Herzliya, 25 giugno 2026, a cura di Ely Karmon, https://ict.org.il/turkey-under-erdogan-an-emerging-immediate-strategic-threat/ – La politica turca nei confronti dello Stato ebraico viene in gran parte plasmata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, che da tempo manifesta forti sentimenti anti-israeliani radicati in profonde convinzioni religiose. Secondo alcuni funzionari statunitensi citati in cablogrammi diplomatici successivamente divulgati da WikiLeaks, Erdoğan «odia Israele». Egli attribuisce grande importanza alla questione palestinese e, nel tentativo di ottenere legittimità e sostegno in tutto il mondo musulmano e arabo, si presenta come difensore del popolo palestinese e custode dei luoghi santi dell’Islam a Gerusalemme.
MOTIVAZIONI PERSONALI E IDEOLOGICHE DI RECEP TAYYIP ERDOĞAN
Allo scopo di consolidare il proprio potere e al contempo promuovere la sua visione della Turchia come potenza regionale (e globale), Erdoğan ha sfruttato sia l’eredità ottomana che l’islam politico. Lui e la sua formazione politica, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), condividono con Hamas, così come con la branca settentrionale del Movimento Islamico in Israele, le basi ideologiche dei Fratelli Musulmani. Un obiettivo chiave di questo allineamento ideologico è quello di elevare Gerusalemme a questione centrale nel discorso islamista radicale. Il governo turco avrebbe fornito sessantatré milioni di dollari a organizzazioni operanti a Gerusalemme Est con l’obiettivo di rafforzare il patrimonio e il carattere musulmano della città. Parte di questi fondi hanno finanziato le attività dei movimenti Murabitoon e Murabitat, attivisti islamisti radicali che molestavano e affrontavano fisicamente i visitatori ebrei sul Monte del Tempio, successivamente messi al bando dalle autorità israeliane.
Recep Tayyip Erdoğan
RELAZIONI CON HAMAS
Dal 2006 Erdoğan ha fornito sostegno politico ai leader di Hamas in Turchia, estendendo il suo appoggio operativo all’organizzazione. Nel maggio 2010, l’IHH, un gruppo di attivisti turchi, tentò di rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza attraverso la flottiglia Mavi Marmara, provocando un violento scontro e una prolungata crisi nelle relazioni tra Ankara e Gerusalemme. La Turchia è in seguito divenuta una «seconda casa» per gli attivisti di Hamas rilasciati nell’ambito dell’accordo di scambio di prigionieri “Gilad Shalit” del 2011, in particolare per Saleh al-Arouri, elemento di spicco dell’Ufficio politico di Hamas. Al-Arouri si era reso responsabile della creazione e del finanziamento dell’infrastruttura terroristica di Hamas in Cisgiordania, che dirigeva da Istanbul.
LA GUERRA DELLE SPADE DI FERRO
Nell’immediatezza del massacro del 7 ottobre 2023 Erdoğan adottò inizialmente un approccio cauto, tuttavia, già l’11 ottobre descrisse l’assedio e i bombardamenti israeliani di Gaza come una risposta sproporzionata e un «massacro», astenendosi dal condannare l’attacco di Hamas contro i civili israeliani. Nel marzo 2024 accusò il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo governo di avere commesso «crimini contro l’umanità», paragonandolo a Hitler, Mussolini e Stalin. Durante tutta la guerra Erdoğan ha costantemente descritto Hamas come un «gruppo di liberazione» o un «movimento di resistenza» che combatteva per difendere la propria patria, piuttosto che un’organizzazione terroristica. Si è riferito ai membri dell’organizzazione palestinese come a «mujahidin», paragonando Hamas alle forze nazionaliste turche (Kuvay-i Milliye) che combatterono durante la guerra d’indipendenza, un paragone che conferisce una notevole legittimità ad Hamas nel discorso pubblico turco.
INTERRUZIONE DELLE RELAZIONI CON ISRAELE
Nell’aprile del 2024, Erdoğan annunciò che la Turchia avrebbe interrotto ogni legame economico con Israele. Successivamente, Ankara intensificò le sue azioni di boicottaggio attraverso la chiusura dei canali che fino a quel momento avevano consentito gli scambi commerciali con Israele attraverso l’Autorità Nazionale Palestinese, la sospensione del rilascio dei certificati commerciali preferenziali (certificati Euro-Med), che consentivano alle merci turche inviate in Israele attraverso paesi terzi di beneficiare di esenzioni doganali, il divieto imposto alle navi israeliane di attraccare nei porti turchi e alle navi turche di attraccare nei porti israeliani, la chiusura dello spazio aereo turco agli aerei israeliani che trasportano armi o i leader israeliani.
