Cosenza, 27 maggio 2026; a cura di Rosario Sprovieri – Quando a sfilare è la storia del tuo essere al mondo, delle tonalità della terra che ti ha generato, dei profumi della natura che come madre instancabile ti ha protetto, accolto e cresciuto, allora le pietre millenarie del Castello Svevo non sono più semplici mute testimoni del tempo.
SETTE GIORNI AL CASTELLO SVEVO
È stato così che per sette giorni, dal 27 aprile al 3 maggio scorsi, quell’opera difensiva è sono divenuta il battito cardiaco di un Meridione che si è riscoperto capitale del bello. La decima edizione della South Italy Fashion Week ha squarciato il silenzio attraverso la celebrazione di un anniversario speciale, il lungo periodo di fili intrecciati, visioni audaci e mani capaci di disegnare l’identità. Sotto l’egida di Confartigianato Imprese e della Città dei Bruzi, la kermesse ha assunto le forme di una liturgia dell’ingegno, ponte sospeso tra la Calabria e l’universo. Tutto era cominciato nel sogno dei ragazzi di un piccolo borgo, luogo lontano nel tempo e nello spazio nel quale l’orizzonte pareva protetto e al medesimo tempo limitato dalle montagne imponenti.

L’INIZIO DEL VIAGGIO: IL SOGNO E L’ADDIO
È stato davvero così per il sampietrese Giuseppe Fabiano, quando quella sua cornice dell’inizio dell’adolescenza si tingeva delle stesse sfumature della poesia manzoniana dell’«Addio, monti sorgenti dall’acque». È poi, ancora, quel distacco sacro e doloroso dalla propria terra, nel momento in cui la fanciullezza si scontra con il vento del destino. In quella separazione nella quale non c’è mai stata rassegnazione, semmai al contrario una forza immensa, un disegno gravoso e perentorio che è quello della speranza che gli emigranti portano dentro le loro bisacce delle proprie vite. Una forza che evoca le anime di chi ha tracciato questa stessa strada prima del tempo in cui il sole illumina ognuno di noi: prima di Giuseppe Fabiano. Come è accaduto per la poesia della terra perduta di Vicente Gerbasi e, il riscatto primordiale e la fatica di Pascal D’Angelo, quindi l’urlo di nostalgia e di ribellione che appartenne a Riccardo Cordiferro. Voci echeggianti di quella Calabria migrante che, non ha mai smesso di sognare, di creare, di lottare.
ARCHEOLOGIA TESSILE E ANTROPOLOGIA DEL FILO
È in questo ecosistema di memoria e futuro che la Ritorcitura Fabiano di Giuseppe Fabiano (nativo di San Pietro in Guarano, uno dei colli della città di Cosenza, l’Atene della Calabria), che è stato possibile riproporre ciò che oramai possiamo chiamare archeologia tessile. Quel lavoro che oggi, la sua azienda mostra, si fa scavo profondo nel tessuto connettivo culturale della tradizione popolare più colta e, attraverso le sue fasi esecutive espone adesso, come si procede per l’aggregazione dei filamenti e delle fibre, in un corpo a corpo serrato con la materia grezza. Fabiano illustra quel percorso ancestrale partendo dall’epopea incarnata in un’opera che affonda le sue radici verticali fin dentro le nebbie dell’anno Mille, quando uomini, pecore e capre, qui condotte dai monaci basiliani, erano intenti a vivere sulle colline della Sila. Quella «pecora sciara» e le razze locali che proprio i monaci incentivarono allevando intensivamente le «pecore mosce» da latte e da lana lunga, adatte ai pascoli montani e alla transumanza verso le coste in inverno.
L’ORGOGLIO DELLA CREAZIONE: UN PATRIMONIO GLOBALE
Qui, allora, quello che definiamo «moda» smette di essere futilità e disinganno per divenire memoria del patrimonio popolare, canto dei pastori, rito antico, comunione di una comunità armonica e solidale. Oggi Fabiano attraverso la riproposizione di processi produttivi e il recupero delle razze animali, compie un vero atto di devozione culturale. E lo fa mediante la ripresa accanita e passionale delle tecniche storiche, guidato da una dedizione assoluta, dall’amore per il lavoro e dalla tensione costante a migliorare sé stesso. Ogni filo teso nei suoi insediamenti industriali fiorentini è una promessa di crescita, una sfida alla gravità del tempo. Quel percorso adesso si corona con la profonda soddisfazione di aver dato vita con ingegnosità, sofferenza e amore infinito, qualcosa di straordinario: un’opera che unisce l’eccellenza ecologica e l’avanguardia innovativa a una qualità superiore, oltreché a uno stile inconfondibile. Ciò che era un’intuizione derivata dalle proprie radici è ora un’eccellenza riconosciuta, patrimonio del mondo intero che parla la lingua della bellezza universale.
FRUTTI DEL VENTO DEL DESERTO
In questo modo, sulle passerelle di Cosenza sono sfilati i frutti delle lacrime e delle speranze di generazioni di calabresi meno fortunati, genti di cui Fabiano ha incarnato le storie, portandole in scena sui palcoscenici del mondo. Attori, figuranti musiche e luci appartengono ai giorni e alle vite di quei figli che vento e destino dispersero. Ai calabresi nel mondo. Fabiano tenta dunque di ripiantare semi di cultura, calore e ingegnosità, lo fa, anche per quell’adagio che appartiene alla sfera della psicologia sociale, l’antica condanna che relega tanti figli del Sud in altri luoghi e in altri paesi del mondo, perché nessuno è, o riesce o è riuscito a essere, profeta in patria. Egli fa sì che la materia si risvegli. Allora si affida al il filo che ricuce ciò che la distanza ha separato per sempre. Lo fa, in questa bolla trasparente e immacolata dove la Calabria si rivela ancora per ciò che è: madre di bellezza universale, che spesso riaccoglie e riabbraccia i figli perduti.



