Udine, 4 gennaio 2026; a cura di Gianluca Ruotolo – Nell’ottantesimo anniversario della Liberazione un testimone racconta la vita a Udine dal 1943 al 1945: si tratta del generale Ugo Bari, classe 1934.
GIANLUCA RUOTOLO – Prima di parlare di storia, ci vuoi dire qualcosa di te?
UGO BARI – Mi chiamo Ugo Bari e sono nato a Udine nel 1934 da una famiglia di veneti con un fratello e una sorella oltre a me. Ho frequentato le scuole a Udine fino all’Istituto tecnico industriale Malignani prima di entrare all’Accademia militare di Modena. Nell’Esercito ho fatto tutto una vita fino al grado di generale, poi mi sono dedicato ad attività di consulenza prestate ad aziende industriali italiane.
Parliamo di quando eri ragazzo a Udine, del 25 luglio e dell’ 8 settembre 1943, oltreché della storia della tua famiglia.
Ho una serie di ricordi dei miei dieci anni, in particolare quando sono rimasto da solo sotto i bombardamenti nella ultime fasi della guerra. Mi trovavo a Udine con mia sorella, in quanto mio padre cercava di svolgere la sua attività lavorativa, mentre mia madre era assente per aiutare mio padre e successivamente mio fratello, ormai passato dalla parte dei partigiani. Lei cercava di salvaguardare la vita di noi figli garantendoci la sopravvivenza, ma fu solo la Liberazione a riportare un po’ di pacificazione nella famiglia.
Qual era la tua vita familiare all’epoca?
Una vita molto disordinata. Avevamo un caposaldo che era mia nonna, la mamma di mio papà, la quale viveva con due sorelle, le due zie. Erano un punto di riferimento per noi ragazzi, poiché potevamo rifugiarci da loro per ricevere un conforto e qualche volta anche un piatto di minestra. Così abbiamo superato la difficoltà di questo periodaccio.
Allora tu sei del 1934 mentre tuo fratello era del 1924, dunque più grande di te di dieci anni. Lui come è diventato partigiano? E come si è svolta la sua vicenda nella Val d’Arzino?
Mio fratello si è diplomato maestro nel 1944. Non era stato chiamato a fare il militare perché aveva fatto un concorso per diventare allievo ufficiale. Sulla base di un racconto familiare che ascoltai quando ero bambino, la cui fondatezza però non è del tutto accertata, avevano preso tutti i diciottenni incorporandoli in un battaglione per mandarli a effettuare un rastrellamento nella zona sopra Cividale. Gli ufficiali ritennero una follia portare dei ragazzi inesperti a combattere contro i partigiani di Tito, che erano ormai assuefatti alla clandestinità e alla violenza, così il reparto si disgregò e mio fratello passò con i partigiani italiano nell’Alto Friuli, nei canali della Valle dell’Arzino e delle Prealpi, dove sarebbe rimasto fino alla fine della guerra. Mia madre andava a cercarlo per portargli del cibo almeno una volta alla settimana. Lui era andato in montagna con indosso soltanto la camicia di tela e i pantaloni, non aveva nient’altro e si stava avvicinando l’inverno. Allora la mamma, preoccupata, si caricò lo zaino di indumenti di lana e si avviò a piedi verso la montagna superando anche il Tagliamento camminando su due corde che attraversano il letto del fiume, dato che i ponti erano stati distrutti. A un certo punto dovette smettere perché era stata individuata e non poteva più muoversi liberamente. Però, nel frattempo la situazione era cambiata e la lotta partigiana era divenuta ufficiale, mutando anche l’atteggiamento della gente.