LA MEDIAZIONE PER GAZA
La Turchia, insieme a Qatar ed Egitto, ha svolto il ruolo di garante dell’accordo di cessate il fuoco e di rilascio degli ostaggi tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, promosso dal presidente Donald Trump. Erdoğan ha tentato di garantire che la Turchia svolgesse un ruolo significativo nei futuri assetti politici, economici e militari di Gaza. Il presidente Trump ha ringraziato pubblicamente Erdoğan per i suoi sforzi di mediazione, definendolo «fantastico», un «amico» e un «alleato affidabile». Di conseguenza, i legami della Turchia con Hamas sono divenuti sempre più un vantaggio geopolitico. In Israele l’intenzione di Erdoğan di schierare forze militari turche a Gaza nell’ambito di una forza multinazionale è vista da molti come una sfida agli interessi strategici nazionali. Infatti, i critici sostengono che la Turchia cercherebbe un quadro in cui Hamas si disarmerebbe solo parzialmente permanendo comunque un partner politico nel governo tecnocratico immaginato per la Striscia postbellica.
LE VELINE DELL’INTELLIGENCE
Secondo alcune fonti, Israele avrebbe fornito agli Stati Uniti d’America informazioni di intelligence riguardanti attività terroristiche condotte da militanti di Hamas e di Hezbollah con base in Turchia contro obiettivi israeliani in Libano, Siria e, forse, anche in America Latina ed Europa, informazioni che avrebbero contribuito all’accettazione da parte di Washington dell’opposizione israeliana al dispiegamento di forze militari turche nella Striscia di Gaza nel quadro di una forza multinazionale di pace. Il procuratore generale di Istanbul ha spiccato mandati di arresto nei confronti di trentasette alti funzionari israeliani, tra i quali figurano anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz, quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, tenente generale Eyal Zamir, e il comandante della Marina militare, maggiore generale David Sa’ar Salama. Essi sono stati tutti accusati di «genocidio» dei palestinesi e di coinvolgimento nell’intercettazione, nel settembre 2025, della Global Sumud Flotilla, un’organizzazione umanitaria indipendente, internazionale e non affiliata ad alcun governo.
INCREMENTO DELLA TENSIONE
Le tensioni tra i due Paesi sono ulteriormente cresciute a seguito della formalizzazione degli atti d’accusa, che in caso di condanna degli imputati ne prevedono lunghe pene detentive. La Turchia si è unita al Sudafrica nella causa intentata presso la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di genocidio a Gaza. In risposta, Netanyahu ha accusato il Erdoğan di essere responsabile dell’uccisione di civili curdi, mentre l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito la Turchia come un «nuovo Iran», paventando la possibilità di future azioni contro Ankara, «poiché – ha affermato – dopo l’Iran non resteremo inerti». La Global Sumud Flottilla diretta a Gaza aveva salpato da Barcellona il 13 aprile e la Turchia aveva svolto un ruolo centrale nella logistica dell’operazione oltreché sul piano politico, sia attraverso il ricorso a organizzazioni non governative che mediante il supporto statale. I cittadini turchi costituivano una parte significativa degli oltre mille attivisti e del personale medico a bordo. Il Ministero della Difesa turco ha monitorato il viaggio della Flottiglia utilizzando droni a lungo raggio al fine di contribuire a garantire la sicurezza dei partecipanti.
ESPANSIONE DELL’INFLUENZA IN SIRIA
Un’ulteriore crisi è stata evitata quando una nuova flottiglia composta da sessanta imbarcazioni, organizzata dalla Ong turca IHH, alla metà di maggio è stata intercettata dalla marina militare israeliane in acque internazionali a largo di Cipro. Dallo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, la Turchia ha sostenuto diversi gruppi jihadisti che si sono opposti al regime di Bashar al-Assad, contribuendo al successo della coalizione guidata da Hayat Tahrir al-Sham (HTS, nata da Jabhat al-Nusra, all’epoca fazione di al-Qaeda) nel consolidamento del controllo sulla regione di Idlib, dove ha instaurato un’amministrazione di stampo salafita, concentrando quindi gli sforzi sul rovesciamento degli Assad. Allo stesso tempo, Erdoğan ha facilitato la creazione dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA), coalizione di fazioni armate che, di fatto, funge da principale milizia per procura turca in Siria, con il compito prioritario di contrastare e indebolire l’autonomia curda nella Siria settentrionale (Rojava). Il leader di HTS, Abu Mohammad al-Julani, ora presidente della Siria con il suo vero nome (Ahmad al-Sharaa), si è dimostrato in grado di essere un partner strategico per Erdoğan, pur preservando un certo grado di indipendenza.
