Government; le opinioni espresse dall’autore non riflettono necessariamente la posizione ufficiale dell’International Institute for Counter-Terrorism – Il 14 dicembre 2025 una strage è stata perpetrata a Bondi Beach, nella città di Sydney, in Australia. Due uomini armati hanno aperto il fuoco contro le persone che partecipavano a una cerimonia della festività ebraica della Channunnukah, alla quale stavano partecipando un migliaio di membri della comunità ebraica. A seguito dell’azione criminale quindici persone sono state uccise, tra queste anche una bambina di dieci anni e un sopravvissuto all’olocausto nazista di ottantasette anni. più di quaranta persone sono rimaste ferite, tra cui due agenti della polizia australiana.
SPARI SULLA GENTE
Si è trattato dell’attacco terroristico più feroce mai compiuto in territorio australiano, la seconda sparatoria di massa più cruenta nella storia moderna del Paese oceanico dopo il massacro di Port Arthur del 28 aprile 1996, quando Martin Bryant uccise trentacinque persone e ne ferì altre ventitré, l’evento più grave verificatosi nel Nuovo Galles del Sud da decenni. Allora si sospettò che Bryant fosse stato indotto a compiere l’azione criminale da un duplice motivo: il rifiuto dei proprietari di vendergli la proprietà di Seascape e il desiderio contorto di divenire famoso con un gesto del genere. Nel caso dell’attacco terroristico perpetrato a a Sydney durante la festività di Chanukah, si tratta del peggiore massacro della comunità ebraica dopo l’attacco terroristico del 18 luglio 1994 compiuto da Iran e Hezbollah a Buenos Aires, quando gli islamisti radicali distrussero l’edificio di sette piani dove aveva sede l’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA) e la Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA), organizzazioni ombrello della comunità ebraica argentina. Quello che, comunemente noto come attentato all’AMIA, con 85 morti e oltre 300 feriti, permane l’attacco terroristico maggiore nella storia dell’Argentina.
TERRORE A BONDI BEACH
In precedenza, nel settembre 1986 due terroristi dell’organizzazione palestinese di Abu Nidal penetrarono nella sinagoga Neve Shalom di Istanbul durante le funzioni del mattino di Shabbat e aprirono il fuoco con armi automatiche lanciando alcune granate, uccidendo ventidue fedeli ebrei. Il 15 novembre 2003 a Istanbul, due attentatori suicidi affiliati ad al-Qaeda alla guida di camion bomba fecero si fecero esplodere all’esterno delle sinagoghe Neve Shalom e Bet Israel, uccidendo ventitré persone e ferendone trecento. La maggior parte delle vittime erano cittadini turchi, sia di religione islamica che della comunità ebraica turca, e tra i le vittime vi furono anche due guardie di sicurezza. Una settimana dopo l’attacco sono emerse ulteriori informazioni sui responsabili di essa, tuttavia non è ancora chiaro se nella realizzazione dell’azione terroristica abbia operato una cellula di maggiori dimensioni, un gruppo locale oppure un’organizzazione internazionale. Resta il fatto che il contesto politico e sociale australiano è piuttosto evidente, così come l’approccio del governo di Camberra alla specifica minaccia, aspetto che verrà trattato in seguito in questo stesso articolo. Gli autori dell’attacco terroristico di Bondi Beach sono due uomini di origini indiane, padre e un figlio. Il cinquantenne Sajid Akram, cittadino dell’Unione Indiana rimasto anch’egli ucciso nel corso della sparatoria, proveniva dalla località di Tolichowki (Hyderabad) ed era emigrato in Australia nel 1998 con un visto studentesco dopo aver conseguito una laurea in economia nella sua città natale e, in seguito, nel Paese oceanico ospite aveva poi sposato una donna del luogo.
UNA CELLULA TERRORISTICA COMPOSTA DA PADRE E FIGLIO
Suo figlio, Naveed Akram, ventiquattrenne di cittadinanza australiana, ha partecipato all’azione stragista assieme al padre venendo gravemente ferito. Al riguardo va rilevato che non sono frequenti i casi di gruppi terroristici composti da genitori e figli. I più eclatanti che vale la pena ricordare sono quelli del luglio 2024 in Canada, dove le autorità arrestarono padre e figlio a Richmond Hill, nell’Ontario, accusati di avere pianificato un attacco violento per conto di Islamic State. Ahmed Fouad Mostafa Eldidi di sessantadue anni e suo figlio Mostafa Eldidi di ventisei furono imputati di partecipazione ad attività terroristiche e di cospirazione allo scopo di commettere omicidi, con Ahmed Fouad Mostafa che si vide ascrivere anche il reato di aggressione aggravata in relazione a un fatto avvenuto all’estero nel 2015 nel quale risultò coinvolto l’ISIS. I Indonesia nel maggio del 2018 una serie di attentati suicidi compiuti a Surabaya vennero compiuti da intere famiglie: Dita Oepriarto e i suoi due figli, di sedici e diciotto anni, attaccarono tre chiese. Per quanto concerne la strage di Sydney, a carico di Sajid Akram la polizia del Telangana ha reso noto che non risultavano precedenti prima della sua emigrazione in Australia e che la sua famiglia in India ignorava la sua mentalità radicale così come il coinvolgimento in attività terroristiche. Le autorità indiane affermano inoltre che non vi erano elementi in grado di indicare una sua radicalizzazione prima dell’arrivo in Australia.
