ARTE, eventi. Roma, Studio DFB: Etra e le altre, ovvero fasi creative di artiste mutevoli

Evocazioni, inconscio, istantaneità: visioni tra inconscio e quotidiano attraverso lenti femminili, attraverso i segni, dunque l’arte. Domenica scorsa, 21 giugno, solstizio d’estate, nella galleria di via Raimondo Montecuccoli al Prenestino un «talk» e la musica di Linneo Mosconi, cantautore punk e poeta, sono stati occasione di approfondimento delle intense correlazioni tra immagine, ricordo, memoria ed esistenza degli esseri umani. Con al centro la donna, il suo specifico sentire e gli istanti di femmina e di maschio rubati alla quotidianità e alle passioni. Spunto di questa riflessione sono state le opere in esposizione al pubblico (fino all’11 luglio 2026) realizzate da Gabriella Agnetta, Diana Biscaioli, Claudia Farrace, Silva Iampietro, Valeria Magini e Sara Savini. Un evento curato da Mattia Andres Lombardo e Roberto De Riso

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Roma, 23 giugno 2026 – Etra ha origini nei primordi della nostra cultura. È il cielo limpido, lo splendore diafano. È l’archetipo femminile di colei che da sola rinviene il coraggio di crescere un figlio, il semidio Teseo, e allo stesso tempo una figura che il mito costruisce interamente attorno alla maternità e alla resistenza silenziosa.

UNA ESPOSIZIONE COLLETTIVA PER INDAGARE SULL’INDIPENDENZA VISIVA

Le artiste partecipi di questa mostra collettiva indagano invece l’indipendenza visiva intesa come soggettività attiva, nel tentativo di fornire attraverso le loro ricerche una risposta alla domanda che cos’è lo sguardo femminile?, che fa eco a Simone de Beauvoir e, ad avviso delle artiste, ribalta la modalità codificata dal patriarcato secondo cui il «secondo sesso» è l’altro, sempre visto ma mai vedente. È proprio l’agire attraverso medium diversificati che riconnette idealmente le contemporanee alle Supplici di Euripide (431–421 a.C.), rappresentazione teatrale nella quale Etra scardina la passività della narrazione mitologica e passa il testimone alle artiste protagoniste dell’evento allo Studio DFB, che con i loro lavori studiano il quotidiano, l’inconscio e il ricordo. Diana Biscaioli è autrice delle creature in feltro scultoreo, sono esseri vivi la cui morbidezza tattile è evocativa della dimensione onirica come nell’opera Azul, comodamente adagiata su un guanciale dal quale il personaggio sembra sognare con le palpebre socchiuse i miti a cui Diana dà vita. La Medusa che ride sembra fuoriuscita dal manifesto femminista di Helene Cixous mentre la vulva realizzata in feltro richiama il pensiero di Carla Lonzi sulla donna clitoridea.

GLI INTRECCI VISIVI DI CLAUDIA E GABRIELLA

L’intreccio visivo si infittisce in un dialogo tra le pittrici Claudia Farrace e Gabriella Agnetta accomunate dalla sensibilità nel rendere la materia pittorica impalpabile momento interiore e sublimazione dell’effimero. Claudia con la tela “Heimweh” propone un paesaggio lattiginoso, suggestivo sin dallo stesso titolo, tratto dall’immaginario di una mondo germanico, dove evoca la nostalgia del ritorno di persone e momenti lontani. In quest’ottica il dipinto non è un’immagine da osservare, ma una superficie dimensionale con la quale entrare in contatto. Al pari dei lavori di Gabriella, “Oltre la visione” e “Apparizione”, che attraverso il colore proiettano lo spettatore in una realtà trascendentale trasformata dal tempo, conferendo forma mediante l’olio diluito a una memoria liquida destinata a dissolversi. Memorie liquide, ricordo, placenta, liquido amniotico, madre. La durata bergsoniana del ricordo è la manifestazione di Etra che unisce tutte queste esperienze femminili.

LETTURE PSICOANALITICHE DELLA COMPLESSITÀ

Una lettura psicoanalitica della complessità anche attraverso la cinestesia, percezione e controllo dei movimenti propri e dei muscoli nello spazio. Infatti, nelle sue opere la figura si distacca dal corpo e perde la sua intelligenza, che spazia e si spegne. Il corpo è inerte. In fondo, per Etra il distacco fu liberazione e sogno. Nelle opere di Silva il corpo e la coscienza si separano in assenza di razionalità: è vano tentare di ottenerne una riposta a un eventuale interrogativo, poiché non l si riceverà. L’attimo eterno dei raffinati lavori di materializzazione dell’inconscio trova riscontro e vicinanza nelle apparentemente distanti opere figurative di Silva Iampietro e Valeria Magini i cui linguaggi si rispecchiano per la presenza della figura maschile, che la pittura permette di conoscere come altro da sé ma anche come universo da scandagliare nel proprio io, nel segno di una ricerca originale e profondamente distinta.

