CRIMINALITÀ, Cosa nostra. Colpita la famiglia mafiosa di Sciacca, cinque fermi

Il sodalizio criminale era in rapporti con soggetti ritenuti vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro. Tra i fermati anche un esponente dei Radicali Italiani, apparentemente attivo nel sociale, che tuttavia approfittava della sua posizione per entrare nelle carceri al seguito di delegazioni ispettive di parlamentari per poi veicolare “pizzini” all’esterno

L’intervento è avvenuto alle prime ore dell’alba, quando è stata data esecuzione ai provvedimenti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica di Palermo nei confronti di cinque persone ritenute appartenenti – o comunque contigue – alla famiglia mafiosa di Sciacca, sodalizio criminale attivo in parte dell’Agrigentino.
Ad agire sono stati gli uomini della Guardia di Finanza del capoluogo siciliano e quelli di Sciacca, unitamente ai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (ROS) e del Comando Provinciale di Agrigento, nei confronti di cinque persone ritenute appartenenti o comunque contigui alla famiglia mafiosa di Sciacca, attiva nell’Agrigentino.
Si tratta dell’operazione cosiddetta «passepartout», che ha visto impegnati più di cento militari delle Fiamme gialle e dell’Arma, oltre ai supporti forniti dalle componenti elicotteristiche e delle unità cinofile.
Effettuate numerose perquisizioni in case d’abitazione, uffici, aziende e esercizi commerciali nella disponibilità degli indagati.
Le indagini hanno evidenziato come i cinque fermati, seppure la cosca di appartenenza, quella saccense, si trovasse in un momento di assoluta difficoltà, abbiano continuato a reiterare le forme sistematiche di controllo del territorio tipiche del fenomeno mafioso.
Tre di essi spicca la figura carismatica di Accursio Dimino detto «Matiseddu», noto all’Ufficio per una sua precedente condanna per associazione mafiosa.
Nell’organizzazione egli avrebbe rivestito un ruolo assolutamente non secondario, in quanto ritenuto un reclutatore di nuovi “soldati”, nonché assoluto interprete nell’acquisizione di attività economiche e aggiudicazione di appalti di opere pubbliche nel settore edile e turistico-alberghiero.
Fu lui nel primo decennio del nuovo millennio ad assumere la guida della famiglia mafiosa di Sciacca, sodalizio criminale per conto del quale nel decennio precedente aveva contribuito a sviluppare dinamiche associative ultra-provinciali, mantenendo contatti e veicolando “pizzini” con i corleonesi, in particolare con Salvatore Riina e Giovanni Brusca, anni nei quali riscontri investigativi ne avevano accertato i contatti con il latitante di spicco Matteo Messina Denaro.
Dopo la sua scarcerazione vennero inoltre documentati i rapporti che intrattenne sia con mafiosi attivi nel territorio saccense che in quello di Castellammare del Golfo, nel Trapanese, nonché con soggetti ritenuti contigui alla famiglia mafiosa newyorkese dei Gambino.
Con riferimento a quest’ultima articolazione di Cosa nostra, Dimino si relazionò in particolare relazionato con un soggetto col quale pianificò attività criminali mai portate a compimento a causa dell’improvviso omicidio di Frank Calì (alias Frankie Boy), commesso a New York lo scorso 13 marzo, esponente di spicco della famiglia mafiosa italo-americana, evento immediatamente comunicato in Sicilia.
Fra i fatti contestati al Dimino nel provvedimento emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo rientrano le pressioni esercitate su imprenditori locali al fine di consentire a “imprese sodali” di aggiudicarsi appalti, l’attività di recupero crediti a beneficio di persone in stretti rapporti con uomini d’onore, propositi di danneggiamenti e altre attività criminali finalizzate all’estorsione.
Alcuni colloqui captati nel corso delle indagini evidenzierebbero come il Dimino abbia rappresentato in passato l’ala più dura della famiglia di appartenenza, essendo egli un componente del “triumvirato”, lo storico gruppo di fuoco operante negli anni Novanta nella zona di Sciacca.
Inoltre, nell’ambito delle investigazioni è emersa anche la figura di Antonino Nicosia, detto «Antonello», anch’egli destinatario di provvedimento di fermo poiché ritenuto organico alla famiglia mafiosa saccense.
La figura del Nicosia, in precedenza condannato per traffico di stupefacenti e in libertà da più di dieci anni, riveste particolare interesse in quanto egli, perfettamente inserito nel contesto mafioso saccense, era riuscito a sfruttare la sua posizione in campo politico al fine di avere accesso in alcune carceri al seguito di visite ispettive compiute da delegazioni di parlamentari.
Esponente della formazione dei Radicali Italiani, aveva intrapreso un’attività di militanza politica e di volontariato sociale dagli scopi del tutto apparenti, poiché celavano altri intenti, quelli della messa in contatto con l’esterno di persone detenute appartenenti a Cosa nostra.
Un rapporto di collaborazione del tutto strumentale, dunque, quello instaurato dal Nicosia con una parlamentare della Repubblica, che gli ha permesso di accedere all’interno delle carceri di Sciacca, Agrigento, Trapani e Tolmezzo senza la preventiva autorizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, approfittando delle prerogative riconosciute ai membri del Parlamento e a coloro che li accompagnano.
«Era molto insistente – ha affermato la leader del Partito Radicale Rita Bernardini -, ma noi non lo portammo mai con noi nelle carceri durante le nostre visite».

