DOSSIER. Franco africano: moneta neocoloniale o strumento di sviluppo? il dibattito aperto da Jean Léonard Touadì sulle pagine di “Nigrizia”, periodico dei comboniani

Franco CFA, la moneta della discordia. Il dibattito intorno al franco CFA è vivace e suscita passioni collettive in Africa e nella diaspora africana nel mondo. Un dibattito che coinvolge tutti, dalle autorità politiche agli intellettuali, dagli analisti economici alle persone semplici nei bar e nelle case, e che divide tra quelli che pensano che si tratti di una scelta libera e consapevole dei paesi africani e coloro che stigmatizzano il carattere neocoloniale dei rapporti tra la Francia e le sue ex colonie.

   Nigrizia, Jean Léonard Touadi (25GEN19) – Circa sessant’anni dopo le indipendenze conquistate dalla Francia nel 1960, 15 paesi del continente utilizzano ancora la vecchia moneta coloniale nata nel 1945 e che si chiamava Franc des colonies Francaises d’Afrique de l’Ouest et d’Afrique Centrale. Era la moneta di riferimento dei due blocchi coloniali francesi nel continente: la cosiddetta Africa occidentale francese (Aof) con capitale Dakar; e l’Africa equatoriale francese (Aef) con capitale Brazzaville.

   Solo al momento delle indipendenze la moneta cambiò la denominazione in Communauté financiere africaine per gli Stati dell’UEMOA (Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale) che raggruppa otto paesi (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo); e in Cooperation financiere en Afrique centrale per gli Stati della CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale). A questi 14 Stati si aggiungono le Comore la cui moneta è agganciata anch’essa all’euro tramite la Banca di Francia.

   Ciascuna di queste due aree monetarie possiede una banca centrale: la Banca centrale dell’Africa centrale basata a Yaoundé (Banque des Etats de l’Afrique centrale – BEAC) e la Banca centrale dell’Africa occidentale (Banque centrale des Etats de l’Afrique Occidentale – BCEAO). La popolazione complessiva coperta da questa moneta è di 155 milioni, su una popolazione africana di 1,2 miliardi di abitanti.

   Ma come funziona il franco CFA? È interessante capire il suo meccanismo di funzionamento prima di rendere conto del dibattito intorno al suo mantenimento, riforma o/e abolizione. Il franco ha una parità fissa con l’euro, pertanto il suo valore fluttua automaticamente insieme a quello della moneta europea. È la banca centrale di Parigi che, attraverso un accordo di cooperazione monetaria, garantisce la convertibilità illimitata del franco CFA.

   In contropartita le banche centrali della zona del franco CFA devono depositare il 50% delle loro riserve di cambio presso il tesoro francese, in un conto detto “delle operazioni”. Nel 2015 questo deposito ammontava a 14 miliardi di euro, remunerato annualmente con un tasso d’interesse fisso dello 0,75%. La convertibilità include anche la trasferibilità di questa moneta che significa, per le imprese multinazionali che vi operano, una facilitazione che non trovano in altri paesi del continente. A causa di questi legami stretti, quattro amministratori francesi sono nei consigli di amministrazione delle due banche centrali con diritto di veto.

   Vantaggi e punti deboli. Per i paesi che partecipano alla zona del franco CFA il primo vantaggio innegabile è la stabilità monetaria che mette al riparo dall’inflazione che corrode il potere d’acquisto delle popolazioni. Il tasso d’inflazione dell’area è del 3%, contro un tasso d’inflazione medio in Africa a doppia cifra. Queste economie hanno una moneta credibile a livello internazionale, una garanzia di sicurezza per i mercati. Inoltre, i 15 paesi della zona CFA hanno imparato nel corso dei decenni a lavorare insieme, coordinando i loro regimi fiscali e doganieri, attuando politiche comuni di disciplina monetaria e di bilancio, e attrezzando in comune le loro rispettive aree, per meglio attrarre investimento. Questo lavoro potrebbe essere una buona palestra per la moneta comune africana quando sarà varata.

   Ma secondo i detrattori gli inconvenienti superano i vantaggi, a cominciare dal punto più sensibile, ossia quello della sovranità monetaria che va di pari passo con la sovranità politica. In effetti, avere soggettività politica ed economica senza la leva monetaria, appare impossibile. Si parla di un processo di neocolonialismo che introduce dalla finestra monetaria ciò che era uscito dalla porta delle indipendenze.

   Molti non esitano a parlare di “asservimento monetario”. È uscito un libro nel 2016 a cura di alcuni intellettuali ed economisti africani e francesi sul franco CFA dal titolo molto eloquente: “Sortir de la servitude monetaire. A qui profite le franc CFA? (Uscire dalla servitù monetaria. Chi beneficia del franco CFA?). Un libro che ha come obiettivo di aprire il dibattito in Africa e in Europa, di discutere i cambiamenti istituzionali e politici, per rispondere alle esigenze dei 15 paesi della zona CFA.

   Attraverso un’analisi serrata, gli autori stigmatizzano il funzionamento della moneta: l’eccessiva dipendenza dalla banca centrale di Parigi, la parità fissa, la struttura oligopolistica del settore bancario nei paesi dell’area, gli ostacoli all’esportazione per l’eccessiva forza dell’euro da cui dipende il franco CFA e l’incapacità sostanziale di questa moneta di assicurare lo sviluppo dei 15 paesi dell’area, 11 dei quali classificati dalle Nazioni Unite tra i piu’ poveri del pianeta.

   Gli stessi dirigenti africani non negano il carattere anacronistico di questo strumento monetario e della subalternizzazione che comporta. Idriss Deby del Ciad, Macky Sall del Senegal e altri si sono pronunciati apertamente per il superamento di questo meccanismo per andare verso una “moneta africana” dai contorni ancora indefiniti, per ora.

   E la Francia? In un dibattito con gli studenti dell’Università di Ouagadougou, Emmanuel Macron ha dichiarato che la decisione appartiene ai dirigenti africani. Correzioni, riforma o soppressione del franco CFA sono decisioni africane che la Francia accetterà. Una vera e propria sfida – non si sa quanto sincera ma pronunciata pubblicamente – che attende di essere raccolta dalla classe dirigente africana. Un’occasione persa è stata il varo della Zona africana di Libero scambio, lanciata l’anno scorso dal presidente di turno dell’Unione Africana Paul Kagame. Zona di libero scambio e moneta unica dovevano fare parte di un unico pacchetto di riforme per avviare il mercato unico con autentica libera circolazione dei beni e delle persone, e la fine della balcanizzazione monetaria che costituisce un vero e proprio freno agli scambi intra-africani.

   Immobilismo e mancata visione del futuro influenzati dalla Francia? Non credo nello strapotere della Francia oggi nel continente. Pur restando ancora molto viva, la “francafrique” (quell’intreccio perverso di interessi opachi e di interferenze politiche di Parigi in Africa con l’attiva complicità dei dirigenti africani) ha perso smalto ed incisività dopo il genocidio ruandese, la svalutazione unilaterale del franco CFA del 1994, la sanguinosa crisi ivoriana, e soprattutto l’onnipresenza degli interessi cinesi nel continente.

   Tocca agli africani ritrovare, in questo come in altri settori, soggettività e visione del proprio futuro e dei propri interessi. Altrimenti quando non sai dove andare, qualcun’altro ti dirà dove andare e in che modo farlo. 

(FOTO: turismo.it)

Condividi: