ISRAELE, forze di difesa. Le criticità di Tsahal chiamano in causa i vertici della struttura

Due tragici incidenti hanno caratterizzato le recenti attività dello strumento difensivo dello Stato ebraico: l’uccisione di un palestinese di settantotto anni e la morte di due soldati delle forze speciali a causa di «fuoco amico». Ora viene richiesta a gran voce un’autocritica pubblica o, quantomeno, una presa di posizione da parte del capo di stato maggiore Aviv Kochavi

Una richiesta di pubblica autocritica e di scuse che si leva proprio in coincidenza di un importante incontro, il primo avuto dall’ambasciatore statunitense Tom Nides con il capo di stato maggiore israeliano, generale Aviv Kochavi, che ha avuto luogo ieri presso il quartier generale delle Israel Defence Force (IDF) di Kirya, a Tel Aviv, durante il quale, tuttavia, l’alto ufficiale di Tsahal non si è potuto esimere dal fare le proprie scuse al diplomatico americano per la morte di Omar Abdalmajeed As’ad, l’anziano palestinese dalla cittadinanza statunitense brutalmente aggredito da una pattuglia di militari in forza al battaglione Haredi della Brigata di fanteria Nahal dell’Esercito israeliano.

DUE TRAGEDIE E LE RISPETTIVE INCHIESTE

L’argomento relativo ai due differenti episodi, l’incidente occorso ai due operatori dell’unità speciale Sayeret Egoz che si stavano addestrando nel Negev e la violenza di cui è stato vittima l’anziano palestinese in Cisgiordania, è stato affrontato senza remore anche da Amos Harel, columnist del quotidiano progressista “Haaretz” in un fondo pubblicato il 4 febbraio scorso. Nel suo analitico articolo (https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-israeli-soldiers-must-hear-this-from-their-commander-1.10590575). In particolare, il giornalista si è soffermato sulle criticità emerse negli ultimi tempi dall’universo militare del suo paese, che hanno portato le autorità dello Stato ebraico a istruire due diverse attività di indagine sui fatti, i cui risultati – seppure nel caso dell’episodio delle morti per «fuoco amico» si ritiene che debbano venire ulteriormente approfondite – sono stati comunicati a Kochavi, che ora si trova dunque in una difficile posizione.

IL CASO AS’AD

Omar Abdalmajeed As’ad era un cittadino americano, padre di sette figli che attualmente risiedono negli Stati Uniti, paese dove il loro padre era emigrato negli anni Settanta stabilendosi con la propria famiglia a Milwaukee, nel Wisconsin. Nel 2012 aveva poi fatto ritorno in Palestina. La sua morte è avvenuta presso il villaggio cisgiordano di Jiljilya, non lontano da Ramallah, lo scorso 12 gennaio, trovato cadavere al mattino dopo che la sera precedente era stato fermato da una pattuglia di militari israeliani in forza al Battaglione Haredi della Brigata di fanteria Nahal, un’unità formata da ebrei ortodossi (appunto haredim). L’anziano palestinese – secondo alcune testimonianze raccolte in seguito al fatto – sarebbe stato brutalmente trascinato fuori dall’autovettura nella quale si trovava dai militari e quindi ammanettato con una fascetta di plastica e poi lasciato sul terreno, dove è rimasto anche dopo l’allontanamento della pattuglia.

METODI BRUTALI

L’anziano palestinese, che al momento del suo rinvenimento non presentava ferite, è deceduto a causa di un infarto, probabilmente provocato in lui (che era cardiopatico) dalla forte emozione generata dal suo maltrattamento. I militari che ne hanno effettuato il fermo si sono discolpati asserendo che l’uomo aveva opposto resistenza a un loro controllo e che al momento del loro rilascio egli era ancora vivo.

Attualmente la divisione investigativa criminale della polizia militare sta riesaminando il caso e, al termine di quest’appendice istruttoria, i risultati verranno trasmessi all’avvocatura generale militare. Nel frattempo il capo di stato maggiore ha rimosso i due giovani ufficiali ritenuti responsabili, cioè quelli che al momento del fatto comandavano la compagnia e il plotone del Battaglione Haredi.

«FUOCO AMICO» NEL NEGEV

Nel caso invece del Sayeret Egoz (noto anche come Unità 621) si è trattato di un controverso e tragico errore di alcuni militari in servizio con questa unità d’élite organicamente dipendente dal Comando centrale di Tsahal, un reparto a particolare vocazione al contrasto della guerriglia, alla ricognizione in profondità e alle operazioni speciali del quale facevano parte i due ufficiali uccisi, i maggiori Ofek Aharon e Itamar Elharar.

Nella sua analisi Harel sottolinea come diverse ma convergenti problematiche affliggano attualmente i reparti di fanteria, alcuni dei quali vengono qualificati come «d’élite». Ricostruendo i fatti, il giornalista ha rimarcato una carenza di professionalità da parte di coloro i quali hanno eseguito la missione consistente nell’inseguimento di alcuni beduini che avevano rubato delle armi da un deposito dell’esercito.

IL FENOMENO DEI FURTI DI ARMI

Le sottrazioni di materiali militari, come appunto le armi individuali, non costituiscono certo una novità nelle forze armate israeliane, tuttavia, negli ultimi tempi il fenomeno ha conosciuto una fase incrementale in particolare nelle aree di addestramento del Negev e del deserto della Giudea, aspetto che ha conseguentemente indotto i vertici delle IDF ad ampliare le regole di ingaggio esercitando al contempo pressioni sui comandanti di livello inferiore affinché prevengano più efficacemente i furti.

Una dei risultati di queste determinazioni è stato però l’ingenerarsi di timori tra i giovani ufficiali e i militari di truppa, che si sono sentiti obbligati a contrastare il fenomeno a qualsiasi prezzo, uno stato d’animo che, con ogni probabilità,  è stata una concausa della tragedia delle scorse settimane, quando un ufficiale di Egoz ha sparato contro Aharon e Elharar uccidendoli.

CRITICITÀ SISTEMICHE

Per questo episodio è stata richiesta l’espulsione dall’esercito del responsabile e, se ciò avvenisse, si tratterebbe di un provvedimento eccezionale almeno per gli ultimi anni, poiché in questi casi lo stato maggiore tende a limitare le radiazioni di ufficiali. Ma, nello stesso stato maggiore israeliano, serpeggia ormai la convinzione che si sia di fronte a criticità di natura sistemica nelle unità di fanteria e in quelle speciali, infatti, parte dei vertici ritiene che nelle IDF ci sia una «inflazione» di unità d’élite, «il cui status preciso – come eccepisce nel suo articolo Harel – non è stato precisato nel corso degli anni». Un patata bollente che scotta nelle mani di Kochavi, ufficiale che ha avviato un processo di grandi modifiche nello strumento difensivo israeliana, ma che oggi è investito dell’assunzione di scelte risolutive su queste problematiche e nel minore tempo possibile, anche perché i militari in servizio sentono il peso di questo clima, foriero di frustrazione e sofferenze, gravare su di loro.

Condividi: