RUSSIA, dossier aperti e «colpi di palazzo». E se in realtà l’avvelenamento dell’oppositore Alexej Navalny fosse stato un sottile attacco alla leadership di Vladimir Putin?

Tra le numerose ipotesi circolanti sul caso, inevitabilmente strumentalizzate dagli operatori della disinformazione e dalla propaganda, raramente la stampa ha esplorato quella della possibile eterogenesi dei fini: colpire il «kagebeshnìk» del Cremlino mentre vive una fase di grave crisi. Insidertrend.it ne ha parlato con TIBERIO GRAZIANI, presidente del Vision Global & Trends International Institute for Global Analyses, che tuttavia si dice scettico al riguardo

È indubbio che la crisi in atto a Minsk abbia prepotentemente aperto un ennesimo dossier per Mosca. Infatti, dopo quelli ucraino, siriano, caucasico e, volendo, financo siberiano, al Cremlino si sono trovati a dover fare i conti anche con la controversa riconferma alla presidenza di Aleksander Lukashenko in Bielorussia, con le conseguenti proteste di piazza e le dure repressioni, uno sviluppo che non poteva non alimentare lo scontro con l’Occidente.

Putin si trova nelle mani un ordigno che deve necessariamente maneggiare con estrema delicatezza, poiché, nel caso la situazione a Minsk dovesse degenerare, non potrebbe certo permettersi l’apertura di un nuovo fronte ai confini con la Polonia (cioè con la NATO) del tipo di quello del Donbass.

Egli è ormai al potere da molti anni e, nelle intenzioni, si è proiettato al mantenimento di esso almeno per un ulteriore mandato.

La solitudine dell’uomo al comando. Ma intanto il terreno sotto i suoi piedi inizia a divenire sempre più scivoloso. È vero, ha conseguito dei (onerosi) successi sul piano internazionale nel suo «estero vicino», conferendo nuovamente alla Russia voce in capitolo in teatri per lei di importanza vitale (la Siria e i suoi porti sul Mediterraneo) o, comunque, estremamente funzionali (la Libia).

La situazione appare sempre più proteiforme e il Paese inizia a vivere una fase di crisi. A influire negativamente sono vari fattori: il crollo dei prezzi petroliferi, la pandemia di Covid-19 che precipita la Russia in una serie di difficoltà sui piani economico, politico e amministrativo; inoltre, la conseguente (ma in realtà già in nuce) dinamica centrifuga, nei fatti determina l’affermarsi di centri decisionali alternativi decentrati che spesso scavalcano il centro.

La Siberia, scrigno delle risorse minerarie ed energetiche della Russia, lamenta sempre più a gran voce lo sfruttamento di ricchezze (complessivamente oltre il 50% di quelle dell’intera Federazione) i cui proventi derivanti dall’utilizzo e dalla commercializzazione ritornano soltanto in minima parte sul territorio dal quale sono state ricavate.

Decremento sensibile dei redditi, eccesso di burocrazia, diffusa corruzione e accentuato potere dello Stato centrale sono fattori che avrebbero iniziato a indebolire Vladimir Putin intaccandone la popolarità. Questo in una fase nella quale permane l’incognita sulla sua futura successione al Cremlino, che, per quanto ulteriormente prorogabile, prima o poi dovrà avere luogo.

Nel frattempo si sono create fratture all’interno del sistema di potere moscovita, finora ritenuto un solido monolite?

È ancora davvero così forte il suo gruppo dirigente, come vorrebbe far sembrare l’ex kagebeshník di Leningrado, oppure si è andato gradualmente riducendo a una «cerchia di intimi zelanti e yesman

Interrogativi ai quali soltanto il tempo potrà fornire una risposta, che però stimolano alcune riflessioni controcorrente, al limite forse dell’azzardo fantapolitico, che inducono a formulare un ulteriore interrogativo: E se in realtà l’avvelenamento dell’oppositore Alexej Navalny fosse stato un sottile attacco alla leadership di Vladimir Putin?

Colpo gobbo a Mosca. Già, potrebbe essere la trama di un B-movie di spionaggio, tuttavia, il particolare contesto venutosi a creare con l’instabilità del regime di Lukashenko, unita alla debolezza del leader russo ingenerano persino il sospetto che dietro all’avvelenamento al Novičok dell’oppositore numero uno del Cremlino possa esserci la mano di qualche elemento espressione di una cordata divenuta avversaria dell’ex ufficiale dei servizi segreti che frequentò l’Accademia Andropov.

Seppure si tratti di una ipotesi fantasiosa essa prende tuttavia spunto dalla possibile eterogenesi dei fini di diversi portatori di interessi, eterogenesi dei fini rinvenibile alla base dell’azione compiuta ai danni di un oppositore, un uomo sì, a capo di una collaudata struttura capillarmente articolata sul territorio ed emblematizzata dalla Fondazione per la lotta alla corruzione, ma in declino sul piano della presa sull’opinione pubblica, almeno secondo quanto asseriscono alcuni osservatori delle vicende russe.

Ma allora cui prodest? È convenuto a Putin e alla sua cerchia tentare di fare fuori in quel modo una figura come quella di Navalnj?

E ancora: una decisione del genere – l’eliminazione fisica o l’invalidamento del principale oppositore politico nel Paese – si sarebbe potuta prendere senza l’assenso del Cremlino, soprattutto dopo i casi Livtinenko e Skripal?

