IRAQ, sicurezza. Forze militari Usa nel Paese: il bluff di al-Sudani sul loro ritiro

Al Pentagono si sostiene ormai da tempo che le truppe americane si trovano in Iraq al solo scopo di prevenire il ritorno dell’Isis, ragione per la quale mantengono uno stretto rapporto con le forze di sicurezza locali. Alla fine del 2021 i due governi avevano annunciato il passaggio del dispositivo militare statunitense a un ruolo puramente consultivo, segnando così la cessazione ufficiale della missione di combattimento

a cura di Shorsh Surme, pubblicato su “Panorama Kurdo” il 13 febbraio 2024, https://www.panoramakurdo.it/2024/02/13/iraq-al-sudani-dice-di-coler-allontanare-i-militari-usa-ma-bleffa/ Le richieste fatte a Washington di rimuovere le proprie truppe dall’Iraq sono aumentate in seguito all’attacco ceffettuato dalle forze statunitensi con un drone il 4 gennaio scorso, che ha provocato la morte di un membro della milizia filoiraniana a Baghdad.

NEGOZIATI SULLA PRESENZA MILITARE AMERICANA IN IRAQ

Il primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani ha detto in privato ai funzionari statunitensi di voler negoziare per il mantenimento delle forze americane nel paese, nonostante il suo recente annuncio che avrebbe avviato il processo di rimozione delle stesse dal paese. I suoi consiglieri hanno rassicurato i funzionari di Washington riguardo al fatto che quella dichiarazione andava considerata soltanto come «un tentativo di soddisfare la popolazione Irachena, poiché lo stesso primo ministro «rimaneva impegnato» a negoziare la futura presenza della coalizione in Iraq. La volontà el governo di Baghdad di mantenere le truppe americane nel paese risulta fondamentale per l’amministrazione Biden, infatti, gli Stati Uniti la considerano importante non solo ai fini della prevenzione di una rinascita di Islamic State (Isis), ma anche del contrasto dell’influenza iraniana nella regione.

LA DIFFICILE POSIZIONE DI AL-SUDANI

A questo punto, qualsiasi decisione assunta da al-Sudani che porti a una espulsione delle forze armate americane dall’Iraq potrebbe minare anche gli sforzi della Casa Bianca per impedire una estensione della guerra attualmente in corso nella striscia di Gaza. A Washington è stato quindi comunicata la disponibilità a discutere sul mantenimento dei militari americani nel Paese arabo, ma è tuttavia possibile che le macchinazioni politiche che determinano le dinamiche interne al parlamento di Baghdad costringano il primo ministro a una scelta opposta, costringendo gli americani ad abbandonare l’Iraq. Al riguardo, per il momento il Consiglio di Sicurezza nazionale non ha commentato gli sviluppi della vicenda e lo stesso ha fatto il Dipartimento di Stato.

I RAID STATUNITENSI DEL 4 GENNAIO

I raid effettuati il 4 gennaio in risposta agli attacchi contro le basi militari statunitensi in Iraq e Siria, ha provocato l’eliminazione di Abu Taqwa, leader di Harakat al-Nujaba, milizia sostenuta dalla Repubblica Islamica dell’Iran che tecnicamente è parte della Forza di sicurezza irachena. Nell’immediatezza dell’azione militare, i gruppi iracheni allineati con Teheran hanno chiesto al governo di cacciare gli americani. Il Dipartimento alla Difesa Usa ha in seguito reso noto di non essere intenzionata al ritiro delle forze dall’Iraq e, inoltre, di non conoscere alcuna notifica in proposito trasmessa dal governo iracheno. «Siamo lì su invito del governo iracheno», ha dichiarato lunedì scorso alla stampa il maggiore generale Pat Ryder, portavoce del Pentagono.

PER IL MOMENTO NESSUN DISIMPEGNO

Non è la prima volta che il governo di Baghdad afferma pubblicamente una futuro allontanamento delle truppe americane dal Paese, lo aveva già fatto nel gennaio del 2020 a seguito dell’uccisione del comandante militare iraniano Qassem Soleimani da parte delle forze armate statunitensi, quando il parlamento iracheno votò una risoluzione per porre fine alla presenza militare di Washington in Iraq, che tuttavia non trovò mai applicazione. Al Pentagono si sostiene ormai da tempo che le truppe americane si trovano in Iraq al solo scopo di prevenire il ritorno dell’Isis, ragione per la quale mantengono uno stretto rapporto con le forze di sicurezza locali. Alla fine del 2021 i due governi avevano annunciato il passaggio del dispositivo militare statunitense a un ruolo puramente consultivo, segnando così la cessazione ufficiale della missione di combattimento.

LE RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA IN ATTO NELLA STRISCIA DI GAZA

Ma si è trattato di una operazione dalle finalità principalmente simboliche a beneficio dell’opinione pubblica, visto che gli Stati Uniti mantengono tuttora in Iraq 2.500 militari in Iraq, mentre 900 sono operativi in Siria, anche loro ufficialmente impegnati nella contrasto di Islamic State. Le relazioni tra Washington e Baghdad sono sempre più sotto pressione, soprattutto a seguito dell’attacco compiuto contro Israele da Hamas il 7 ottobre dello scorso anno. Da quando l’esercito dello Stato ebraico ha invaso la striscia di Gaza, le milizie sostenute dall’Iran in Iraq e Siria hanno lanciato più di 120 attacchi con droni e razzi contro le truppe statunitensi. Tre militari sono rimasti feriti, uno in modo grave, in un attacco di droni il giorno di Natale, azione rivendicata poi dalla milizia filoiraniana Kataib Hezbollah.

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