MEDIO ORIENTE, guerra a Gaza. La Lega Araba chiede ad Hamas il disarmo

Una importante novità che delinea un quadro caratterizzato da aspettative diverse da quelle che (almeno nella retorica ufficiale) ispiravano la politica e la propaganda del passato. Di fatto, la Lega Araba avrebbe dunque voltato le spalle all’organizzazione palestinese filiazione dei Fratelli Musulmani. Il generale Giuseppe Morabito analizza scenari e prospettive che scaturirebbero dalla eventuale, seppure oltremodo difficile, accettazione di una tale proposta

4 settembre 2025; a cura di Giuseppe Morabito, generale dell’Esercito italiano in ausiliaria e membro del Direttorio della NATO Defense College Foudation – Da alcuni giorni è stata resa pubblica (senza la dovuta eco sui principali organi di stampa internazionali) la dichiarazione congiunta emessa dalla Lega Araba, che per la prima volta condanna esplicitamente l’attacco terroristico di Hamas compiuto il 7 ottobre 2023 e chiede inoltre al gruppo armato islamista radicale palestinese di «disarmarsi e porre fine al suo controllo della striscia di Gaza». Si tratta di un documento che è molto più di una nota diplomatica, infatti esso evidenzia il mutamento radicale dell’atteggiamento del mondo arabo sia in relazione alla causa palestinese che alla questione relativa all’esistenza dello Stato di Israele.

MUTAMENTO RADICALE

Dopo decenni di sostegno esplicito, o di silenzio strategico, la maggior parte dei Paesi arabi ha ora decisamente preso posizione, fatto che suggerisce che venga data priorità alla stabilità regionale e agli interessi nazionali dei singoli Stati, piuttosto che alla solidarietà ideologica con un gruppo terroristico. Questo cambio di approccio andrebbe inoltre ricondotto alla più ampia tendenza in atto alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Gli Accordi di Abramo, sottoscritti ai tempi della prima presidenza di Donald Trump, hanno fatto emergere la propensione a edificare legami diplomatici ed economici con lo Stato ebraico (e le sue imprese tecnologicamente avanzate) al fine di promuovere la stabilità regionale e contrastare l’influenza iraniana, seppure attualmente ridimensionata a seguito dei recenti eventi bellici.

STRATEGIE AFFATTO OCCULTE

L’attacco terroristico perpetrato il 7 ottobre aveva condotto il processo avviatosi con gli Accordi di Abramo a un brusco arresto e, si ritiene non a torto, che quella stessa orribile operazione organizzata e portata a termine dagli islamisti radicali sunniti di  Hamas, sia stata resa possibile da potenti attori regionali che avevano tutto l’interesse a fare naufragare le intese tra Israele e i Paesi arabi, in primo luogo l’Arabia Saudita. Chiedendo il disarmo di Hamas e la fine del controllo autoritario della striscia di Gaza, la Lega Araba sta di fatto rimuovendo uno degli ultimi grandi ostacoli ai tentativi di normalizzazione del Medio Oriente. Una iniziativa informata al desiderio collettivo di riprendere la strada dell’integrazione e della cooperazione regionale, percorso ritenuto essenziale ai fini della sicurezza e della prosperità collettiva nel lungo termine.

IL DISARMO DI HAMAS

Di fatto, la Lega Araba avrebbe dunque voltato le spalle all’organizzazione palestinese filiazione dei Fratelli Musulmani. Non si tratta solo di un cambiamento in termini retorici, bensì la possibile base per un riposizionamento strategico che ridisegnerebbe il panorama mediorientale. Una decisione interpretabile attraverso l’analisi di diversi fattori, dei quali il principale è la rinnovata, seppur ancora debole, spinta in direzione della soluzione «a due Stati» del conflitto arabo-israeliano. Per anni, lo spietato controllo di Hamas sulla striscia di Gaza, unitamente al suo statuto, che prevede al primo punto la distruzione dell’entità sionista (lo Stato di Israele), ha costituito l’ostacolo principale a ogni significativa iniziativa di pace. Ma oggi la Lega Araba ha assunto una posizione che accetta il principio che uno Stato palestinese possa esistere soltanto con un governo unico e unificato da parte dell’Autorità nazionale palestinese.

