EGITTO, deep state. I casi Zaky e Regeni e gli affari del settore industriale armiero italiano

Quartapelle (Pd): «Prima di vendere le navi militari all’Egitto l’Italia ci pensi bene»; Castaldo (M5s): «Necessario mandare un chiaro segnale: export di armi da bloccare, veramente e immediatamente»

Mentre – come spesso da qualche tempo si verifica – dai social networks oppure dalle stesse pagine Facebook del ministero dell’interno e di qualche mukhabarat dello «Stato profondo» egiziano vengono diffuse in rete raccapriccianti e macabre immagini di presunti guerriglieri islamisti e malviventi uccisi dalle forze di sicurezza, principalmente – si afferma nelle didascalie a corredo – nella penisola del Sinai, in Italia, anche a seguito del recente caso che ha visto coinvolto lo studente Patrick George Zaky, divampa la polemica sulla cessione di materiali d’armamento al regime guidato dal generale al-Sisi.

Partiamo dal Sinai. Non è certo una novità che nella penisola egiziana, soprattutto in alcune particolari zone più a rischio, gli scontri a fuoco tra gli oppositori da un lato e polizia ed esercito siano una pratica non infrequente.

Le ultime fotografie esibite in rete ricalcano la falsariga del passato: giovani dai corpi attinti da colpi di armi da fuoco fotografati, morti stecchiti e adagiati su suoli dove con ogni probabilità non hanno trovato la morte, poiché il più delle volte risultano praticamente inesistenti le tracce ematiche sotto i loro cadaveri crivellati di colpi.

Questi giovanotti impugnano sempre un’arma, quasi sempre un fucile automatico d’assalto, a volte alla loro vita risulta legata una cintura esplosiva, tuttavia le loro posture fanno pensare che in quei luoghi ce li abbiano portati di proposito e che quelle armi da guerra, compostamente impugnate, gliele abbiano messe in mano.

Magari erano davvero le loro, chissà. Ma questi sono gli imperscrutabili misteri del Deep State

Nel frattempo, come se non bastasse lo scottante caso di Giulio Regeni, le forze di sicurezza egiziane hanno pensato bene di arrestare uno studente cittadino del Paese nordafricano che sta frequentando un corso di master presso l’Università di Bologna.

Si tratta di Patrick George Zaky, prelevato venerdì scorso da uno degli apparati della sicurezza di al-Sisi non appena sbarcato all’aeroporto del Cairo, dove era tornato per trascorrere un periodo di vacanza.

Il giovane è stato fatto sparire per ventiquattro ore, dopodiché gli “operanti” hanno dichiarato di averlo arrestato presso la casa dei suoi genitori a Mansoura.

A effettuare l’operazione sarebbe stata la medesima unità che venne coinvolta nell’assassinio del ricercatore friulano Giulio Regeni, un caso tuttora irrisolto risalente al 2016.

A differenza di allora, però, fortunatamente stavolta l’allarme sulla scomparsa del giovane è stato dato con tempestività, immediatamente dopo il suo sequestro  e da quel momento si sono moltiplicati gli appelli al governo egiziano per la sua liberazione.

Patrick George Zaky, attivista per la difesa dei diritti umani, è stato incriminato di minare la stabilità nazionale del suo paese  e di diffondere false informazioni. Una volta arrestato sarebbe stato torturato e infine interrogato.

A questo punto, inevitabilmente, in Italia è divampata la polemica politica sulle relazioni tra Roma e il Cairo, con particolare riguardo alle commesse militari assegnate dal governo egiziano ai grandi gruppi dell’armiero italiano come Leonardo e Fincantieri.

In ballo ci sono affari per miliardi di euro che coinvolgono non soltanto i maggiori soggetti del settore, ma anche un indotto costituito da una serie di piccole e medie imprese spesso di elevato spessore tecnologico.

Le esportazioni di materiali d’armamento nel 2018 hanno visto l’Egitto al decimo posto tra i Paesi destinatari di prodotti italiani, commesse pari a circa settanta milioni di euro.

Queste ultime, invece, sono cessioni per le quali Palazzo Chigi, per il tramite del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), ha già avviato l’iter, tuttavia, all’interno della maggioranza che sostiene l’esecutivo Conte 2 si è accesa la discussione sulla questione.

Ma, mentre politici e commentatori alimentano il confronto mediante il rilascio di  una serie di dichiarazioni al vetriolo, i gruppi industriali direttamente interessati per il momento preferiscono non replicare (almeno non ufficialmente) a mezzo di comunicati stampa.

In questo senso si registra la dura posizione assunta da alcuni parlamentari del centrosinistra e del Movimento 5 stelle, che vorrebbero bloccare le cessioni di sistemi d’arma all’Egitto.

Secondo Lia Quartapelle, capogruppo del Partito Democratico alla Commissione parlamentare Esteri, «il governo italiano sta facendo gli approfondimenti tecnici per decidere se vendere all’Egitto due fregate militari della nostra Marina. Oltre agli approfondimenti tecnici, servono però valutazioni politiche».