IL PREDICATORE ISLAMISTA DI BANKSTOWN
A questo punto è interessante concentrare l’attenzione su Naveed Akram, che da adolescente aveva seguito i sermoni del predicatore islamista radicale Wissam Haddad, personaggio che nel 2025 è stato ritenuto responsabile di avere violato le leggi australiane in materia di odio razziale. Ebbene, Naveed Akram si recava regolarmente in preghiera presso l’Al Madina Dawah Centre di Bankstown, dove avevano luogo gli interventi di Haddad. Egli venne ripreso nel 2019 in un video mentre fa proselitismo e distribuisce opuscoli per conto del movimento Street Dawah. In precedenza, la polizia aveva tratto in arresto diversi membri di questo movimento, tra i quali Isaac El Matari, in amicizia con Naveed Akram. El Matari è detenuto in carcere dal 2021 e sta scontando una pena a sette anni di reclusione per avere pianificato un’insurrezione e tentato di procurarsi delle armi da fuoco. Tuttavia, nonostante questi legami appurati tra i due, le autorità di sicurezza australiana non hanno ritenuto Naveed Akram essere un soggetto a elevato rischio in quanto elemento di questa rete islamista radicale. Un alto funzionario del Joint Counter Terrorism Team australiano (JCTT) ha in seguito dichiarato che Naveed era «strettamente legato» a Isaac El Matari, che si era per altro anche autoproclamato comandante di Islamic State (ISIS) in Australia.
RADICALIZZAZIONE E ADDESTRAMENTO ALL’USO DELLE ARMI
In una lunga dichiarazione pubblica rilasciata sull’app di messaggistica Telegram il 19 dicembre scorso, Haddad ha negato le affermazioni secondo cui Akram sarebbe uno dei suoi seguaci definendole «indefinite e fuorvianti», aggiungendo che non era stata prodotta alcuna prova «in grado di dimostrare un legame personale, organizzativo o didattico con Naveed Akram». Wissam Haddad non ha affermato esplicitamente di non conoscere Akram, egli ha soltanto sottolineato l’inesistenza di prove a sostegno della tesi, negando altresì di essere un leader spirituale di ISIS in Australia, argomentando anche in questo caso «che non ci sono prove a sostegno di questa accusa» e, in effetti, al momento non sono emersi indizi sulla sua conoscenza dell’attacco, né di un suo coinvolgimento. Naveed e Sajid Akram vivevano a Bonnyrigg, sobborgo a sudovest di Sydney, a circa un’ora di macchina da Bondi. Poche settimane prima della sparatoria i due si erano trasferiti in un airbnb nel sobborgo di Campsie, a una ventina di minuti di macchina dalla spiaggia dove avrebbero compiuto la strage. Sajid Akram era in possesso di porto d’armi, era membro di un club di tiro e possedeva sei armi da fuoco regolarmente registrate. Suo figlio si era addestrato all’uso dei fucili nello stesso poligono frequentato da suo padre. Durante l’attacco a Bondi Beach essi hanno utilizzato tre armi da fuoco, mentre una quarta è stata rinvenuta nei paraggi. Si tratta di un fucile a canna liscia Beretta BRX1 e due fucili a pompa Stoeger M3000 M3K calibro 12. In seguito, la polizia ha trovato parti stampate in 3D per una componente di un fucile a pompa nella casa di Campsie, oltre ad attrezzature per fabbricare ordigni esplosivi e copie del Corano.
ACCURATA PIANIFICAZIONE DELLA STRAGE
Un video registrato alla fine dell’ottobre 2025 mostra Naveed e suo padre Sajid intenti ad addestrarsi all’uso delle armi da fuoco in una località di campagna, presumibilmente nel Nuovo Galles del Sud (NSW), entrambi si muovevano in assetto tattico e aprivano il fuoco con dei fucili. Inoltre, dopo la strage la polizia ha rinvenuto nel cellulare di Naweed un video girato due mesi prima che ritraeva padre e figlio entrambi armati e con indosso delle magliette nere mentre erano seduti davanti a una bandiera dell’ISIS; appoggiate su un muro alle loro spalle c’erano quattro armi da fuoco a canna lunga; il ragazzo sembrava declamasse versetti del Corano in lingua araba e, in seguito, entrambi rilasciarono dichiarazioni in lingua inglese riguardo alle motivazioni dell’attacco terroristico a Bondi, condannando le azioni dei sionisti. I due avrebbero pianificato l’attacco per diversi mesi e si sarebbero recati al parco sulla spiaggia di Bondi per una ricognizione due giorni prima della strage. Due rudimentali ordigni esplosivi sono stati poi rinvenuti all’interno dell’autoveicolo degli Akram, unitamente a due bandiere dell’ISIS, mentre un terzo è stato invece trovato sulla scena del crimine e bonificati dagli artificieri della polizia. Nel corso dell’attacco, prima di aprire il fuoco con i fucili, Naveed e Sajid Akram hanno lanciato sulla folla quattro ordigni esplosivi improvvisati (tre realizzate con tubi in alluminio e una sferica contenente esplosivo, polvere nera e cuscinetti a sfera di acciaio. Nessuna di queste bombe è poi esplosa, ma la polizia ha in seguito dichiarato che erano però tutti funzionanti.
IL VIAGGIO DEGLI AKRAM NELLE FILIPPINE
Il viaggio di Sajid e Naveed Akram nelle Filippine è probabilmente l’informazione che riveste maggiore interesse riguardo al comportamento dei responsabili della strage a ridosso della data dell’attacco terroristico. Per gli investigatori ha infatti assunto una importanza fondamentale, poiché attraverso di esso si tenta di determinare se abbia avuto una qualche rilevanza di natura operativa con riferimento all’attacco, questo malgrado sia trascorsa più di una settimana dall’attacco e siano emersi dati limitati sulla specifica vicenda. L’ufficio immigrazione di Manila ha reso noto che il soggiorno dei due nel Paese asiatico ha avuto luogo nella città meridionale di Davao dall’1 al 28 novembre, quindi fino a circa due settimane prima della strage di Bondi Beach. In questi ventotto giorni gli Akram si sarebbero allontananti raramente dalla loro camera d’albergo nell’Hotel GV e, quando lo hanno fatto, si è trattato di un’assenza di massimo un’ora, inoltre non hanno ricevuto visite. Essi avevano inizialmente prenotato un soggiorno della durata di sette giorni, poi ripetutamente prolungato. Non hanno lasciato documenti e non hanno utilizzato un veicolo proprio. Il Consigliere per la Sicurezza nazionale delle Filippine, Eduardo Año, ritiene siano rimasti sempre in città, poiché seppure le indagini siano ancora in corso, al momento non si dispone di elementi che inducano a ritenere una loro uscita da Davao.
PERCHÉ DAVAO?
Gli spostamenti dei due al di fuori dell’hotel sono dunque divenuti il centro dell’indagine. Sajid Akram si è recato presso un negozio di armi da fuoco, ma non nel poligono di tiro della città filippina. I quesiti che si pongono gli investigatori sono relativi al perché padre e figlio abbiano ripetutamente prolungato il loro soggiorno a Davao e se stessero aspettando l’arrivo di qualcosa o di qualcuno. Ad avviso di Abubakar Camid, che dirige una moschea non lontano dall’Hotel GV di Davao, non risulta che i due Akram durante il periodo del loro soggiorno a Davao abbiano frequentato la comunità islamica di quel luogo di culto, un aspetto che sarebbe stato confermato dall’esame delle telecamere a circuito chiuso. Secondo la giornalista filippina Carmela Fonbuena, che da anni si occupa di sicurezza a Mindanao (isola storicamente caratterizzata da fenomeni di terrorismo e guerriglia islamista radicale, n.d.t.), «il caso di Bondi dimostra quanto rapidamente le vecchie narrazioni relative alle minacce riemergano dopo attacchi di vasta portata. Tutti si sono resi conto di aver fatto un viaggio nelle Filippine, ma ciò che è accaduto sulla spiaggia di Sydney non ha richiesto un addestramento di tipo militare».
CAUTELE DI MANILA
Ella ha quindi invitato alla cautela prima di formulare tali supposizioni, sottolineando altresì che attualmente «Islamic State opera meno nelle vesti di organizzazione centralizzata e più come un marchio vago, fatto che complica gli sforzi di chi deve distinguere tra attacchi diretti, ispirati o rivendicati opportunisticamente». dal canto suo, un portavoce del presidente Ferdinand Marcos Jr. ha respinto quella che ha definito una «definizione fuorviante delle Filippine quale un focolaio di addestramento dell’ISIS», presa di posizione seguita alla pubblicazione di una notizia secondo la quale gli attentatori di Bondi Beach avrebbero ricevuto un addestramento di tipo militare nel Paese asiatico. L’esercito filippino ha affermato che il numero di militanti legati a Islamic State è sceso a una cinquantina, distribuiti soprattutto nelle province di Mindanao, tuttavia non si sono registrate attività terroristiche di cittadini stranieri negli ultimi anni. Località come Davao, dove si sono recati i terroristi di Bondi Beach, in passato sono state utilizzate dagli jihadisti come punti di incontro e centri logistici, poiché gli consentivano di pianificare, finanziare e coordinare le operazioni integrandosi al contempo nella vita civile.
