TAIWAN, elezioni politiche. Tra meno di dieci giorni l’isola alle urne, con Pechino che cerca di condizionare il voto

Anche se il 13 gennaio il Kuomintang riuscisse a vincere nelle urne, sarebbe altamente improbabile che ciò soddisfi le aspettative cinesi di un rapido processo di riunificazione, con la probabile conseguennza che aumenterebbero le dimostrazioni di forza di Pechino. Pressioni che ingenererebbero un clima oltremodo difficile per Taiwan e la US Navy, anche alla luce della legge fatta approvare da Xi Jinping, che consente all’Armata di Liberazione Popolare di usare la forza nelle acque anche «soltanto rivendicate» dalla Cina comunista

a cura di Giuseppe Morabito, generale in ausiliaria dell’Esercito italiano e membro del direttorio della NATO Defense College Foundation – La Repubblica di Cina-Taiwan è al centro dello scontro tra quella parte di mondo basato sulle regole occidentali e guidato dagli Stati Uniti e la rinascita dell’ordine internazionale comunista cinese nella regione dell’Indo-Pacifico.

VENTI DI GUERRA SOFFIANO IN PACIFICO?

In termini pratici, la questione di Taiwan avrebbe il potenziale per innescare una guerra tra Washington e Pechino. Negli ultimi otto anni, la comunità internazionale ha riconosciuto alla presidente Tsai Ing-wen il merito di aver reso Formosa un paese affidabile e stabile nel contesto internazionale. Sotto la sua guida, sia esso che di conseguenza l’intera regione, hanno proceduto in sicurezza nelle acque insidiose della competizione tra Usa e Cina Popolare. Tuttavia, molti analisti si interrogano su di un aspetto: il prossimo presidente di Taiwan sarà in grado di fare lo stesso? Tsai Ing-wen ha sottolineato che il futuro dell’isola democratica e autogovernata, nonché le sue relazioni con Pechino, dovranno essere decisi dal suo popolo. Una dichiarazione resa dopo che il leader comunista cinese Xi Jinping aveva affermato che la «riunificazione» è inevitabile.

RIVENDICAZIONI, PROPAGANDA E OPINIONI PUBBLICHE

Pechino rivendica la Repubblica di Cina – Taiwan quale propria, non escludendo il ricorso all’uso della forza allo scopo di conseguire il suo obiettivo. Pechino ha intensificato negli anni la pressione politica e militare sull’isola, soprattutto da quando la presidente Tsai è stata eletta per la prima volta, nel 2016. In un discorso pronunciato a capodanno, Xi ha usato un tono più aggressivo del solito riferendosi alla questione, promettendo alla sua nazione che la Cina «sarà sicuramente riunificata». Rispondendo a una domanda su questo discorso di Xi, la presidente Tsai ha replicato che «l’isola è una democrazia» e che «è la sua gente a decidere il proprio futuro, poiché ci vuole la volontà congiunta del popolo di Taiwan per prendere una decisione». Ella ha dunque invitato Pechino a rispettare l’esito delle elezioni, sottolineando come è tale rispetto rimanga una responsabilità a carico di entrambe le parti

LE RELAZIONI BILATERALI MALGRADO LE PROVE DI FORZA

Lunedì scorso, il ministero della Difesa di Taipei ha reso noto che era stata rilevata la presenza di quattro velivoli militari e quattro navi della marina sino popolare presso l’isola. Uno di questi aerei era entrato nella zona di identificazione della difesa aerea (ADIZ) nel sud-ovest. Rieletta per il suo secondo mandato in maniera schiacciante nel 2020, Tsai ha rafforzato le relazioni con gli Stati Uniti d’America, principale alleato di Taiwan, intensificando contestualmente gli sforzi di modernizzazione del proprio esercito. «Le case di tutti hanno delle serrature – ebbe a dichiarare in quella particolare fase -, il che non serve per provocare i vicini della porta accanto, ma per essere più sicuri. Il popolo di Taiwan vuole la pace, ma noi vogliamo la pace con rispetto». Tsai e il vicepresidente Lai (sulla base degli ultimi sondaggi dato per favorito alle prossime elezioni) sono entrambi membri del Partito democratico progressista (Dpp), che ha dominato la scena politica dell’isola negli ultimi anni relegando all’opposizione il filocinese Kuomintang (Kmt).

