SOCIETÀ, statistiche e analisi. Presentato al Parlamento il Rapporto annuale Istat per il 2022

Le cifre fornite dall’istituto nazionale di statistica rendono un quadro difficile della realtà sul piano economico ed occupazionale; il peso del «caro bollette» e l’azione calmieratrice posta in essere dal Governo Draghi. In assenza di erogazione di sussidi il tasso di povertà nel Paese sarebbe stato di dieci punti maggiore

Presentato al Parlamento il Rapporto annuale Istat per il 2022, tra i temi analizzati rientra ovviamente quello dell’incremento dei prezzi di petrolio e gas naturale e dei conseguenti rincari in bolletta: nei primi mesi dell’anno si sono attestati rispettivamente a 1,6 e a 6,8 volte il livello medio pre-pandemia rilevato nel 2019; anche i prezzi delle produzioni agricole hanno registrato una forte crescita, con il prezzo del grano che è quasi raddoppiato rispetto al medesimo periodo considerato, mentre quello dei fertilizzanti è addirittura triplicato. Riguardo alla povertà, dal rapporto emerge che, in assenza di erogazione di sussidi (quali ad esempio il Reddito di cittadinanza), nel 2020 si sarebbe riscontrato un dato maggiore di dieci punti percentuali, quindi un 28,8% a fronte del 18,7% invece attualmente rilevato.

LAVORATORI POVERI E OCCUPATI VULNERABILI

Quattro milioni di dipendenti del settore privato guadagnano meno di 12.000 euro l’anno, mentre il Paese ha il più basso numero di dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione d’Europa. Il rapporto rileva come quasi in due milioni di famiglie l’unico componente occupato sia un lavoratore non-standard, cioè a tempo determinato, collaboratore o in part-time involontario. Questi occupati vulnerabili sono ormai quasi 5 milioni, pari al 21,7% del totale, 816.000 dei quali ritenuti «doppiamente vulnerabili», in quanto risultano sia a tempo determinato o collaboratori, sia in part-time involontario.

SALARI E POTERE D’ACQUISTO

Per quanto concerne i salari il Rapporto Istat rileva come la crescita dei prezzi osservata dalla seconda metà del 2021 al maggio 2022, in assenza di ulteriori variazioni al rialzo o al ribasso potrebbe determinare a fine anno una variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo pari al più 6,4 per cento. Senza rinnovi o meccanismi di adeguamento ciò comporterebbe una sensibile diminuzione delle retribuzioni contrattuali in termini reali che, a fine 2022, tornerebbero sotto i valori del 2009.  Lo calcola l’Istat nel Rapporto annuale. Già nel 2021 la risalita dei prezzi al consumo aveva portato a una diminuzione delle retribuzioni reali superiore a un punto percentuale, dunque è stata erosa quasi totalmente la crescita del 2020. Intervenendo questa mattina all’assemblea annuale dell’Associazione bancaria italiana, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha definito «confortante» il fatto che i salari stiano crescendo meno dell’inflazione.

INFLAZIONE, DISUGUAGLIANZE, RIDUZIONE DIPENDENTI PUBBLICI

La forte accelerazione dell’inflazione rischia di acuire le disuguaglianze nel Paese, poiché la riduzione del potere d’acquisto risulta particolarmente marcata proprio tra le famiglie con forti vincoli di bilancio. Per questo gruppo di famiglie, nel marzo scorso la variazione tendenziale dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo è risultata pari a +9,4%, cioè 2,6 punti percentuali più elevata dell’inflazione misurata nello stesso mese per la popolazione nel suo complesso. Il prolungato blocco delle assunzioni e le riforme pensionistiche hanno portato a una riduzione del pubblico impiego di 200.000 occupati negli ultimi vent’anni e all’innalzamento dell’età media di poco meno di 6,5 anni fino a 49,9 anni nel medesimo periodo. Tra le economie europee per le quali sono disponibili dati comparativi, sia pure con le cautele di un simile confronto, i dipendenti pubblici in Italia sono i meno numerosi in rapporto alla popolazione (5,6 ogni 100 abitanti) e i più anziani.

GIOVANI E VECCHI

Ripercussioni sul mercato del lavoro: nel 2021 sono stati poco più di 7 milioni i giovani della fascia 18-34 anni che vivono in casa con i genitori (il 67,6%), rispetto al 2019, prima della pandemia c’è stato un aumento di 3,3 punti. Si tratta di un dato ben al di sopra della media europea, che è pari a un giovane su due. Crollo dei matrimoni e delle nascite, ancora non del tutto superato. C’è anche questo effetto tra le conseguenze della pandemia, che ha avuto un impatto rilevante su tutte le componenti della dinamica demografica: la perdita di popolazione ascrivibile alla dinamica demografica negativa è stata pari a 658.000 residenti tra il gennaio 2020 e la fine del dicembre 2021, mentre il deficit è risultato doppio rispetto a quello riscontrato nel biennio 2018-2019 (-296.000 unità). La bassa natalità insieme a una marcata longevità fanno dell’Italia un paese sempre più vecchio. Al primo gennaio 2022 l’indice di vecchiaia (anziani di almeno 65 anni su 100 giovani di età inferiore ai 15 anni) è risultato pari al 187,9 %, incrementatosi in due decenni di oltre 56 punti percentuali, mentre nel prossimo ventennio si prevede un ulteriore aumento di oltre 100 punti, che condurrà al 293% nel 2042.

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