A un certo punto tuo fratello è stato arrestato dai tedeschi a Gemona e tuo padre era andato a cercarlo…
No, secondo quanto ho sentito non venne arrestato, ma fermato quando si era disgregato il Battaglione del Cividalese. Tutti quei ragazzi si erano dati alla fuga e lui era stato intercettato da una pattuglia tedesca. Fu in quel frangente che rischiò di venire o fucilato o impiccato per diserzione. Papà ha saputo che era stato fermato, allora è andato là per salutarlo e vedere se poteva salvarlo in qualche modo. Sembra incredibile ma mio padre venne arrestato perché il ragazzo era stato liberato e lui non aveva una giustificazione riguardo alla fonte dell’informazione della cattura del figlio. Venne rinchiuso in un vagone per essere deportato in Germania, ma per fortuna i ferrovieri aprirono il vagone prima che entrasse in Austria e da lì tutti fuggirono. Tra questi anche lui, che raggiunse Udine a piedi. In quel periodo i bombardamenti erano continui e le forze alleate erano già arrivate oltre Bologna e si stavano dirigendo verso Padova. Si sentiva ormai l’odore della sconfitta.
A Udine la situazione quale era?
A Udine la situazione era molto caotica e non cercavano più quelli che erano scappati dal treno o di partigiani e disertori. Ormai si era nella fase finale della guerra, con un «si salvi chi può» sia da parte dei fascisti che dei tedeschi. Papà poté rientrare senza eccessivi fastidi. Poi vi fu un po’ di tensione per un paio di mesi, quindi seguì il crollo totale del fronte e la resa delle truppe germaniche.
Ti ricordi nella tua cerchia di amicizia giovanili altre persone che hanno avuto esperienze diverse dalle tue? Te lo chiedo perché la gioventù era cresciuta sotto il fascismo, ma alcuni venivano da famiglie con idee politiche diverse da quelle del regime…
Devo dire che in famiglia non c’è stata mai una vera convinzione politica e in quei momenti si badava più che altro alla sopravvivenza, al lavoro. Il problema era la vita di mio fratello, che tra tutti noi era quello più esposto. Mio padre, già in età avanzata, conservava qualche piccola entratura nell’Esercito, per cui lavorava, di conseguenza ha avuto l’ambiente militare sempre dalla parte sua, senza avere mai problemi politici o di altro genere. In quel periodo c’era un caos completo e noi ragazzi si badava alla sopravvivenza, fatta eccezione per qualche radicale che sventolava la sua poesia politica, ma senza più convinzione. Purtroppo si viveva alla giornata. C’era il problema di salvare la vita dai bombardamenti continui su Udine e tutto il Friuli, inoltre dalle pattuglie di rastrellamento, che erano repubblichine più che tedesche, poiché i tedeschi erano impegnati a contrastare l’avanzata degli angloamericani. Ma i primi si erano andati un po’ addomesticando per la paura di essere poi trattati con meno riguardo.
E i tuoi vicini di casa: la famiglia Mauro la famiglia Salvi?
Nella famiglia Mauro c’ erano due fratelli uno si chiamava Elio e uno si chiamava Gino. Elio aveva l’età di mio fratello ed era un compagno di classe, quindi ci frequentavamo. Anche le famiglie avevano un rapporto e mia madre, devo dire, che nonostante le idee politiche contrastanti era diventata una serena amica della Mauro, perché lei era una donna corretta che si comportava bene. Restava l’idea politica totalmente diversa: mia madre era molto legata alla Chiesa mentre l’altra era una convinta comunista.
Voi eravate cresciuti nelle organizzazioni giovanili del regime?
Noi siamo vissuti più che altro nelle associazioni cattoliche, quindi non eravamo entrati direttamente in vicende politiche. Mio fratello, per ragioni di età e di situazione, aveva dovuto accettare una certa vita. Per mia sorella fu diverso, aveva sette anni e, comunque, le donne non erano molto lanciate in politica, anzi tutt’altro. All’epoca erano quelle che curavano la casa la pulizia e l’ordine eccetera, erano più che altro casalinghe. I fratelli Mauro in seguito sono diventati esponenti del Partito comunista italiano. Almeno Elio, perché Gino era di sinistra ma non certamente quanto Elio, che invece divenne un esponente di spicco del Partito a Udine.
E invece la famiglia Salvi, i tuoi vicini di casa?
Con Brunetto Salvi giocavamo a calcetto a palline per strada. Suo padre era un sottufficiale più orientato verso la destra, diciamo verso il Partito fascista repubblicano. Era un maresciallo maggiore ormai a fine carriera non aveva mai rotto le scatole diciamo così però vestiva la divisa che era un simbolo del Partito.