LA PISTA DELL’ISIS
Per il momento lo scenario relativo all’attacco di Sydney che risulta maggiormente plausibile sembrerebbe essere quello che ne rinviene alla base l’ispirazione, se non addirittura il coordinamento, dell’ISIS. Ma questa ipotesi troverebbe corroborazione qualora venisse dimostrato che il viaggio nelle Filippine degli Akram si sia concretizzato in un incontro con un esponente della filiazione sud-asiatica dell’organizzazione terroristica jihadista. È uno scenario che fonda sui seguenti elementi: il legame di Naveed Akram con Isaac El Matari, autoproclamatosi comandante dell’ISIS in Australia, o con altri membri di una cellula di Islamic State; il video girato nell’ottobre 2025, dunque prima della visita nelle Filippine, in preparazione dell’attacco, seppure le informazioni oggi disponibili non specificano se padre e figlio menzionino la loro intenzione di attaccare la comunità ebraica oppure obiettivi di altro genere; la bandiera dell’ISIS sulla loro auto e il viaggio nelle Filippine, Paese che è focolaio di attività dell’ISIS. Il devastante attacco a una discoteca compiuto a Bali il 12 ottobre 2002, a causa del quale persero la vita più di duecento persone (principalmente turisti australiani), secondo attacco più devastante in termini di morti attribuito ad Al-Qaeda dopo l’11 settembre 2001, fu un campanello d’allarme per i governi della regione e l’Australia non sfugge a questa minaccia, poiché sul suo territorio nel tempo hanno avuto luogo numerose attività di matrice jihadista sunnita.
IL FENOMENO «AUTOCTONO» IN AUSTRALIA
Sam Mullins ha osservato che il terrorismo islamista autoctono si è sviluppato in Australia secondo un modello paragonabile ad altri paesi occidentali, nel suo articolo del 2011, “Australian Jihad: Radicalization and Counter-Terrorism”, mentre Shandon Harris-Hogana e Andrew Zammit hanno analizzato le attività della Jemaah Islamiyah (JI) nel Paese dell’Oceania nel loro saggio del 2014 “Mantiqi IV: Al-Qaeda’s Failed Co-Optation of a Jemaah Islamiyah Support Network” ; infine, Jenni Ryall ha scritto “Why the Threat of ISIS Suddenly Feels Very Real in Australia” nel settembre 2014. Io stesso ho avuto modo di descrivere l’Australia nell’occhio del ciclone jihadista in un esaustivo articolo pubblicato nel 2015 dall’Australia/Israel Review, “Terror Australis”. L’elemento scatenante che mi indusse a estendere quell’articolo fu la crisi degli ostaggi dei giorni 15 e 16 dicembre 2014 provocata da Man Haron Monis a Sydney, che scosse la popolazione australiana e venne seguita in diretta in tutto il mondo. Haron Monis prese in ostaggio diciotto persone al Lindt Chocolate Café, locale sito nel centro della città, paralizzando praticamente la metropoli. La saga televisiva si concluse dopo un assedio di sedici ore, durante le quali due persone furono uccise. Anche Monis rimase ucciso nell’assalto della polizia. Egli era un cinquantenne problematico di origine iraniana che viveva ai margini della comunità musulmana di Sydney e che si presentò come un religioso sciita convertito al sunnismo oltreché attivista per la pace, aspetto che sollevò in seguito la questione se avesse effettivamente agito in nome dell’ISIS.