LA «SCELTA GIUSTA»

Gli analisti del quadro regionale evidenziano come Pechino stia conducendo una campagna su più fronti al fine di garantirsi che il rappresentante del Dpp (Lai) non venga rieletto e che la popolazione di Taiwan si orienti in direzione di quella che Pechino considera la «scelta giusta». Nel menzionato discorso di Capodanno, Xi ha ribadito l’obiettivo della riunificazione della Cina, dichiarando che «i compatrioti su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere vincolati da un comune scopo per condividere la gloria del ringiovanimento nazionale». Come avviene in quasi tutti i paesi democratici, anche a Taiwan il presidente della repubblica non può candidarsi a un terzo mandato, conseguentemente Tsai dovrà cessare dalla carica in maggio, a seguito del giuramento del suo successore.

GRAVE CRISI ECONOMICA

A Pechino appare chiaro come le imprese cinesi stiano attraversando una fase di difficoltà, mentre grave è il problema della disoccupazione. Per  la prima volta dal 2013, Xi Jinping ha fatto menzione in un suo discorso al popolo cinese delle sfide sul piano economico che il Paese si trova a dover affrontare. La seconda economia mondiale sta infatti attraversando un momento assai critico, essendo afflitta da un rallentamento di natura strutturale caratterizzato da una domanda debole, disoccupazione in aumento e crisi di fiducia delle imprese. Ammettendo che dei «venti contrari» soffiano sul Paese, Xi si è trovato costretto a riconoscere che alcune imprese si trovano in difficoltà, mentre alcune fasce della popolazione  iniziano ad avere problemi nel soddisfare i propri bisogni primari. La prolungata recessione indotta dall’esplosione della “bolla” immobiliare, un tasso record di disoccupazione giovanile, prezzi ostinatamente bassi e il crescente stress finanziario per i governi locali stanno incidendo negativamente sulla situazione.

LA POLITICA DI XI JINPING

La Cina Popolare sta lottando per rilanciare la crescita e stimolare l’occupazione, dopo che lo scorso anno sono state varate una serie di misure di sostegno, con la contestuale promessa di intensificare la politica fiscale e monetaria nel 2024. Ma l’approccio sempre più statalista all’economia che enfatizza il controllo degli affari economici e sociali da parte del partito-stato a scapito del settore privato spaventa gli imprenditori privati, inoltre, la repressione del governo comunista sulle imprese in nome della sicurezza nazionale inibisce gli investitori internazionali. In questa situazione, al fine di dare comunque un segnale di potenza e di controllo del sistema, Xi Jinping si è impegnato nella riunificazione della Cina continentale con l’isola di Formosa, ribadendo la posizione di lunga data assunta da Pechino riguardo al rapporto con la democrazia insulare autogovernata.

IN ATTESA DELL’ESITO DEL VOTO A TAIPEI, XI JINPING PREPARA LA FLOTTA

Il leader sinopopolare ha fatto della presa del controllo di Taiwan una pietra angolare del suo obiettivo più ampio di «ringiovanire» la Cina Popolare conferendole una maggiore statura a livello mondiale. Va in ogni caso ricordato che il Partito comunista cinese rivendica Taiwan quale proprio territorio nonostante non l’abbia mai controllato, non escludendo l’uso della forza per conquistare l’isola. Taipei lo ha accusa di condurre operazioni di influenza in vista delle elezioni. Anche se il Kuomintang riuscisse a vincere il 13 gennaio nelle urne, sarebbe altamente improbabile che ciò soddisfi le aspettative cinesi di un rapido processo di riunificazione, con la probabile conseguenza che aumenterebbero le dimostrazioni di forza di Pechino. Pressioni che ingenererebbero un clima oltremodo difficile per Taiwan e la US Navy, anche alla luce della legge fatta approvare da Xi Jinping, che consente all’Armata di Liberazione Popolare di usare la forza nelle acque anche «soltanto rivendicate» dalla Cina comunista.

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