IL CROLLO DEL REGIME DEGLI ASSAD IN SIRIA
Il crollo del regime degli Assad, unito al declino dell’influenza dei principali alleati della Siria (Russia e Iran) ha creato un’opportunità per la Turchia, che ha espanso la propria influenza all’interno del frammentato Stato siriano. Nel gennaio del 2025 il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha dichiarato che «la Turchia è il pastore e il protettore» delle comunità minoritarie siriane, tra le quali figurano gli alawiti, i cristiani e gli yazidi, omettendo significativamente qualsiasi riferimento ai curdi. İbrahim Kalın, capo dell’intelligence di Ankara, è stato il primo alto funzionario straniero a visitare la Siria dopo la transizione politica. Successivamente anche il ministro degli Esteri turco si è recato a Damasco. Il costante flusso di visite politiche e militari tra le due capitali evidenzia il crescente ascendente di Erdoğan sulla nuova leadership siriana. Ahmad al-Sharaa ha visitato la Turchia in diverse occasioni incontrando Erdoğan. Durante la visita dell’ottobre del 2025, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, accompagnato dal ministro della Difesa e dal capo dei servizi segreti, dichiarò esprimendosi in un turco fluente (che aveva appreso nel corso dei suoi studi condotti a Istanbul) che «la Turchia non ha mai abbandonato il popolo siriano negli ultimi anni».
BLOCCO ISLAMISTA SUNNITA IN SIRIA
I colloqui si sono concentrati sugli aspetti relativi alla lotta al terrorismo, alla sicurezza delle frontiere, la stabilità regionale e il rafforzamento della cooperazione e l’addestramento delle forze dei due Stati. Nell’occasione Ankara ha sottolineato il proprio impegno nel garantire che nessun attore esterno sfrutti l’instabilità in Siria. La strategia di Erdoğan in Siria è finalizzata al consolidamento dell’influenza sul futuro assetto politico, economico e militare del Paese, allo scopo di sostituire l’Iran quale principale attore anti-israeliano e a contribuire alla creazione di un blocco islamista sunnita esteso attorno al territorio dello Stato ebraico da nord e nordest. La Turchia considera Israele una minaccia per i suoi interessi strategici a causa dei legami di Gerusalemme con la comunità drusa e con le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, entrambe le quali sfidano l’autorità del governo centrale siriano. Nel contesto degli sforzi di mediazione posti in essere dagli Stati Uniti d’America, la crescente presenza militare turca in Siria è fonte di potenziali rischi di escalation, che ha indotto gli israeliani a porre sempre più sotto la propria protezione la popolazione drusa del sud della Siria in quanto parte dei suoi interessi strategici.
PRIMA LINEA DI DIFESA TURCA SUL GOLAN
Secondo Mohammed Sarmini, fondatore del Jusoor Center for Studies, la Turchia si concentra sullo «sviluppo delle capacità dell’esercito siriano» affinché esso funga da prima linea di difesa. Questo approccio si riflette nel presunto ruolo di facilitatore della recente visita di Volodymyr Zelenskyy a Damasco, volta a promuovere la cooperazione in materia di sicurezza tra Siria e Ucraina. I critici sostengono che questa politica posizioni la Turchia come un «nuovo Iran», seppure attraverso meccanismi più convenzionali e internazionalmente accettati, cioè, anziché armare milizie per destabilizzare gli altri stati, Ankara cerca di rimodellare gli stati confinanti con Israele in modo da favorire il perseguimento dei propri obiettivi strategici. Il dispiegamento di sistemi di difesa aerea turchi in Siria potrebbe limitare la libertà operativa delle Forze di Difesa Israeliane, in particolare per quanto concerne le attività contro obiettivi iraniani. La crescente presenza militare di Ankara incrementa inoltre la possibilità di scontri aerei accidentali, che in assenza di efficaci meccanismi di de-escalation potrebbero ingenerare attriti indesiderati tra i due Stati.
