Islamabad, 15 giugno 2026 – Portavoce statunitensi e iraniani hanno oggi reso noto l’avvenuto raggiungimento di un accordo che dovrebbe porre fine alla guerra in corso nel Medio Oriente e consentire di risulta la riapertura dello Stretto di Hormuz, Si tratta di un patto preliminare che quale sua prima conseguenza ha fatto crollare i prezzi del petrolio sui mercati, demandando tuttavia a futuri negoziati l’eventuale composizione della controversia sul programma nucleare della Repubblica Islamica.
RAGGIUNTO UN ACCORDO QUADRO
Malgrado assuma soltanto le forme di un accordo quadro, l’atto costituisce in ogni caso una importante svolta verso la soluzione del conflitto divampato nel febbraio scorso, che è stato causa di migliaia di morti, oltreché elemento di estrema perturbazione dei mercati delle materie prime energetiche. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», aveva postato nel pomeriggio di ieri sulla sua piattaforma Truth Social il presidente americano Donald Trump, un messaggio inoltrato in rete a seguito dell’annuncio del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, capo del governo del paese che ha svolto il ruolo di mediatore. A questo punto il memorandum d’intesa dovrebbe venire formalizzato ufficialmente attraverso la firma delle controparti venerdì prossimo in Svizzera. Sarà sempre il Pakistan al centro della firma a Ginevra per celebrare, lo ha confermato lo stesso Sharif, attribuendo al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano, generale Asim Munir, i meriti per «il ruolo straordinario svolto» e gli sforzi profusi allo scopo di porre fine a una guerra che minacciava di destabilizzare l’economia globale. Stati Uniti e Iran avranno incontri preparatori indiretti a Doha, in Qatar, prima della firma formale in Svizzera. I negoziatori della monarchia del Golfo hanno lasciato Teheran dopo diciassette ore di intense negoziazioni, colloqui che avevano avuto inizio ieri.
IL NODO LIBANESE
Al momento i termini precisi dell’accordo non sono stati ancora resi noti, seppure Sharif al riguardo abbia dichiarato che esso concerne «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso quello del Libano». Il Paese dei cedri permane un elemento di criticità sulla strada della pace, poiché una composizione è subordinata a dei passi in avanti nei negoziati con lo Stato di Israele e il movimento sciita filoiraniano Hezbollah, che, entrambi, nelle ultime settimane hanno ignorato gli appelli di Trump e di altri mediatori a interrompere gli attacchi reciproci. Su questo aspetto si è comunque espresso chiaramente il Segretariato del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica iraniana, che in una propria nota ha dichiarato che la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, sarebbero terminate definitivamente a partire da lunedì sera, mentre – stavolta ad avviso del viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi – un accordo più ampio verrebbe negoziato durante un periodo di cessate il fuoco della durata di sessanta giorni, nell’ambito del quale si discuterebbe anche dell’allentamento delle sanzioni che gravano su Teheran. Ma, se il presidente libanese Joseph Aoun auspica che un accordo tra Washington e Teheran sulla guerra in Medio Oriente possa porre una fine definitiva al conflitto tra Israele e Hezbollah, da Gerusalemme questa mattina il ministro della Difesa israeliano ha chiarito che le forze armate dello Stato ebraico rimarranno nel Libano, in Siria e nella striscia di Gaza «a tempo indeterminato».
ISRAELE NON RITIRA LE TRUPPE
«Il Primo ministro Benjamin Netanyahu e io stiamo perseguendo una politica chiara in base alla quale le Forze di Difesa Israeliane rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza per un periodo di tempo illimitato, al fine di proteggere il confine e le comunità israeliane presenti in quelle aree» ha dichiarato al riguardo Israel Katz, evitando di fare alcun riferimento all’accordo raggiunto tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran. Egli ha poi aggiunto che «mantenere il territorio e le zone di sicurezza sono tra i più grandi successi delle Forze di Difesa Israeliane, pertanto ci opponiamo al loro ritiro dal Libano, nonostante tutte le pressioni attuali e quelle che arriveranno». Katz ha inoltre ammonito Teheran che, qualora la Repubblica Islamica dovesse attaccare Israele in risposta alla sua campagna in Libano, Gerusalemme reagirebbe con «tutta la forza e dimostreremo chiaramente la disparità nelle nostre capacità», poiché «non scenderemo a compromessi sul primario interesse della sicurezza di Israele, né sulla protezione dei nostri cittadini e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza». Riguardo al destino del programma nucleare iraniano, questione estremamente spinosa di primaria importanza, va rilevato che essa verrà affrontata in colloqui che avranno luogo successivamente.