Se è vero (come è vero) che in Russia sono in atto dinamiche che pongono in difficoltà il presidente della Federazione e il gruppo di potere a lui più vicino, dove quest’ultimo viene attaccato sia da destra che da sinistra, quale interesse poteva avere ad attentare alla vita di Navalnj in questo momento?

Perché innescare uno scontro a tal punto acceso con la Germania compromettendo, per altro, la praticabilità dei residui spazi di manovra sul terreno delle relazioni internazionali con i Paesi occidentali?

Berlino non può assolutamente compromettere i propri rapporti con Mosca, evidenti ragioni di stabilità continentale e insopprimibili necessità sul piano dell’approvvigionamento di materie prime, principalmente energetiche, depongono a favore del mantenimento di buone relazioni.

Infatti, di fronte alle incertezze poste dalla nuova equazione energetica regionale, seppure ci si possa orientare sempre più in direzione delle importazioni di gas naturale liquefatto qatarino o americano, la Russia con le sue condotte permane un referente obbligato.

A maggior ragione se i tedeschi dovessero uscire totalmente e presto (?) dall’elettrogenerazione nucleare, anche a fronte di un sensibile incremento della loro quota da energie rinnovabili. Insomma, malgrado tutte le manovre dell’amministrazione Trump, Berlino resta ancora dipendente dal gas russo, che per altro rappresenta il suo più importante sostituto di fonte nell’attuale fase di transizione energetica.

Allora sorge spontanea una ennesima domanda: quanto inciderebbe sull’economia di un paese altamente industrializzato come la Germania un eventuale blocco (nel segmento praticamente quasi ultimato dell’ultimo miglio) del gasdotto North Stream 2?

Cosa si stanno dicendo in questo momento la Merkel e i rappresentanti della Siemen, assieme a tutti quegli altri stake holder che insieme ai russi (che ne detengono una quota pari al 51%) fanno parte del consorzio che sta realizzando la pipeline?

Un timing perverso. In assenza di una rappresentazione certa del quadro della situazione, al netto della retorica di circostanza ciò che davvero conta sono gli elementi che si riescono a carpire leggendo tra le righe.

Come quelli estrapolati dalle indignate dichiarazioni rese nella giornata di ieri dal ministro degli esteri tedesco Heiko Mass, che ha ventilato addirittura la possibilità di un blocco del progetto comune come risposta all’avvelenamento di Navalny. Una posizione in netta controtendenza con quella (dogmatica si potrebbe affermare) del Partito socialdemocratico nel quale milita e del quale faceva parte l’ex cancelliere Gerhard Schröder, artefice dell’intesa energetica con Putin e parte della dirigenza di Gazprom.

Ma non sono tanto queste le parole che stimolano gli scenari complottistici di certa stampa (come insidertrend.it…), quanto quelle di certi esponenti del partito di governo che esprime l’attuale cancelliera, una formazione politica divisa al proprio interno che, se per bocca di alcuni suoi esponenti di spicco marcatamente “falchi” sostiene a gran voce la posizione del ministro degli esteri, altri invece, più sommessamente, parlano di una «sospensione» del progetto, magari biennale.

Ebbene, quante cose possono succedere in un contesto instabile come quello attuale in due anni? Molte.

La Merkel è a fine mandato (manca un anno) e ha dichiarato che non si ricandiderà alla guida della Repubblica federale tedesca, con grande preoccupazione per il futuro dell’Unione europea. A novembre negli Usa si voterà alle lezioni presidenziali, con tutte le conseguenze sul piano internazionale di una eventuale riconferma di Donald Trump alla Casa Bianca e, nel frattempo, la regione del Medio Oriente e Nord Africa diviene sempre più instabile.

A Mosca Putin è logorato dalla situazione, mentre la Russia viene stressata dalla pandemia di coronavirus e dalla crisi economica. Qualcuno, nei palazzi del potere, potrebbe dunque averci fatto anche un pensierino e, approfittando di un timing perverso e dell’eterogenesi dei fini di portatori di diversi interessi, tutti antagonisti dell’attuale inquilino del Cremlino, per facilitare lo “scivolo” verso la pensione dell’uomo forte al comando, ma sempre più in solitudine. Magari facilitando il lavoro di una parte dell’Occidente che lo vorrebbe fuori gioco.

Ecco chi potrebbe avere armato di Novičok la manina dell’avvelenatore di Navalnj… ma si tratta soltanto di una ipotesi fantasiosa.

A264 – RUSSIA, AVVELENAMENTO NAVALNY: E SE FOSSE L’INIZIO DEL «COLPO DI PALAZZO» CONTRO PUTIN? Nella condizione di difficoltà e di solitudine che vive oggi il Presidente della Federazione russa qualcuno potrebbe averne approfittato anche dall’interno per indebolirlo ulteriormente in vista di una sua possibile sostituzione al comando.

Tra le numerose ipotesi circolanti sul caso, inevitabilmente strumentalizzate dagli operatori della disinformazione e dalla propaganda, raramente la stampa ha esplorato quella della possibile eterogenesi dei fini: colpire il «kagebeshník» del Cremlino mentre vive una fase di grave crisi. Insidertrend.it ne ha parlato con TIBERIO GRAZIANI, presidente del Vision Global & Trends International Institute for Global Analyses, che tuttavia si dice scettico al riguardo.

Egli infatti si orienta più sulla questione energetica e sulle manovre statunitensi per colpire la Russia e spaccare l’Unione europea, che per l’attuale inquilino della Casa Bianca rappresenta un temibile avversario sul piano economico e, in prospettiva, forse anche su quello politico sullo scacchiere internazionale. (7 settembre 2020)

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