PATRIA BLU (MAVI VATAN)
Un portavoce del Ministero della Difesa turco ha reso noto che la nave da guerra turca TCG Meltem sarebbe dovuta arrivare al porto di Latakia all’inizio di maggio, per la prima volta, accompagnata da una delegazione della marina turca, nell’ambito del programma di Ankara in sostegno alla riorganizzazione e lo sviluppo delle forze armate siriane. Ad avviso del dottor Hay Eytan Cohen Yanarocak, del Centro Moshe Dayan per gli studi sul Medio Oriente e l’Africa (MDC) presso l’Università di Tel Aviv, le ambizioni neo-ottomane di Erdoğan si sono evolute in una strategia di accerchiamento a più livelli attorno a Israele, che combina la forza militare (attraverso basi militari che si estendono dalla Siria alla Somalia) con il soft power, includendo inoltre assistenza umanitaria e iniziative culturali e religiose. Una graduale espansione che si estende dalla Libia al Corno d’Africa e si inserisce in un ampio sforzo geopolitico che pone sfide non soltanto alla sicurezza di Israele e ai suoi interessi economici. Una esplicazione di questa politica è il tentativo di minare la cooperazione strategica tra Israele, Grecia e Cipro. Ankara cerca di esercitare influenza sui principali corridoi marittimi attraverso l’accordo del 2019 con la Libia, che ha stabilito un controverso confine nel Mediterraneo tra i due Stati, per alcuni privo di logica geografica e strumento preordinato per condizionare le rotte regionali e i progetti energetici.
LA CONTROVERSIA SUL CORRIDOIO IMEC
Ankara ha espresso una forte opposizione al Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), iniziativa varata nel 2023 durante l’amministrazione Biden, un progetto che mira a collegare l’India all’Europa attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele. L’IMEC è ampiamente considerato un’alternativa strategica alla Belt and Road Initiative cinese e si propone di rafforzare l’integrazione economica, la connettività e la resilienza delle catene di approvvigionamento. La Turchia non è inclusa in esso e, conseguentemente, Erdoğan ha ripetutamente dichiarato che nessun corridoio di trasporto est-ovest potrà funzionare efficacemente senza la partecipazione del suo paese, promuovendo un’iniziativa alternativa definita «Strada dello Sviluppo», che pone in collegamento l’Iraq e la Siria alla Turchia grazie al sostegno del Qatar. Nel contesto dell’instabilità che caratterizza le rotte commerciali regionali, Ankara e Damasco hanno cercato di trarre vantaggio dalle turbolenze nel Golfo promuovendo corridoi alternativi per i trasporti e l’energia attraverso il territorio siriano. I progetti includono una ferrovia che dovrebbe collegare l’Arabia Saudita alla Siria attraverso la Giordania e una rete di oleodotti estesa dall’Arabia Saudita nordorientale fino ai porti siriani sul Mediterraneo, in grado di soddisfare anche il fabbisogno energetico turco. Qualora concretamente sviluppati, questi progetti farebbero della Siria la principale porta d’accesso al Mediterraneo per gli esportatori del Golfo, riducendo il ruolo di Israele nelle emergenti reti di connettività regionale. I sostenitori di questo approccio lo considerano un mezzo per rafforzare l’integrazione economica regionale, mentre i detrattori sostengono, al contrario, che indebolirebbe la posizione strategica di Israele nei futuri corridoi commerciali ed energetici e avere significative implicazioni economiche.
MINACCE MILITARI
La Turchia si è affermata come uno dei principali produttori di sistemi velivoli a pilotaggio remoto avanzati (UAS), macchine che ha esportato in numerosi paesi del mondo. Parallelamente, ha posto grande enfasi sullo sviluppo del proprio programma missilistico balistico, schierando in linea diversi nuovi sistemi nel suo arsenale. Il più avanzato tra questi, il missile Tayfun, viene accreditato con una gittata di seicento chilometri, raggio che gli consentirebbe di colpire numerose capitali della regione, tra cui Gerusalemme. La Turchia avrebbe anche fatto ricorso a strutture in Somalia allo scopo di supportare attività di test e sviluppo di relative a capacità missilistiche a lungo raggio. In occasione di un expò della difesa che ha avuto luogo a Istanbul nel maggio del 2026, la Turchia ha presentato il sistema missilistico Yıldırımhan, avente una gittata potenziale di seimila chilometri e in grado di recare una testa di guerra da tremila chilogrammi, raggiungendo velocità di Mach 25. Se tali capacità venissero effettivamente confermate, Ankara rientrerebbe nel ristretto novero degli Stati capaci di sviluppare sistemi missilistici strategici a lungo raggio di ultima generazione. Tuttavia, il Ministero della Difesa ha chiarito che il sistema si trova ancora in una fase di viluppo.
