Roma, 19 giugno 2026; a cura di Ruben Della Rocca, pubblicato dal quotidiano “il Riformista” il 18 giugno 2026 – A poche ore dalla avvenuta firma digitale in calce del memorandum che dovrebbe concretizzarsi venerdì prossimo in Svizzera tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran degli ayatollah sono molte le incognite che gravano su di esso e che lasciano perplessi i commentatori internazionali. Per aiutarci a comprendere meglio i contorni e le conseguenze di quanto dovrebbe essere vidimato nel prossimo fine settimana elvetico abbiamo chiesto al professor Pejman Abdolhammadi, politologo, esperto di relazioni internazionali sul Medioriente e profondo conoscitore dell’Iran e della sua storia un parere su quanto sta accadendo e potrebbe avvenire nei prossimi giorni.
IL CONFLITTO E LA SVOLTA
RUBEN DELLA ROCCA – Professore, dopo mesi di conflitto Usa/Israele vs Iran sembrerebbe si sia arrivati a una svolta. Quali sono le sue impressioni generali sull’accordo che dovrebbe essere firmato venerdì prossimo?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Penso che si stia andando verso una nuova fase del confronto tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica. Gli Stati Uniti applicano una strategia in che in questo momento vuole portare a una pressione forte che faciliti il crollo del regime dall’interno. Questo però lo stanno facendo cercando di passare alla seconda fase in cui non vogliono andare a colpire le strutture logistiche, provando a dare tempo sessanta giorni all’ultima oligarchia militare economica rimasta al potere e nella Repubblica islamica per vedere se si può costruire una situazione all’interno con la quale facilitarne il crollo. Nelle modalità si sta passando a una nuova fase.
RUBEN DELLA ROCCA – Ognuna delle parti rivendica essere uscito vincitore dal conflitto, quale la verità?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – È chiaro, ognuno rivendica di essere uscito vincitore. Nei fatti possiamo dire che la Repubblica islamica esce molto indebolita ed è sopravvissuta fino ad ora grazie al sostegno della superpotenza cinese e a quello di una alleanza diciamo anomala, ma con l’interesse comune di fermare l’Iran per essere libera e commercialmente competitiva e questa alleanza è composta da Turchia, Pakistan Arabia Saudita, coadiuvata una parte dell’Europa. La Repubblica islamica esce fortemente indebolita sul piano militare e logistico e altrettanto indebolita sul piano del consenso. Come sappiamo oltre l’85% della popolazione iraniana le è contraria. Tuttavia l’oligarchia cercherà di sopravvivere probabilmente sacrificando anche un pezzo degli ideali che le hanno dato vita.
RUBEN DELLA ROCCA – Il vicepresidente Vance ha parlato ieri l’altro di trecento miliardi di dollari messi a disposizione degli ayatollah in un fondo per la ricostruzione del paese, affermazioni smentite da Donald Trump il giorno dopo a Evian. Marcia indietro reale o difetto di comunicazione tra il presidente e il suo vice?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – La questione del denaro è molto importante. Bisognerà capire se questo memorandum porterà allo scongelamento di liquidità immediata nei confronti delle repubblica islamica. Se ciò dovesse accadere a mio avviso sarebbe un segnale di debolezza da parte di Washington. Se invece la cosa dovesse essere attuarsi ci si auspica a condizione che si risolvano le partite dell’uranio, del sistema missilistico e del sostegno alle strutture terroristiche e non certo solamente della riapertura di Hormuz che non può essere definita una «concessione». Soprattutto il punto dell’uranio deve essere rispettato. Allora la questione dei trecento miliardi avrebbe un senso, soprattutto in prospettiva futura ,con un nuovo governo in Iran e con un regime che cambia volto e diviene più pragmatico. E poi la quarta condizione, la fine della repressione dei dissidenti in Iran.