LESSONS LEARNED? IL CASO HARON MONIS
Paradossalmente (o meglio: ironicamente), all’indomani dell’affare Monis il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop dichiarò nel corso di una propria visita in Iran che il suo paese e la Repubblica Islamica avevano concordato la condivisione di informazioni di intelligence sugli australiani che erano andati a combattere in Iraq (i cosiddetti «foreign fighters», n.d.t.) allo scopo di porre nelle condizioni sia Camberra che Teheran di contrastare l’ISIS. Bishop affermò inoltre che l’accordo con l’Iran sarebbe stato di aiuto nella guerra al terrorismo poiché riteneva che quest’ultimo condividesse con lo Stato australiano le informazioni che stavano cercando. Pertanto, sia il governo di Camberra che le sue agenzie di intelligence, così come i suoi esperti accademici, erano tutti ben consapevoli della minaccia jihadista nonostante la sconfitta di al-Qaeda in Europa e in Afghanistan e dell’ISIS in Siria e Iraq nel 2019. In un editoriale dedicato all’attacco di Sydney, il settimanale di Islamic State “Al-Naba” ha chiarito che misurare la natura dell’organizzazione soltanto attraverso il prisma degli attacchi contro gli ebrei è errato, in quanto le circostanze non hanno ancora consentito uno scontro diretto con gli ebrei, e tuttavia, i suoi sforzi per cercare di pianificare attacchi contro la comunità ebraica in qualsiasi parte del mondo non si sono arrestati. Islamic State ha infatti elogiato l’attacco terroristico di Sydney, criticando al contempo tutti i detrattori che sostengono che ISIS si astenga dagli attacchi contro gli ebrei, deridendo infine «gli sforzi fallimentari dei servizi di sicurezza occidentali nel contrasto degli attacchi contro ebrei e cristiani in Occidente», invocandone ulteriori.
LA PISTA IRAN / HEZBOLLAH
Islamic State invita quindi i suoi agenti e sostenitori ad aderire al jihad contro il nemico malgrado le condanne, sottolineando che nonostante la superiorità tecnologica dei mezzi di intelligence occidentali i suoi sforzi per sconfiggerlo sono destinati al fallimento. Gli jihadisti dell’ISIS sostengono che l’attacco di Sydney ha rivelato come tutte le espressioni di solidarietà degli australiani verso i palestinesi di Gaza «erano false, proprio in ragione delle condanne da loro espresse a seguito dell’attacco di Bondi Beach». Tuttavia, la dichiarazione di Islamic State non contiene alcun indizio che induca a ritenere che l’organizzazione fosse a conoscenza dell’attacco e i suoi autori non vengono elogiati per nome. La pista Iran/Hezbollah: nelle prime ore successive all’attacco, si pensò che Teheran potesse essere coinvolta nell’organizzazione del massacro. In precedenza, nello scorso mese di agosto l’Australia aveva accusato la Repubblica Islamica di essere coinvolta in due attacchi incendiari di stampo antisemita compiuti in territorio australiano, ordinando conseguentemente all’ambasciatore iraniano di lasciare il paese entro sette giorni. Il Primo ministro Anthony Albanese ha poi dichiarato che le informazioni raccolte dall’Australian Security Intelligence Organization dimostravano la direzione da parte di Teheran degli attentati compiuti lo scorso anno contro un ristorante kosher a Sydney e una sinagoga a Melbourne.
IL MOSSAD E GLI ATTENTATI SVENTATI
Alla fine di ottobre il Mossad aveva reso nota la scoperta dei meccanismi alla base di diversi complotti terroristici orditi dall’Iran che erano stati in seguito sventati in Australia, Grecia e Repubblica Federale Tedesca tra il 2024 e il 2025. L’intelligence israeliana ritiene che diverse cellule terroristiche implicate in queste operazioni siano state smantellate e i loro membri arrestati. Secondo l’agenzia, il regime iraniano ha intensificato gli sforzi per colpire i cittadini israeliani e le comunità ebraiche in tutto il mondo a seguito degli attacchi del 7 ottobre. Un alto funzionario del Mossad ha confermato al fornitura di alert alle autorità australiane da parte del proprio servizio segreto. Essi non concernevano in modo specifico l’attacco di Bondi Beach, ma i più ampi sforzi profusi allo scopo di tessere reti terroristiche con l’intento di colpire obiettivi ebraici. «Abbiamo disinnescato alcune bombe a orologeria – ha al riguardo egli dichiarato -, l’obiettivo erano le teste delle persone». La replica di Teheran ha avuto luogo mediante le dichiarazioni postate su X da parte di un portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Baqaei, che ha condannato ufficialmente la strage di Bondi Beach, denunciando come «illegali e criminali le violenze terroristiche e le uccisioni di massa ovunque vengano commesse». Ma in risposta, il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Oren Marmorstein, ha successivamente dichiarato che «il record mondiale di inganni appartiene al portavoce del Ministero degli Esteri iraniano», questo mentre nel frattempo i media iraniani oscillavano tra la descrizione dell’attacco come «un’operazione effettuata sotto falsa bandiera» e la celebrazione del massacro degli ebrei.