L’ATOMICA NEO OTTOMANA
La rapida espansione dell’industria della difesa ha reso la Turchia un partner sempre più importante ai fini del riarmo europeo a fronte della guerra in Ucraina. Sia il Regno Unito che la Repubblica Federale Tedesca hanno sottolineato l’importanza della capacità industriale turca ai fini del rafforzamento della base produttiva europea nel settore della Difesa. Parallelamente alla modernizzazione militare convenzionale, Ankara ha manifestato l’intenzione non rinunciare alle proprie opzioni nucleari nel futuro. Alcuni analisti hanno ipotizzato che il Pakistan, in possesso di un considerevole arsenale nucleare, potrebbe fungere da fonte di competenze nel settore, se non cooperare direttamente con Ankara alla realizzazione della bomba. Nel frattempo, in Turchia è quasi operativa la prima centrale nucleare civile, ad Akkuyu, mentre sono in fase di sviluppo piani per la realizzazione di ulteriori reattori nucleari e di capacità nucleari nazionali.
UNA SOTTILE LINEA DEL FRONTE
Il 19 aprile, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha dichiarato che i paesi musulmani della regione erano preoccupati per la crescente partnership strategica tra Israele, Grecia e Cipro. Egli ha sostenuto che il quadro trilaterale possiede chiaramente una dimensione militare, aggiungendo che le preoccupazioni turche derivano da quelle che ha definito le «politiche sempre più espansionistiche di Israele». Nel 2024 Erdoğan aveva dichiarato che la Turchia sarebbe potuta intervenire a favore dei palestinesi a causa di quelle che definì «azioni militari ridicole di Israele». A sostegno di questa affermazione citò il dispiegamento militare turco in Libia e il supporto all’operazione azera del 2023 che condusse alla riconquista del Nagorno-Karabakh all’Armenia. Il gabinetto del presidente Erdoğan ha tuttavia successivamente rettificato, precisando che le dichiarazioni «erano state estrapolate dal contesto e non intendevano essere una minaccia ufficiale».
ENIGMA NATO
Il ministro della Difesa turco Yaşar Güler ha annunciato che a partire dal 2028 il suo paese assumerà il comando della Forza di reazione della NATO, principale forza di intervento rapido ad alta prontezza dell’organizzazione difensiva atlantica dispiegata per rispondere alle crisi entro pochissimi giorni. I commentatori turchi hanno descritto questa cosa non soltanto come un successo diplomatico, ma anche come un riflesso della crescente influenza della Turchia all’interno della struttura di comando alleata. Il 7 e l’8 luglio prossimi Ankara ospiterà per la seconda volta in oltre vent’anni un vertice della NATO, che dovrebbe fungere da piattaforma per riaffermare l’impegno assunto dagli Stati membri riguardo agli obblighi di difesa collettiva contemplati dall’articolo 5, oltreché per discutere la futura evoluzione dell’architettura di sicurezza multidimensionale dell’organizzazione. Se dovesse scoppiare un conflitto armato tra Turchia e Israele, Ankara potrebbe richiedere consultazioni in ambito NATO, tuttavia, gli impegni di difesa collettiva assunti ex articolo 5 si applicherebbero solo alle specifiche condizioni definite dagli obblighi derivanti dai trattati dell’Alleanza e dalle procedure stabilite. Al riguardo, è interessante la notizie secondo la quale i turchi avrebbero preso in considerazione l’idea di invitare il presidente siriano Ahmad al-Sharaa a partecipare alle discussioni sui futuri incontri alla NATO, una conferma degli sforzi profusi da Ankara allo scopo di integrare sempre di più la Siria nei nascenti quadri diplomatici e di sicurezza regionali.