Sempre riferendosi alle commesse militari egiziane ella ha poi specificato che: «Le fregate, come ogni altro assetto militare, possono essere vendute solo dopo esplicita autorizzazione della Farnesina secondo quanto previsto dalla legge 185/90. Il governo non può non ponderare bene una decisione così delicata. Non è una semplice decisione di diplomazia economica».

Quartapelle è quindi  intervenuta sull’apparente ambiguità dei rapporti bilaterali tra Roma e il Cairo, affermando che: «Le considerazioni politiche da tenere in conto sono due: abbiamo forti divergenze strategiche con l’Egitto rispetto alla Libia; l’Egitto è il principale sponsor del generale Haftar, che sta attaccando il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, che l’Italia sostiene. Vendere assetti di guerra a un paese che non condivide, ma anzi avversa la nostra visione strategica sul Mediterraneo non ha senso dal punto di vista della politica estera».

La parlamentare del Pd non ha proseguito ricordando l’attualità della tragedia del giovane ricercatore Regeni: «Finché le autorità egiziane non collaboreranno per arrivare a un accertamento processuale regolare su chi ha rapito, torturato e ucciso Giulio e sui mandanti, non si può considerare l’Egitto come un paese con cui intrattenere normali relazioni tra alleati. Qualsiasi iniziativa sensibile, che implichi fiducia, condivisione di valori, comunanza di idee, deve essere attentamente valutata».

«I lavori della Commissione Regeni – ha infine concluso – ci possono aiutare a fare una revisione complessiva delle nostre relazioni con l’Egitto e a decidere come regolarle, bloccandole o rallentandole in alcuni aspetti (per esempio in termini di collaborazione in materia di sicurezza interna) e rafforzando la nostra presenza in altri ambiti (diritti umani, sostegno alla società civile). La politica estera dell’Italia, cioè la nostra faccia nel mondo, è una sola. Deve comprendere e bilanciare interessi strategici, protezione dei cittadini italiani nel mondo, difesa dei diritti umani. Non c’è politica commerciale senza politica di sicurezza. Non ci sono interessi delle nostre imprese che vanno in conflitto con il sacrosanto dovere di arrivare alla verità per un cittadino italiano atrocemente ucciso quattro anni fa».

Contrari alle cessioni di sistemi d’arma all’Egitto si sono dichiarati anche  Erasmo Palazzotto di Liberi e Uguali (Leu) e l’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo del Movimento 5 Stelle, che, come la Quartapelle, hanno richiamato il caso Regeni.

Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, ha dichiarato che: «Garantire l’approvvigionamento di armi a un paese come l’Egitto ci fa perdere credibilità, oltre a essere in aperto contrasto con gli impegni assunti da governo e parlamento sulla ricerca della verità».

Su questa stessa linea Nicola Fratoianni. «Il rapimento di Patrick Zaky – ha affermato il parlamentare di Sinistra Italiana – è un altro episodio che coinvolge un regime che quotidianamente calpesta i diritti umani e le regole democratiche, che non ha ancora fatto il suo dovere verso l’Italia e la giustizia sulla vicenda Regeni. Se pensiamo poi che c’è qualcuno in qualche ufficio del governo del nostro Paese che addirittura vorrebbe vendere delle navi militari a questi signori, di fronte a questi fatti è ancora più forte la voglia di chiederne l’allontanamento».

Dal canto suo, un altro esponente del Partito democratico, Matteo Orfini, ha esortato «a fare rumore» sul sequestro dello studente egiziano.

In un suo post su facebook ha dichiarato che: «Zaky è stato bendato, interrogato e torturato anche con cavi elettrici per ore. La famiglia racconta fosse pieno dei segni delle botte ricevute. Gli aguzzini di Zaky sono gli stessi di Giulio Regeni. E Zaky è ancora nelle loro mani. Il nostro paese sta seguendo e monitorando la vicenda da vicino, ma non basta. Bisogna fare rumore, tutti. Rumore ogni giorno, finché Patrick non sarà liberato».

L’eurodeputato pentastellato Fabio Massimo Castaldo nel corso dell’apertura dei lavori della sessione di Strasburgo, facendo espresso richiamo all’articolo 158 del regolamento parlamentare europeo ha chiesto una modifica dell’agenda dei lavori al fine di trattare il caso Zaky.

«La casa degli europei – ha quindi dichiarato – deve affrontare questa vicenda e valutare se sia giunta l’ora di rivedere le nostre relazioni con l’Egitto, poiché finché chiuderemo gli occhi su casi come quello di Giulio (Regeni) e di Zaky questi si ripeteranno».

Egli ha poi concluso affermando che: «Penso sia necessario mandare un chiaro segnale: export di armi da bloccare, veramente e immediatamente».

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