INDONESIANI NELLE FILIPPINE E IN AUSTRALIA
L’agenzia di stampa statale iraniana “Mehr News” titolava al riguardo, falsamente, che «il principale sospettato dell’attacco agli ebrei in Australia era il regime sionista», mentre “Tasnim News”, testata giornalistica riconducibile all’IRGC (il Corpo dei Pasdaran, n.d.t.), pubblicava aprendo con il titolo trionfale: «Almeno dieci sionisti uccisi durante la festa di Hanukkah in Australia». Nei resoconti recenti (biennio 2024-2025) non si riscontrano prove di specifici e attivi piani elaborati da Hezbollah allo scopo di colpire interessi occidentali o israeliani in Australia, tuttavia, all’inizio degli anni Duemila e anche in precedenza, la rete globale del movimento sciita libanese aveva preso in considerazione, o comunque tentato di utilizzare il Sudest asiatico, incluse Filippine e Australia, per scopi logistici e operativi. Nel marzo del 1994 venne sventato un attentato suicida che avrebbe dovuto essere compiuto con un camion contro l’ambasciata israeliana a Bangkok, ma cinque anni dopo, a seguito dell’arresto nelle Filippine di Pandu Yudhawinata, terrorista di origini indonesiane, venne alla luce la responsabilità di Hezbollah. Il coinvolgimento di Pandu con l’intelligence di Teheran e poi con Hezbollah risaliva addirittura al 1981, egli ammise di aver acquisito dei passaporti falsi nelle Filippine per un gruppo di reclute indonesiane che Hezbollah intendeva infiltrare in Israele attraverso l’Australia. Un altro piano prevedeva invece l’invio di agenti in Australia, dove si riteneva potessero ottenere il rilascio di passaporti australiani, da utilizzare successivamente per suscitare meno sospetti ai controlli durante i viaggi di spostamento, confidando appunto sul possesso di documenti di espatrio emessi da uno stato occidentale amico di Israele. Venne anche preso in considerazione l’invio di tre affiliati indonesiani per fargli compiere un attacco terroristico (che però poi non venne attuato) contro obiettivi americani ed ebraici nel corso delle Olimpiadi del 2000.
CRITICHE AL GOVERNO DI CAMBERRA
Tanveer Ahmed, musulmano australiano di origini bengalesi, psichiatra, giornalista e presentatore televisivo, ha probabilmente esposto nella maniera migliore l’effetto che ha avuto l’antisemitismo in Australia e l’assenza di azioni efficaci da parte del suo governo riguardo all’attacco terroristico di Sydney, quindi mi assumo la licenza di citare ampiamente un suo articolo: «Gli attacchi non dovrebbero sorprendere – afferma Tanveer -, a pochi giorni dai massacri del 7 ottobre 2023 manifestanti pro-Palestina hanno marciato davanti alla Sydney Opera House scandendo slogan come “affanculo gli ebrei”. Diversi passanti hanno poi testimoniato di avere udito anche cori incitanti al “gas agli ebrei”, e questo è accaduto ben prima che Israele desse avvio a qualsivoglia tipo di risposta militare alle atrocità compiute da Hamas». Un rapporto del Consiglio esecutivo dell’Ebraismo australiano ha rilevato che gli atti antisemiti registrati in Australia sono aumentati del 316% dall’inizio dell’ottobre 2023 al 30 settembre 2024, per un totale di 2.062 episodi. Dai graffiti agli incendi di sinagoghe e altri edifici ebraici, si è assistito a un crescendo di attacchi, alcuni dei quali probabilmente orchestrati dall’Iran. «Il governo ha dichiarato soltanto a parole la necessità di combattere l’antisemitismo – sostiene Tanveer Ahmed -, pubblicando rapporti, tenendo riunioni e nominando un incaricato speciale per il problema», ma nel frattempo ha riconosciuto la Palestina come Stato ed è stato fortemente critico nei confronti delle azioni di Israele. «Ora, queste critiche possono essere giustificate o meno, però non hanno fatto altro che accrescere il senso di insicurezza tra gli ebrei australiani.
ANTISEMITISMO E OSSESSIONE PER L’IDENTITÀ
Al riguardo va rilevato che la comunità ebraica australiana, che conta la più grande popolazione percentuale al mondo (al di fuori di Israele) di sopravvissuti all’Olocausto, ritiene che «il proprio paese sia cambiato» e li abbia «delusi». Quello della strage di Bondi Beach viene considerato uno shock a tal punto terribile da essere simile a quello provato dalla comunità ebraica argentina dopo l’attentato all’AMIA del luglio 1994. Le discussioni sull’antisemitismo si sono sempre più concentrate sull’ascesa di gruppi di estrema destra con connotazioni neonaziste. L’8 novembre, un gruppo di una sessantina di uomini vestiti di nero dalla testa ai piedi si è radunato davanti al Parlamento del Nuovo Galles del Sud, a Sydney, esponendo uno striscione recante la scritta «Abolire la lobby ebraica» e scandendo uno slogan riconducibile a un motto della Hitlerjugend: «Sangue e onore». In effetti, sostiene Tanveer Ahmed, «l’attenzione rivolta ai gruppi neonazisti ha permesso ad accademici, attivisti di sinistra e media progressisti di negare che l’antisemitismo sia particolarmente dilagante e feroce tra le comunità musulmane australiane. Inoltre, l’ossessione della sinistra moderna per l’identità ha reso più facile per loro ritenere “tutti gli ebrei responsabili delle azioni di Israele”. Il confine tra attivismo antisionista e antisemitismo vero e proprio è diventato sempre più labile. La necessità di placare le comunità musulmane, che sono rapidamente cresciute in numero e influenza in tutto l’Occidente, ha portato i governi a mettere da parte le preoccupazioni ebraiche».
LE ACCUSE AL GOVERNO AUSTRALIANO
La Comunità ebraica ha criticato il primo ministro Anthony Albanese per non aver assunto sufficienti misure contro l’antisemitismo. Albanese si è difeso dalle accuse dichiarando ad ABC NewsRadio di aver emanato una serie di provvedimenti tra i quali figura la nomina di un responsabile per il contrasto del fenomeno, l’inasprimento delle leggi contro l’incitamento all’odio e l’incremento dei finanziamenti di progetti per la coesione sociale e le istituzioni ebraiche. Allegra Spender, membro indipendente della Camera dei Rappresentanti australiana per Wentworth (circoscrizione elettorale che include anche la località di Bondi), ha affermato che «i membri della comunità ebraica sono frustrati dalla lenta risposta del Governo federale al tanto atteso piano di contrasto dell’antisemitismo». Ella ha inoltre sottolineato come la risposta tardiva alle raccomandazioni contenute nel rapporto di Jillian Segal (responsabile speciale del governo per il contrasto dell’antisemitismo) «sia stata una misura semplicemente insufficiente», aspetto che spiegherebbe dunque il moto di rabbia nei confronti del Partito laburista all’indomani del massacro. Jeremy Leibler, presidente della Federazione Sionista d’Australia, ha dichiarato al quotidiano “Times of Israel” che la sparatoria potrebbe avere conseguenze durature per la comunità ebraica australiana. «Sto cercando di capire quale impatto avrà», definendo quello di Bondi Beach «uno degli attacchi peggiori contro gli ebrei a livello globale negli ultimi anni», aggiungendo che le preoccupazioni ingenerate dall’antisemitismo stavano già in precedenza inducendo alcuni membri della Comunità ebraica a considerare l’idea di lasciare l’Australia.
RABBIA NEI CONFRONTI DEL PREMIER ANTHONY ALBANESE
Chris Minns, Primo ministro del Nuovo Galles del Sud, è stato invece categorico nella sua reazione al massacro di Bondi Beach. Egli sostiene le richieste di una commissione d’inchiesta «reale» sull’attacco terroristico, ritenendola necessaria al fine di contribuire a prevenire ulteriori fatti del genere. Minns ha altresì annunciato che avrebbe richiamato il Parlamento per accelerare le urgenti riforme in materia di armi da fuoco e di incitamento all’odio, nel quadro della risposta del Governo centrale alla strage. È sua intenzione che il Parlamento conceda al suo governo (quello del Nuovo Galles del Sud) poteri straordinari che gli consentano di vietare, di fatto, le proteste per tre mesi, in particolare quelle nel corso delle quali si scandiscono slogan di incitamento all’odio e si espongono simboli terroristici, sostenendo che le «implicazioni delle manifestazioni pro-Palestina potrebbero emergere evidenti nell’attacco terroristico di Bondi Beach nel quale sono state assassinate quindici persone». Anthony Albanese si è scusato con la Comunità ebraica australiana affermando di sentire «il peso della responsabilità e di comprendere la rabbia della Comunità nei suoi confronti» per l’attacco terroristico, una presa di posizione che ha luogo mentre il Partito laburista inizia a respingere le critiche della coalizione.
GLOBALIZZATE L’INTIFADA
Quando ad Albanese è stato chiesto se avrebbe sostenuto anche lui una commissione d’inchiesta sull’attacco, egli ha risposto che avrebbe appoggiato «qualsiasi azione intrapresa dal governo del Nuovo Galles del Sud» aggiungendo che negli ultimi giorni, erano state annunciate «nuove misure per eliminare la piaga dell’antisemitismo, per fermare i predicatori d’odio, per togliere le armi dalle nostre strade e per garantire che le forze dell’ordine abbiano le risorse necessarie per prevenire futuri attacchi: se la polizia di Londra sta prendendo provvedimenti per arrestare persone per retorica d’odio nel Regno Unito, allora dobbiamo farlo anche qui». Tuttavia, il 22 dicembre più di un centinaio di attivisti pro-Palestina si sono radunati al Municipio di Sydney per protestare contro le misure di repressione delle manifestazioni proposte dal Governo laburista del Nuovo Galles del Sud. Essi hanno osservato un minuto di silenzio per le vittime dell’attacco di Bondi, prima di passare alle critiche allo Stato di Israele e al Governo di Sydney, cantando «Da Gadigal a Gaza, globalizzate l’Intifada». Il Primo ministro Minns ha reso nota la sua intenzione di vietare quello slogan, che egli ha descritto come una forma di «retorica odiosa e violenta».