TRANSAZIONI AI TAVOLI NEGOZIALI
Matthew Miller, portavoce del Dipartimento di Stato Usa durante l’amministrazione presieduta da Joe Biden, ha commentato la notizia affermando che Trump ha fatto importanti concessioni all’Iran allo scopo di tornare allo status quo precedente allo scoppio della guerra. «Non abbiamo garanzie che il programma nucleare verrà mai affrontato – ha sottolineato Miller -, però l’Iran ha dimostrato al mondo di essere in grado di prendere in ostaggio l’economia globale e ottenere qualcosa in cambio dagli americani». Citando il memorandum d’intesa in quattordici punti tra i due Stati, la Mehr News Agency ha diffuso la notizia (ancora non ufficialmente confermata) secondo la quale gli Stati Uniti d’America sbloccheranno dodici miliardi di dollari di beni iraniani congelati a favore di Teheran prima dell’inizio dei negoziati, a fronte dei ventiquattro miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo di negoziazione di sessanta giorni che vengono previsti nel documento medesimo, una fase che seguirà il perfezionamento dell’iter del memorandum d’intesa. Dal canto loro, Regno Unito, Francia, Germania e Italia si sono resi disponibili a revocare le sanzioni imposte alla Repubblica Islamica dell’Iran. La notizia è stata resa nota ieri mediante una dichiarazione congiunta nella quale si accoglieva con favore l’accordo raggiunto tra Washington e Teheran sulla cessazione del conflitto. «Siamo pronti a revocare le sanzioni pertinenti in risposta a passi chiari e verificabili compiuti dall’Iran sul suo programma nucleare. Lavoreremo intensamente con gli Stati Uniti, l’Iran e i partner regionali per cogliere questo momento, mantenere lo slancio e raggiungere una soluzione diplomatica a lungo termine», vi si afferma.
L’ACCORDO OSSERVATO CON GLI OCCHI DEI PETROLIERI
Sempre per venerdì è attesa la riapertura dello Stretto di Hormuz. «Navi del mondo accendete i motori: che il petrolio scorra!», ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma social. A seguito della diffusione della notizia dell’accordo, sui mercati i prezzi del petrolio sono crollati. I futures del Brent sono scesi del 4% nelle prime contrattazioni di stamani, mentre le borse asiatiche hanno registrato un rialzo. Cauti gli operatori del settore, ad avviso di Michele Marsiglia (presidente di Federpetroli Italia) «prima di brindare bisognerà attendere gli sviluppi della questione, quindi venerdì prossimo, poiché permangono ancora delle incognite». Al riguardo Marsiglia mette in guardia, poiché «fino a venerdì di tempo ne scorrerà, perciò dobbiamo mantenere salda l’emotività in una situazione che potrebbe mutare di ora in ora. Bisognerà capire se Israele manterrà la propria linea su Libano, Siria e Gaza. Inoltre, se davvero Hormuz verrà reso navigabile si dovranno recuperare diversi mesi sul piano della logistica e nell’acquisto del greggio. Non tutte le petroliere approderanno in Italia e in Europa, perché il tempo trascorso ha fatto emergere nuovi acquirenti sui mercati a danno del Vecchio continente. Lo Stretto presenta inoltre delle problematiche: è stato minato e molte infrastrutture di carico risultano danneggiate. Inoltre dovremo anche capire come si comporterà l’Opec. Infine, rimane ancora un passaggio da fare a Doha prima di arrivare in Svizzera». Riguardo ai prezzi, «il crollo di Brent, WTI e Gas – sostiene Marsiglia -, è una cosa normale: i mercati vivono una velata e pacifica speculazione e la tempistica dell’eventuale discesa dei prezzi della benzina alla pompa sarà comunque subordinata alla riapertura di Hormuz e alla prossima direzione dei flussi di materie prime energetiche».



