Abu Dhabi, 23 ottobre 2025 – Dalla Casa Bianca, soffermandosi sull’argomento nel corso di una intervista concessa a “Time Magazine”, quest’oggi il presidente americano ha riferito della conversazione con l’elemento apicale dell’Amministrazione nazionale palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a margine del vertice su Gaza che ha avuto luogo a Sharm el-Sheikh all’inizio del mese. «Abbas è rispettato come un saggio – ha dichiarato Trump -, ma i palestinesi attualmente non hanno un leader», facendo così intendere che dalle parti di Washington non ritengono il vecchio leader palestinese che a suo tempo sostituì Arafat alla guida dell’Anp «la persona giusta per guidare la Gaza del dopoguerra». Egli ha poi aggiunto che «i palestinesi non hanno un leader al momento, almeno un leader visibile, e non lo vogliono davvero perché ognuno di quei leader è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco, dunque non è un lavoro promettente».
UN LAVORO PROMETTENTE
Trump ha aggiunto che Abbas «vorrebbe essere coinvolto nel governo della Gaza del dopoguerra», precisando però che la decisione sulla futura leadership del territorio verrà assunta in seguito. Per quanto concerne la figura di Marwan Barghouti, leader della Seconda Intifada (quella di al-Aqsa) proveniente dalle file del Fatah attualmente detenuto nelle carceri israeliane dove sconta la pena a diversi ergastoli e il cui nome riemerge carsicamente ogniqualvolta si parla di un ricambio al vertice dell’Anp, che permane un simbolo della resistenza nell’immaginario collettivo di parte dei palestinesi, Trump ha replicato alla domanda del giornalista di “Time Magazine” che …si era «letteralmente posto questa domanda circa quindici minuti prima della vostra chiamata, quindi prenderò una decisione».
TERTIUM NON DATUR?
Tuttavia, si diceva, mediato da una composita quanto rara coalizione di leader mediorientali raccoltisi attorno a Donald Trump, il piano di pace per la striscia di Gaza in venti punti, seppure tra un miliardo di difficoltà, ha comunque rilanciato i negoziati sulla soluzione dei due Popoli e due Stati quale possibile strada verso una pace auspicabilmente duratura. Ma, come sottolineato da Yusra Asif quest’oggi su “Al Arabiya”, una pace duratura a Gaza dipenderà dalla creazione di uno Stato palestinese, non da cessate il fuoco temporanei. La giornalista emiratina precisando in via preliminare che potrebbe apparire prematuro prendere in considerazione adesso soluzioni che pongano fine al conflitto, gli esperti affermano che rifiutare un paradigma per affrontare il conflitto in assenza di un quadro alternativo per una pace e una sicurezza reciproche sul lungo termine, sottolinea però che l’alternativa sarebbe quella di una violenza perpetua tra israeliani e palestinesi.
PUNTI DI VISTA
A sostegno della propria tesi, ella nel suo articolo ha quindi citato l’opinione espressa da un osservatore israeliano, Haggai Matar, direttore del periodico “+972” (testata il cui nome riprende il prefisso telefonico internazionale dello Stato ebraico e dei Territori palestinesi). «Temo – ha affermato Matar – che ci troviamo in una realtà nella quale sarebbe troppo facile voltare pagina e accettare l’idea di pace e che il cessate il fuoco a Gaza costituisca la fine di tutte le guerre in Medio Oriente. Sarebbe molto pericoloso. È invece essenziale continuare a perseguire una pace duratura basata sulla giustizia». Egli rinviene nella soluzione a due stati un obiettivo realistico ai fini della cessazione di un conflitto che dura da decenni, seppure per perseguirlo si debba affrontare un percorso irto di complessità derivanti da entrambe le parti in causa oltreché da fattori geopolitici che vedono direttamente coinvolti gli Stati Uniti d’America e i Paesi arabi.
DUE POPOLI E DUE STATI
Attualmente Israele oppone un netto rifiuto alla costituzione di uno Stato palestinese (al netto della concreta possibilità di pervenire a una soluzione del genere che vada al di là delle mere dichiarazioni ufficiali in favore), posizione diametralmente opposta a quella di coloro i quali lo ritengono invece una condizione indispensabile per porre fine al conflitto e contribuire a stabilizzare la regione. L’annosa questione dello Stato palestinese è stata sollevata nel contesto dello confronto che c’è stato fra Donald Trump e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi durante il vertice di Sharm el-Sheikh, con il primo che ha preferito evitare di pronunziarsi al riguardo, rinviando, come sovente egli è aduso fare. Insomma, il nodo centrale permane l’autodeterminazione dei palestinesi, che per quanto il decisionismo della Casa Bianca possa incidere sulle dinamiche mediorientali, non intacca la sostanziale ingestibilità della situazione.