Ma tu dovevi stare attento a non parlare della vicenda di tuo fratello con i Salvi, con loro certi argomenti non li potevi trattare…
Non li ho mai trattati e non ne ho parlato. Io ero amico del figlio e quindi per me andare a giocare con lui a casa sua era un fatto normale: in lui non vedevo un avversario ed era una cosa reciproca. Mi chiedeva ogni tanto: «Ma tuo fratello dov’è?» Io gli rispondevo di non saperlo, perché è andato a Cividale con un reparto e non sapevo dove si trovasse. Restavo sempre nel vago, seppure mio padre e mia madre avessero il terrore che mi lasciassi sfuggire delle informazioni. Temevano che potessi essere un veicolo di notizie in grado di nuocere alla famiglia e alle nostre vite.
Ma tu cosa sapevi davvero della vita di tuo fratello partigiano?
In quella zona sono state compiute tutta una serie di operazioni di sabotaggio contro ponti e strade e anche lui probabilmente aveva partecipato ad alcune azioni, come quella del danneggiamento del ponte di Pinzano. Tuttavia, non attaccarono mai reparti nemici, agendo più che altro sulla difensiva per evitare che i tedeschi entrassero nella valle. Si trattava di atti di disturbo, non disponevano di grandi mezzi e restavano piuttosto nascosti. Venivano riforniti dagli aerei americani che gli lanciavano materiali col paracadute. Munizioni poche, perché gli americani dei partigiani non si fidavano, quindi mandavano roba da mangiare, vestiario, equipaggiamenti e altro, ma munizionamento e armi molte poche. Per quelle, i partigiani dovevano prenderle facendo qualche rastrellamento o in qualche caserma isolata portando via un po’ di fucili. Infatti erano molto male armati. Dopo le azioni si disperdevano sulle montagne perché avevano una buona conoscenza del territorio: pernottavano in un luogo e poi si spostavano in un altro. I tedeschi non andavano a cercarli, per farlo si sarebbero dovuti impegnare in attività di rastrellamento molto estese. Non gli interessava più, stavano perdendo la guerra.
Siamo nel 1944…
Sì, eravamo nel 1944. La popolazione li vestiva e li aiutava fornendo loro conforto in tante occasioni. Mio fratello è stato ospite nella casa di Armida, a Cassacco. Era un’amica di mia madre, si erano conosciute prima della guerra quando erano ricoverate in ospedale assieme. Mio fratello era in montagna, ma quando hanno fatto il rastrellamento è dovuto scendere a valle, dove ha vissuto una settimana in casa sua.
Gli ultimi mesi dell’occupazione come si sono svolti?
La vita a Udine era diventata molto difficile. Dopo il bombardamento del 24 dicembre del 1944 la città era diventata una fiamma totale. Hanno bombardato per non so quante ondate. Un fuoco. Noi avevamo conosciuto una contadina che per fortuna ci ospitò in casa sua come sfollati. Fu a Pozzuolo del Friuli. Siamo andati tutti con un carro e con un cavallo che ci aveveno prestati, me lo ricorderò sempre. Mia madre, io e mia sorella e mio padre che conduceva: non lo aveva mai fatto e si dovette arrangiare. Abbiamo percorso a piedi undici chilometri, era una delizia a poter camminare liberamente in campagna. Siamo arrivati a Pozzuolo con quattro carabattole dove siamo rimasti fin tanto che è finita la guerra. Facemmo rientro a casa nel settembre del 1945.
Quando è finito tutto?
Mah… c’è stato un momento di caos direi non si capiva più chi era pro e chi era contro. Ci si incontrava e non ci si scambiavano più cattiverie. Ci si evitava magari un po’, ma non era più neanche astio. E qui, devo dire che è stata utile la vita sociale delle parrocchie, poiché noi ragazzini siamo tornati al catechismo, alle riunioni e ai giochi, insomma: i piccoli hanno cominciato a ritornare nell’alveo delle loro amicizie, mentre i grandi si sono stancati di essere l’uno contro l’altro. Avevo ormai tredici anni.