RUBEN DELLA ROCCA – È credibile che l’Iran rinunci al suo piano nucleare? La CIA sembra aver espresso seri dubbi in merito e li ha comunicati a Trump che è andato avanti nell’accordo contro il parere dei servizi di intelligence
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Non credo che la Repubblica islamica rinunci strutturalmente al suo piano nucleare. E’ anche vero che in virtù dell’estrema debolezza in cui si trova il regime è probabile che non riesca a mantenere il potere in tutto il paese e che nel medio periodo sia disposto a fare rinunce sulla questione del nucleare, sperando di poter resistere. Ricordiamoci che l’uccisione della suprema Khamenei è stata un colpo durissimo non solo a livello di mediazione politica ma anche negli equilibri interni al regime. Khamenei era un mediatore tra le varie fazioni e oggi questo moderatore non c’è più. Quindi è molto probabile che una fazione, quella più forte, sta dialogando adesso con Trump e miri a mantenere una sorta di controllo ed è quello che vogliono vedere gli americani. Se non dovesse riuscire, scoppierebbe una specie di faida tra le varie fazioni del regime e questo chiaramente porterebbe sempre di più verso la ipotetica implosione della oligarchia.
RUBEN DELLA ROCCA – Quale l’impatto di questo accordo sulle opinioni pubbliche iraniane e israeliane? Quanto la dissidenza iraniana può sentirsi in preda allo sconforto dopo questo accordo tra Trump e gli ayatollah e quanto gli israeliani traditi da Trump?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Penso che ci sia una affinità molto importante tra la società iraniana e la società israeliana. Oggi questa affinità è ancora più rafforzata, lo stiamo venendo anche nelle piazze nel vari città del mondo. Sicuramente entrambe le società in buona parte ora si sentono tradite da questa decisione della Casa Bianca e hanno il timore di essere abbandonate dagli americani. Io invece come analista penso che faccia parte di una strategia mirata.
RUBEN DELLA ROCCA – Coma esce Israele, soprattutto Benjamin Netanyahu, da un accordo che sembrerebbe essere passato sulla sua testa e imposto da Donald Trump?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Sicuramente il governo israeliano ha speso tantissime energie e credibilità sulla questione dell’Iran. Io penso che molti iraniani, quelli che iniziano ad essere un po’ delusi dagli Stati Uniti si consolino sapendo che c’è ancora Israele con loro. Questa situazione potrebbe creare una difficoltà a Netanyahu anche a livello di politica interna. Bisogna attendere questi due mesi perché potrebbero succedere cose molto importanti. Israele probabilmente avrà in questi sessanta giorni una certa mano libera nei confronti invece del sistema regionale. Importante capire cosa prevedrà esattamente il memorandum, capire se dovesse prevedere o meno che Israele debba fermarsi nel colpire Hezbollah, la cosa che sta facendo più male al regime in questo momento.
RUBEN DELLA ROCCA – Nella conferenza stampa di ieri sera il leader israeliano ha rivendicato di aver messo in ginocchio l’economia iraniana e rimandato indietro la minaccia esistenziale di Israele e con essa il pericolo incombente. Quanto è realistica questa tesi?
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Sicuramente l’oligarchia militare iraniana è stata fortemente indebolita quindi è disposta a mostrare anche un po’ di flessibilità della politica estera, ma non nella politica interna. La società iraniana chiaramente rischia di rimanere di nuovo sola e questo non dobbiamo permetterlo. Stati Uniti e Israele si sono spesi molto in questi mesi a favore della popolazione iraniana. Purtroppo l’Europa in buona parte, non tutta, ha fatto vedere di essere più vicine alla classe dirigente iraniana piuttosto che al popolo. Tuttavia un ruolo più attivo dell’Europa e delle organizzazioni internazionali potrebbe aiutare a mantenere la pressione. È imbarazzante pensare che la società più laica e liberale del mondo medio orientale assieme a quella israeliana venga di nuovo lasciata sola.
RUBEN DELLA ROCCA – Ma se li abbandonassimo anche questa volta avremo ceduto al dispotismo e lasciato anche l’unica speranza di andare a colpire l’Islam radicale politico e l’autoritarismo in Medioriente.
PEJMAN ABDOLHAMMADI – Gli iraniani oggi sono una nazione con lo uno spirito forte e una nazione che non si fermerà. Secondo me si realizzeranno libertà e democrazia. L’Iran è un leone che si è svegliato e nessuno riuscirà a fermarlo. Israele e Stati Uniti sono stati e solo tuttora gli alleati principali di questa società e lo sono ancora, Israele sicuramente, ma secondo me anche gli Stati Uniti. L’impegno di facilitare il popolo nel poter riprendersi il potere è anche un interesse strategico di Washington e di Gerusalemme.