ACCORDI E FASI SUCCESSIVE: I PROBLEMI NON FINISCONO
Dunque, occorre una strategia efficace e molta attenzione nell’affrontare la fase successiva ai negoziati, poiché il testo del Piano Trump è chiaro e comporta un duplice intervento, sia nella Striscia flagellata dalla guerra che nella Cisgiordania nominalmente controllata dall’Anp, territorio che la Dichiarazione di New York stabilisce destinato alla unificazione con Gaza, dato che quest’ultima «è parte integrante dello Stato palestinese». Ma, quale sovranità statuale palestinese sarà davvero in grado di governare su questi territori e in quale modo? Nel frattempo Arabia Saudita, Giordania, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno rimarcato il loro sostegno alla creazione di uno Stato palestinese quale «unica soluzione per la sicurezza sul lungo termine» nel Medio Oriente. Riyadh risulta essere un attore chiave ai fini della stabilità regionale e, allo scopo, si è posta assieme alla Francia alla guida di un’alleanza internazionale che favorisca il perseguimento della soluzione dei due Stati.
IL PESO DEL 7 OTTOBRE E DI TUTTO IL RESTO
Mercoledì scorso, intervenendo al Reuters NEXT Gulf Summit ad Abu Dhabi, Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha proposto un compromesso per porre fine al conflitto in Medio Oriente attraverso la creazione di uno stato sostenibile per i palestinesi a fronte della garanzia della sicurezza assicurata a Israele. Una soluzione che, nei termini dell’assunzione di una posizione ufficiale, per quanto simbolica, vede allinearsi anche Regno Unito, Canada, Australia e numerosi altri paesi occidentali. Se le pressioni internazionali esercitate sul Governo israeliano sono sempre più forti, gli ostacoli alla soluzione dei due Stati però permangono. Uno di essi, fondamentale e radicato, va rinvenuto nel profondo sentimento di sfiducia tra israeliani e palestinesi che impedisce il delinearsi di un orizzonte politico stabile che infonda speranza nei due popoli e ponga nelle condizioni di negoziare sui temi della sicurezza, di Gerusalemme, sui rifugiati e il resto.
GIUDEA, SAMARIA E VOTI DEI COLONI
Una soluzione, quella dei due Stati, sarebbe quindi praticabile esclusivamente disponendo di tempo e in condizioni di stabilità, ma nel frattempo molte cose sono cambiate e i mutamenti sono tuttora in corso ed è prevedibile che non conosceranno un arresto. La composizione sociale e politica di Israele è variata sensibilmente, ad esempio, quale conseguenza della intensiva politica degli insediamenti colonici ebraici nel West bank (Cisgiordania) che ha caratterizzato la strategia politica di Benjamin Netanyahu negli ultimi anni. Il consenso elettorale di questa componente della società israeliana ha finora garantito una maggioranza alla Knesset (quindi la sopravvivenza) al vacillante esecutivo formato da likudnìk ed estrema destra ebraica. A questo vanno aggiunte le questioni relative alla sicurezza e ai mutamenti di natura demografica. Su questo aspetto Trump è stato oltremodo chiaro: «Non permetterà a Israele di annettere la Cisgiordania, altrimenti, se lo facesse perderebbe il sostegno degli Stati Uniti».
IPOTESI E PROSPETTIVE
Il presidente americano lo ha ribadito oggi: «Non accadrà perché ho dato la mia parola ai paesi arabi», dopo che mercoledì scorso la Knesset aveva approvato due proposte di legge sull’annessione del Territorio palestinese militarmente occupato da Tsahal. fatto sta, che in ogni caso la costruzione di insediamenti ebraici in quello che era il West bank è in rapida espansione dal 2022, anno in cui Bibi è andato al potere sostenuto dalla sua coalizione di ultranazionalisti e messianici. Una politica dello stato di fatto che mette una pietra sopra alla ipotesi di una confederazione formata da due stati indipendenti (e democratici) che condividerebbero in qualche maniera il territorio tra il fiume Giordano e il Mediterraneo (l’ormai noto dal Fiume al Mare…) accordandosi sullo status di Gerusalemme, sui rifugiati palestinesi e sulle risorse.