UN MESSAGGIO CHIARO

Il messaggio è chiaro ed è indirizzato in primo luogo a Israele: le capacità militari di Hamas non sono strumento di una forma di resistenza, ma una minaccia esistenziale all’idea stessa di Nazione palestinese. A venire scelta è dunque la via dello stato politico e del rigetto del terrorismo. Si tratta di una sostanziale scelta strategica. La condanna pubblica dell’attacco del 7 ottobre risulta di per sé uno spartiacque. Mentre da molti Stati arabi inizialmente sono pervenuti messaggi ambigui, le dimensioni del sanguinoso attacco e il successivo catastrofico conflitto nella striscia di Gaza, hanno indotto a mutare i termini dell’approccio alla questione. La dichiarazione della Lega Araba è un riconoscimento che l’attacco terroristico è stato un fallimento strategico, poiché esso non solo non è riuscito a far progredire la causa palestinese, ma l’ha decisamente ostacolata.

MISCELA DI TIMORI E CONFORMISMO

Questa pubblica da Hamas costituisce un momento di rottura con la regola non scritta, ma da sempre rispettata nella politica del mondo arabo, sulla base della quale la resistenza palestinese, indipendentemente dai suoi metodi, non andava mai criticata apertamente. Un atteggiamento dettato da timori di ritorsioni, conformismo e convenienze che ora, evidentemente, non regge più come un tempo. La catastrofica crisi umanitaria a Gaza è inoltre fonte di esercizio dell’enorme pressione sui governi dei Paesi arabi affinché agiscano. La guerra seguita al pogrom perpetrato da Hamas, ha generato enormi sofferenze tra la popolazione civile palestinese, sfollamenti e una crisi umanitaria. La dichiarazione della Lega Araba, pur condannando apertamente le azioni militari poste in essere dallo Stato di Israele, è stata concentrata sulle responsabilità in capo agli islamisti radicali di Hamas nella perpetuazione del conflitto.

L’APPELLO

L’appello al gruppo terroristico a cedere il potere viene prospettato quale passo indefettibile al fine di porre fine al conflitto e consentire la distribuzione su vasta scala degli aiuti umanitari alla popolazione palestinese. A esso si aggiunge ovviamente la prospettiva della ricostruzione della Striscia, che andrebbe di pari passo nel percorso verso un futuro migliore per la gente di Gaza. Questa enfasi sull’imperativo umanitario riflette la profonda preoccupazione di tutto il mondo per l’immensa sofferenza nel Territorio palestinese, oltre che il desiderio di trovare una via d’uscita dall’attuale crisi. Tuttavia, la dichiarazione della Lega Araba è indirizzata, sì ad Hamas, ma anche ai suoi sponsor, in particolare il Qatar e la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che hanno svolto (con una certa ambiguità) il ruolo di mediatori e che ora si vedono costretti a schierarsi su posizioni comuni agli altri Stati arabi. Un nuovo allineamento che potrebbe indurli a usare la loro influenza per esercitare le necessarie pressioni su Hamas affinché accetti i termini della dichiarazione.

ANALISI DI SCENARIO

Hamas ha oggi perduto gran parte degli armamenti e dei combattenti addestrati, miliziani che, seppure venissero rimpiazzati dagli arruolamenti, più o meno forzati, nella Striscia, non porrebbero l’organizzazione politico-militare islamista nelle medesime condizioni nelle quali si trovava al momento dell’attacco terroristico del 7 ottobre. Ma questo non vuole certamente dire che l’annunciata occupazione militare di Gaza City da parte di Tsahal sarà un’operazione semplice e senza eccessive perdite. Forse possibile, data la attuale ridotta capacità operativa di Hamas, ma in ogni caso troppo impegnativa per uno Stato delle dimensioni e nelle condizioni di Israele.

SVOLTA STORICA NEL MEDIO ORIENTE

La svolta della Lega Araba nei confronti di Hamas è sia uno sviluppo, guidato esso da una rivalutazione pragmatica delle cose, sia un suggerimento affinché si eviti la perdita ulteriore di vite umane. Ovviamente, ci vorranno orecchie sensibili in grado di ascoltarla. Le ragioni alla base del documento vanno ricercate nella speranza che si possa ancora aspirare a una soluzione del problema palestinese con attraverso la coesistenza di due Stati, prendendo finalmente coscienza delle conseguenze distruttive e disumane dell’attacco terroristico del 7 ottobre. Il desiderio espresso tra le (perfettamente leggibili) righe è quello della stabilità e della normalizzazione delle relazioni con Israele, associate alla preoccupazione derivante dalla terribile crisi umanitaria in atto nella striscia di Gaza. Qualora fosse si tratterebbe di una svolta storica in grado di ridisegnare il panorama politico mediorientale nel segno della pace duratura.

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