MELANCONIE ESPRESSIONISTE ED ESISTENZE CHE INESORABILMENTE SI SPENGONO

Nelle tele di Silva la tavolozza è istintuale. Essa consta di toni acidi, in grado di rendere la corrosione del ricordo oltreché una melanconia espressionista che si intravede nella scrittura sfuggente sotto le campiture di colore. La corrosione di un sogno notturno che ha luogo alle prime luci dell’alba è come una pianta che lentamente, ma inesorabilmente, appassisce, poiché, al pari di essa, anche i rapporti umani se non ricevono una cura adeguata sono destinati ad avvizzire, così come i ricordi delle persone che non ci sono più. Seppure la parola paia dare una temporanea quiete, non è dato sapere quanto sarà effimera. Come in un sonno dolceamaro trascritto al risveglio nelle pagine del proprio diario interiore. In occasione della collettiva presso lo Studio DFB, Silva espone una componente installativa che intende essere parte integrante dell’operazione pittorica: fuoriuscendo dalla tela, la pianta, presenza viva come le sculture di Diana, è lì a ricordare a chi la contempla il progressivo decadimento dovuto alla mancanza di cure e alla lentezza pervasiva del dolore.

INTIMITÀ QUOTIDIANE DI VALERIA

Al contrario, i disegni realizzati con pastelli a olio su tela da Valeria incidono una memoria felice, sono un sogno lucido, di cui l’artista rielabora la componente inconscia. Le figure incontrate nella serie “Il quotidiano” non sono ritratti reali, benché diano vita a spaccati di intimità attraverso colori oltremodo gentili, narrando così in una chiava umana tesa a superare la gretta mascolinità. Sono bensì il ricordo dell’altro sesso, lo studio di cos’è davvero un uomo quando nessuno lo guarda performare un genere identitario che negli ultimi anni si sente l’esigenza di decostruire. Anche Sara Savini fa della routine una cifra stilistica. Le sue installazioni testimoniano lo scorrere della vita esibendo coreograficamente sul cellophane personaggi fittizi in contesti reali. Nelle sue opere, la ricchezza risiede nella possibilità di ricombinare l’ordine dei personaggi al fine di descrivere nuove situazioni, creando un vocabolario visivo che prescinde da quello imposto dalla società e rivendica la propria autonomia.

IL VOCABOLARIO VISIVO DI SARA

La modernità di questi dodici occhi femminili è in quello che la storia ha a lungo negato alle donne, il diritto di guardare, che le artiste oggi rivendicano con forza, ciascuna con la propria voce e la propria espressività. Nei micromondi di Sara il recupero della materia unisce cose disunite. È la tecnica alla quale ella ricorre che segna la cifra dell’efficacia dell’esperimento comunicativo: il ricalco e il trasporto del segno sulla pellicola trasparente rende infatti possibile delle opere «sintetiche» che recano tuttavia bene impresso il segno della mano, dell’uomo. Frammenti umani che hanno quindi la preminenza. Minimalismi di tensioni corporee e scene senza tempo proiettate nel futuro conducono al contrasto tra carne e spirito.

ETRA E LE ALTRE

Sono sempre stata l’altra della storia. Un’ombra sotto i piedi dei protagonisti. Serena e limpida per convenienza, eterea perché più facile da dimenticare. Nella luce della sera sono stata la madre di un figlio nato da due padri e da cui io stessa dovrò scoprire la verità sul suo concepimento. Verità che io non posso dare e che non voglio dare. Ho voluto due amori la stessa notte, e di questo qualcuno ne ha parlato, ma il ricordo è diventato per me nebuloso come feltro bruciato e non so se la nebbia del mio passato sia stata la mia rovina o la mia salvezza. La mia vita è stata anche altro rispetto a quei due amplessi così ravvicinati, e sotto il sole color acqua sono stata regina e schiava. Altri due uomini fan parlare di me per azioni che non ho compiuto, solo custodito. Quante ombre avevo quando me ne sono andata? Oltre la visione di quello che avete visto, rimane la malinconia di ciò che non vi hanno raccontato. Io, come tante, ho avuto poca voce e sono rimasta zitta sotto al cielo che gli altri vedono limpido. Ora che i denti sono caduti e i polmoni sono grigi che tutte le altre abbiano la loro voce.

INFO

Etra e le altre: esposizione collettiva d’arte aperta al pubblico fino all’11 luglio 2026 presso Studio DFB, in Via Raimondo Montecuccoli 28/A a Roma

infostudiodfb@gmail.com

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