L’IPOTESI MAGGIORMENTE PLAUSIBILE
Al momento, la spiegazione maggiormente plausibile dell’attacco stragista a Bondi Beach è riconducibile al piano criminale di un padre e un figlio radicalizzati nell’ambito di una cellula pro Islamic Sate attiva a Sydney, due estremisti incoraggiati a compiere l’azione dall’atmosfera antisemita e anti-israeliana che permea l’Australia, frutto delle enormi manifestazioni di protesta contro la guerra nella striscia di Gaza alle quali hanno partecipato arabi, musulmani, gruppi della sinistra radicale e, forse, anche dell’estrema destra. La politica indulgente delle autorità locali e la loro negligenza nei confronti della, pur ben nota, minaccia jihadista sul loro territorio, hanno probabilmente facilitato il disastro. L’attacco è stato pianificato a lungo. Sebbene Naveed Akram fosse sospettato di legami e attività di propaganda all’interno dell’infrastruttura locale islamista radicale ricondotta all’ISIS, si renderà necessario indagare ulteriormente al fine di stabilire se la vera anima dell’attacco stragista fosse Sajid Akram, il padre, colui che deteneva l’arsenale e aveva addestrato il figlio per l’esecuzione dell’azione terroristica. Colui che ha ucciso a sangue freddo la coppia di ebrei che aveva coraggiosamente cercato di fermarlo quando era arrivato con la sua auto sulla scena del massacro, oltreché con il suo comportamento dopo che era stato disarmato dall’eroe musulmano Ahmed al-Ahmed, dimostrando la propria determinazione nel portare a termine la sua azione.
UN FONDAMENTALE QUESITO ANCORA IRRISOLTO
Il fallimento degli ordigni esplosivi, che fortunatamente ha ridotto la letalità dell’attacco, dimostra l’incompetenza dei due terroristi in questo specifico campo. Ma qui, però, ci si deve porre il grande quesito: qual era lo scopo del loro viaggio nelle Filippine? Naveed e Sajid Akram si sono recati a Davao alla ricerca di ordigni esplosivi più letali o armi sofisticate da utilizzare nell’attacco? Hanno incontrato un manipolatore coinvolto nella pianificazione dell’azione terroristica che, magari, ne ha deciso i tempi e l’obiettivo? Tuttavia, finché l’episodio delle Filippine non verrà chiarito permarrà esplorabile l’ipotesi di un’operazione iraniana sotto falsa bandiera. Personaggi di spicco della levatura di Sayf al-Adl, leader de facto di al-Qaeda, vivevano nella Repubblica Islamica posti agli arresti domiciliari, condizione che consentiva loro di condurre operazioni terroristiche. Inoltre, in merito esistono anche segnalazioni di relazioni in corso tra Teheran e il gruppo somalo al-Shabaab, anch’esso affiliato ad al-Qaeda, sostenitori del movimento Houthi nello Yemen. Graeme Wood, redattore della rivista “Atlantic”, che ha scritto ampiamente sull’ISIS durante il suo periodo di massima espansione, ha commentato l’attacco di Sydney nel seguente modo: «Nei prossimi giorni, vorrei sapere come si è svolto il viaggio di queste due persone nelle Filippine: c’è stato aiuto dall’esterno? C’è stato aiuto di Islamic State nelle Filippine? Si ipotizza che ci sia stato un aiuto dell’Iran e, la situazione cambierebbe radicalmente se si scoprisse che c’è stato aiuto dall’esterno e che, quindi, è stato un attacco mirato piuttosto che di quello che a volte viene definito ispirato». Il Governo australiano e le autorità di sicurezza e di intelligence dovranno affrontare rapidamente la mancanza di controllo e di visibilità nell’arena jihadista sunnita, oltre alle ripercussioni che avranno i rivolgimenti politici e sociali provocati dall’antisemitismo e dalle reazioni radicali alla guerra a Gaza. Tuttavia, sembra che le agenzie di intelligence israeliane, che hanno concentrato la loro attenzione sulla minaccia terroristica internazionale iraniana (seppure con grande successo) abbiano però trascurato la crescente minaccia di al-Qaeda e di Islamic State, apertamente indicata nelle loro pubblicazioni fin dall’inizio della guerra nella striscia di Gaza.