Al suo ritorno tuo fratello ha trovato lavoro?
Sì, lo hanno agevolato a trovare un lavoro presso un’organizzazione di riordino delle Infrastrutture e delle documentazioni delle scuole. Ha anche insegnato per qualche anno come maestro alle elementari, poi ha continuato come impiegato del Provveditorato agli Studi di Udine.
E i fratelli Mauro nel dopoguerra che cosa hanno fatto?
Il famoso Elio Mauro, amico abbastanza intimo di mio fratello, era un vero politico, come si diceva allora «un convinto comunista». Alla fine Gino è andato all’estero, mentre Elio ha trovato lavoro nell’organizzazione politica del Partito comunista.
Prima di diventare ufficiale di carriera come consideravi la guerra civile appena conclusa?
La guerra era finita e noi avevamo fatto già tutte le scuole elementari, alcuni anche iniziato le medie. Devo dire che eravamo già maturi e gli adulti parlavano con noi come se fossimo grandi. Comunque erano tempi diversi. Una volta io e mia sorella siamo rimasti da soli in casa per una settimana intera anche sotto i bombardamenti continui: questo significava farsi le ossa nella vita. Vedevamo la politica come qualcosa che rompeva l’anima ed era meglio lasciarla ad altri, era meglio lavorare, mangiare e finalmente vivere.
Adesso come guardi a quel passato?
È stata un’esperienza traumatica per tante ragioni perché ho visto morire dei miei amici. Ho visto gente sanguinante a terra sotto i bombardamenti. E anche perché ho visto il cervello del nonno del mio caro amico Enzo di Donna spiaccicato sulla parete da uno scheggia piombata nella stanza della casa dove lui lavorava. L’onda d’urto gli aveva sfondato il cranio, era attaccato contro la parete. Io allora avevo nove anni, non ricordo se fosse il 1944 o il 1945. È un’immagine che anche adesso se chiudo gli occhi rivedo. Fu tremenda. Da ragazzi abbiamo fatto delle esperienze che avrebbero turbato anche persone mature, ma erano cose all’ordine del giorno. Giravamo sotto i mitragliamenti, sapevamo che quando l’aereo si abbassava bisogna buttarsi a terra e noi stavamo lì ad aspettare che succedesse. Temevamo i caccia, le coppie di velivoli che di giorno venivano giù e mitragliavano le strade se vedevano movimenti. Era quasi terrorismo. Di quelli avevamo paura. L’aereo Pippo invece veniva di notte e non si sentiva, il buio aiutava. Tutto questo è successo a Udine, per fortuna solo negli ultimi mesi quando eravamo sulla linea del fronte.
Con quale pensiero ci lasci dopo questa conversazione di stasera?
È un remember è una qualche cosa che mi viene anche senza raccontarla, vedo una scena e mi ricordo tutto.
Un episodio…
Non c’era il pane e mi ricordo che con mia sorella per una settimana abbiamo mangiato gallette vecchie spaccate a pezzi. Eravamo in casa io e lei, dato che mia madre era quasi sempre a cercare mio fratello partigiano e mio padre non c’era quasi mai perché lavorava. Io e mia sorella vivevamo queste esperienze che adesso comunque si ripetono, basti pensare alle tante guerre che ci sono in giro. Queste scene, questi episodi ci seguono e io non ho difficoltà a raccontarle perché le rivedo, le ho davanti agli occhi. Mi ricordo ancora quell’aereo che si è abbassato su Piazza Garibaldi e si è infilato dentro la casa di un caro amico, tutto l’aereo completo, si vede che il pilota non ha saputo richiamarlo. Succedeva nella via sulla destra che sale in piazza XX Settembre, io ho ancora la fotografia ma soprattutto vedo ancora l’aereo che si infila perché sono scene che non si possono dimenticare. Come l’altra con il cervello di quell’uomo spiaccicato sulla parete. E pensare che io ero un ragazzino e adesso sono passati ottant’anni dalla fine della guerra e dalla Liberazione. Certe cose non si cancellano, restano con noi per sempre.