GUERRA ALL’IRAN E DIPLOMAZIA OMBRA
A seguito degli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran del 28 febbraio, la Turchia ha cercato di proiettare un’immagine di ferma opposizione al conflitto, proponendosi quale mediatore. Parallelamente, ha però mantenuto la cooperazione in materia di sicurezza con la NATO preservando al contempo i canali di comunicazione con Teheran. La linea ufficiale di Ankara è coerente: condannare le azioni che violano il diritto internazionale e pongono in pericolo i civili, richiedere un’immediata cessazione delle ostilità e sottolineare l’importanza di mantenere aperte le opzioni diplomatiche. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha dichiarato che la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz «dovrebbe essere garantita per via diplomatica», tuttavia, ha altresì avvertito che i negoziati potrebbero incontrare difficoltà se la questione nucleare iraniana venisse affrontata con un approccio del tipo «tutto o niente». Egli ha inoltre ammonito che, dopo l’Iran, Tel Aviv potrebbe spostare il suo focus su Ankara, sostenendo che la nascente partnership tra Israele, Grecia e Cipro mira a «circondare la Turchia, o almeno a dare questa impressione». Fidan ha concluso che sia membri del governo israeliano sia alcune figure dell’opposizione stavano cercando di ridefinire la Turchia come il «nuovo nemico» di Israele.
UN VICINO SCOMODO E INGOMBRANTE: LA REPUBBLICA ISLAMICA
A seguito di diversi incidenti missilistici iraniani che hanno acuito le preoccupazioni per la sicurezza turca, Ankara ha accelerato gli sforzi per sviluppare la propria architettura di difesa missilistica nazionale, nota come Cupola d’Acciaio (Çelik Kubbe). Parallelamente, la Turchia ha valutato l’acquisizione di sistemi di difesa aerea europei avanzati, tra i quali il sistema franco-italiano SAMP/T. Allo stesso tempo, lo sviluppo missilistico turco non si è limitato alle capacità difensive, come dimostra la presentazione di nuovi sistemi d’attacco a lungo raggio e ipersonici. Gli attacchi missilistici e con droni effettuati dagli iraniani contro gli Stati del Golfo hanno alimentato le preoccupazioni dei governi regionali riguardo all’eccessiva dipendenza da un unico garante esterno della sicurezza. In questo contesto, la Turchia potrebbe cercare di sfruttare la sua crescente base industriale nel settore della difesa, l’appartenenza alla NATO e la posizione geografica strategica per espandere il proprio ruolo economico e di sicurezza nella regione del Golfo. Secondo Soner Cagaptay, direttore del programma di ricerca sulla Turchia presso il Washington Institute, potrebbe emergere un nuovo allineamento geopolitico che si estende dall’Asia meridionale al Mediterraneo orientale, incentrato sulla competizione turco-israeliana.
CONGIUNTURA FAVOREVOLE AD ANKARA
A suo avviso, un blocco è composto da Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, mentre un secondo include Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Grecia. Ciascun raggruppamento combinerebbe risorse militari, economiche e geopolitiche, elementi in grado di plasmare la futura competizione regionale. Taha Ozhan, già presidente della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento turco e consigliere senior, ha sostenuto che un Iran indebolito, o peggio collassato, genererebbe una diffusa instabilità nell’intero Medio Oriente. Uno scenario del genere potrebbe rimodellare gli equilibri di potere, espandere l’influenza strategica di Israele, esacerbare la fragilità in Iraq e Siria e innescare nuove ondate di conflitti e migrazioni transfrontaliere. In questo scenario, oltre al Qatar (il più stretto partner regionale della Turchia) le scelte strategiche dei sauditi vengono considerate particolarmente importanti. La Turchia entra in questo periodo forte di una significativa esperienza militare e di un attivo impegno diplomatico in molteplici teatri regionali.
GUERRA E STRATEGIE
Sulla base di una valutazione dell’Emirates Policy Center, la posizione della Turchia riguardo al conflitto tra Stati Uniti d’America e Repubblica Islamica dell’Iran è plasmata dalla convinzione che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia svolto un ruolo centrale sia nello scoppio della guerra che nel coinvolgimento del presidente americano Trump. Ankara considera il conflitto parte di un più ampio sforzo israeliano iniziato dopo il 7 ottobre 2023 e finalizzato al rimodellamento degli equilibri di potere regionali per minare gli interessi turchi. Da questa prospettiva, Ankara considera Teheran un concorrente regionale, ma al contempo ritiene che la sopravvivenza e la resilienza del regime teocratico sciita contribuiscano a contenere le ambizioni israeliane e a preservare un equilibrio di potere in grado di limitare l’agenda regionale di Netanyahu. Di conseguenza, sembra che i turchi propendano per un accordo tra Stati Uniti d’America e Iran che preservi il regime iraniano limitandone però l’influenza. Uno scenario che molti strateghi turchi considerano il più compatibile con le ambizioni regionali a lungo termine del loro paese. In tali circostanze, con ogni probabilità Ankara cercherebbe di rafforzare il proprio ruolo di partner per la sicurezza degli Stati del Golfo attraverso accordi di cooperazione in materia di difesa e sicurezza.
