IRAN, instabilità. Monta la protesta nella Repubblica Islamica, in prima linea le donne

Almeno trentuno persone, tra manifestanti e poliziotti, hanno perso la vita nel corso delle manifestazioni di piazza che stanno montando sempre più partecipate in oltre quindici città iraniane. Il bilancio dei morti – particolarmente elevato in Kurdistan, regione di origine di Mahsa Amini, dove la polizia ha sparato contro uomini, donne e bambini scesi nelle strade -, è dall’inizio delle manifestazioni represse dalle forze di sicurezza del regime degli ayatollah. La gente è scesa in piazza per protestare contro la morte della Amini, la dopo essere stata arrestata dalla polizia morale (polizia religiosa) perché «non aver indossato correttamente lo hijab», cioè il velo imposto della legge islamica. Lo ha reso noto l’Ong Iran Human Rights (IHR), che ha sede ad Oslo. Amjad Amini, padre di Mahsa, intervistato dall’emittente BBC Persia, ha accusato le autorità della Repubblica Islamica di mentire sulla morte della propria figlia, egli ha affermato che i medici si sono rifiutati di fargli vedere il cadavere. Egli ha altresì riferito che quando ha visto il corpo della figlia prima del funerale esso era completamente avvolto, tranne il viso e i piedi, su cui ha riscontrato dei lividi. La versione ufficiale delle autorità iraniane è che la Amini sia deceduta a causa di un attacco di cuore, che le ha provocato il coma, ma la sua famiglia obietta che la ragazza non soffriva a causa di problemi cardiaci. Lo scetticismo pubblico sul resoconto della sua morte da parte dei funzionari ha scatenato un’ondata di rabbia che si è riversata in violente proteste di piazza.

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