(Al riguardo su insidertrend.it è possibile ascoltare l’audio integrale dell’intervista rilasciata dalla stessa Bernardini questa mattina nel corso del notiziario di Radio Radicale).

Gli approfondimenti investigativi effettuati nei suoi confronti ne hanno documentato il pieno inserimento nel contesto mafioso saccense, evidenziato anche dalle sue conversazioni con Accursio Dimino e dalla richiesta di un’azione cruenta in danno di un proprio debitore rivolta agli esponenti del medesimo clan.
Egli inoltre partecipò a una riunione riservata che ebbe luogo nel febbraio 2019 a Porto Empedocle, dove incontrò due pregiudicati per partecipazione ad associazione mafiosa, di cui uno fidato sodale del latitante Matteo Messina Denaro, nel corso della quale vennero affrontati alcuni argomenti di rilievo che chiamavano direttamente in causa il boss di Castelvetrano, destinatario di una somma di denaro che gli interlocutori si stavano prodigando a recuperare.
Per queste e altre evidenze investigative, il Nicosia viene ritenuto contiguo alla mafia castelvetranese, in favore della quale avrebbe fornito rilevanti contributi, anche grazie al propri qualificato circuito relazionale.
Spendendo titoli docenza anche internazionali, nonché la qualifica di appartenente al Comitato nazionale dei Radicali italiani e direttore della Onlus Osservatorio Internazionale dei Diritti dell’Uomo (OIDU), ha operato nel settore dell’assistenza ai detenuti, accedendo all’interno di alcuni istituti carcerari e intrattenendo, così, rapporti con alcuni operatori penitenziari.
È in questo contesto che il Nicosia si sarebbe adoperato fattivamente per favorire alcune persone astrette rientranti nel circuito di Messina Denaro. Tra questi Filippo Guttadauro, cognato del superlatitante, che attualmente si trova internato in misura di sicurezza presso la casa circondariale di Tolmezzo, tuttora sottoposto al regime detentivo ex art 41 bis dell’Ordinamento penitenziario.
Sfruttando la possibilità che aveva di accedere all’interno delle carceri, si proponeva di veicolare messaggi tra soggetti liberi – ma a vario titolo contigui al contesto mafioso siciliano – e detenuti già condannati in via definitiva per partecipazione ad associazione mafiosa.

A207 – CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, COSA NOSTRA: fermati alcuni esponenti mafiosi del clan di Sciacca che si relazionavano col superlatitante Matteo Messina Denaro.
Tra i fermati anche un esponente dei Radicali italiani, Antonino Nicosia, soggetto apparentemente attivo nel sociale, che però approfittava della sua posizione per entrare nelle carceri al seguito di delegazioni ispettive di parlamentari e poi veicolare “pizzini” all’esterno.
La testimonianza di RITA BERNARDINI, leader del Partito Radicale che respinse le pressanti richieste del Nicosia, intervista tratta dal notiziario di Radio radicale andato in onda il 4 novembre 2019.

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