Rimini, 12 giugno 2026 – Con una produzione da 74 miliardi di euro nel 2025 e un export che supera i 69 miliardi l’industria farmaceutica italiana si posiziona al vertice dell’Unione europea e come quarto hub al mondo. Sulla base di queste cifre, che vedono il comparto trainare la crescita del Made in Italy con un incremento delle esportazioni del +28,5% nel 2025, hanno avuto luogo i lavori del simposio organizzato dall’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI), quest’anno nella città di Rimini.

IL SIMPOSIO AFI DI RIMINI
Il focus nella tre giorni è stato concentrato sulla capitalizzazione della leadership produttiva raggiunta, unitamente ai dati su un’occupazione qualificata cresciuta a oltre 72.000 addetti, senza tuttavia perdere di vista i rischi, che non mancano. L’Italia deve infatti colmare rapidamente il gap competitivo sulla digitalizzazione e sull’attrattività della ricerca clinica, riducendo l’impatto della burocrazia. «Le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale, stanno trasformando profondamente il lavoro dei ricercatori clinici, consentendo una gestione più efficiente dei dati, una maggiore capacità predittiva nella progettazione degli studi e una riduzione significativa dei tempi di analisi e di sviluppo – ha affermato al riguardo Giorgio Bruno, presidente dell’AFI -, in questo percorso è fondamentale guardare alle best practice internazionali, in particolare a ecosistemi come Stati Uniti d’America, Regno Unito e alcuni hub asiatici, dove l’integrazione tra ricerca, regolazione e innovazione digitale è più avanzata e strutturata. In questo contesto competitivo, l’Italia è chiamata a rafforzare la propria attrattività agendo su semplificazione normativa e digitalizzazione dei processi, mentre il tessuto industriale nazionale sta dimostrando una crescente capacità di recepire queste innovazioni, pur con margini di accelerazione ancora importanti per allinearsi ai principali competitor globali e valorizzare appieno il proprio potenziale scientifico e industriale».
UN QUADRO FRAMMENTATO E DISOMOGENEO
«Lo scenario attuale della ricerca clinica in Italia evidenzia un’elevata qualità scientifica e un forte potenziale, ma anche criticità strutturali che ne limitano la competitività internazionale – ha osservato la professoressa Paola Minghetti, vicepresidente dell’AFI -, persistono frammentazione dei sistemi sanitari, disomogeneità digitale tra territori e tempi autorizzativi ancora troppo lunghi, che rallentano l’avvio degli studi e l’attrattività del Paese per gli investimenti in R&D. A ciò si aggiunge una gestione dei dati sanitari non ancora pienamente interoperabile e un’adozione delle nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, non uniforme e talvolta frenata da incertezze interpretative. Sul piano regolatorio, le riforme non più rimandabili riguardano innanzitutto la piena armonizzazione e semplificazione delle procedure di sperimentazione clinica, con tempi certi e riduzione delle duplicazioni a livello nazionale e regionale. È inoltre urgente rendere coerente e operativo il quadro normativo tra AI Act e Spazio Europeo dei Dati Sanitari, definendo regole chiare, proporzionate al rischio e realmente applicabili per l’uso dell’intelligenza artificiale dei dati in ricerca. Infine, è necessario accelerare la costruzione di una governance unica e interoperabile dei dati sanitari, che trasformi il patrimonio informativo in un reale acceleratore di innovazione e non in un ulteriore elemento di complessità amministrativa».
LA POSIZIONE DI ASSOBIOTECH
Un messaggio ribadito anche da Fabrizio Greco, presidente di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che è parte di Federchimica: «Per investire in Italia – ha egli sottolineato –, alle imprese del biotech serve prima di tutto un’infrastruttura nazionale di certezze: certezza nei tempi della ricerca clinica, superando le lungaggini dei comitati etici locali, un quadro fiscale stabile, che tuteli la proprietà intellettuale e una governance della spesa che consideri il farmaco innovativo un investimento, non un costo. Solo azzerando il rischio burocratico interno e mobilitando capitali nazionali per lo scale-up potremo trasformare il Paese in un hub attrattivo globale».