CONCLUSIONI
Il 29 marzo 2026, i ministri degli esteri di Egitto, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita si sono riuniti a Islamabad nel tentativo di mediare tra Iran e Stati Uniti d’America per porre fine al conflitto. L’idea di questa quadrilaterale è stata attribuita principalmente ai turchi, che vedevano nell’iniziativa un meccanismo per modellare l’ordine regionale postbellico e bilanciare quella che percepiscono come una crescente influenza israeliana nel Medio Oriente. Una parte significativa del deterioramento delle relazioni tra Israele e Turchia va attribuita al presidente Erdoğan, il cui approccio alla questione è condizionato da una combinazione di fattori di natura personale, ideologica e politica. Secondo Aslı Aydıntaşbaş, direttrice del Turkey Project presso la Brookings Institution, la questione palestinese occupa un posto centrale nella visione del mondo di Erdoğan. Sebbene egli sia ampiamente considerato un leader pragmatico che utilizza abilmente la geopolitica per promuovere gli interessi del suo paese, spesso mutando posizione, trovando un equilibrio tra l’Occidente e la Russia e riconciliandosi con ex avversari quando le circostanze lo richiedono, la sua posizione sulla questione palestinese è rimasta sostanzialmente coerente, in quanto meno suscettibile a compromessi pragmatici rispetto ad altri ambiti della politica estera.
PROSPETTIVE CONCRETE
Da questa prospettiva, Erdoğan e la leadership turca sembrano sempre più considerare Israele un ostacolo alle più ampie ambizioni regionali neo-ottomane della Turchia, prendendo inoltre sul serio l’importanza strategica delle partnership che Israele ha sviluppato con la Grecia e Cipro negli ultimi anni. L’indebolimento dell’Iran in seguito al recente conflitto, unitamente alle tensioni tra Teheran e i due Stati del Golfo, nonché con il più ampio mondo arabo sunnita, ha indubbiamente rafforzato la posizione regionale della Turchia. Questo contesto potrebbe facilitare una più stretta cooperazione tra Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan, con la possibilità di un ulteriore allineamento che coinvolga Siria e Giordania. La posizione rafforzata della Turchia all’interno della NATO e la sua crescente importanza per l’architettura di difesa europea ( soprattutto in un momento in cui i governi europei rispondono alle sfide alla sicurezza poste dalla Russia e all’incertezza sugli impegni a lungo termine degli Stati Uniti d’America) conferiscono ad Ankara una maggiore influenza diplomatica. Alcuni analisti sostengono che la Turchia potrebbe cercare di capitalizzare sulle crescenti critiche a Israele in alcune parti dell’Occidente, rafforzando al contempo la propria influenza all’interno delle strutture politiche e di sicurezza della NATO.
UN FATTORE IMPORTANTE
Finché Erdoğan resterà al potere, le prospettive di un ritorno a relazioni realmente normali tra Israele e Turchia appaiono limitate. Secondo diverse valutazioni, il ministro degli Esteri Hakan Fidan viene indicato come un potenziale successore e condivide molte delle visioni strategiche e delle preferenze politiche di Erdoğan. Allo stesso tempo, i critici sostengono che le politiche di Erdoğan abbiano contribuito a un significativo deterioramento dell’immagine di Israele non solo tra gli ambienti islamisti, ma anche all’interno di settori dell’opposizione liberale turca e dell’opinione pubblica in generale. Di conseguenza, alcuni analisti israeliani considerano sempre più la Turchia come una sfida strategica emergente. Da questa prospettiva, la vicinanza geografica della Turchia a Israele, la portata e le capacità delle sue forze armate, la sua crescente influenza regionale e il suo peso diplomatico in aumento la rendono una questione di sicurezza che merita un attento monitoraggio. Resta da vedere se questa sfida supererà in definitiva quella rappresentata dall’Iran, ma non c’è dubbio che la Turchia sia diventata un fattore sempre più importante nel contesto strategico a lungo termine di Israele.



