Taranto, 29 aprile 2026 – «Le scriventi RLS esprimono forti preoccupazioni e indignazione in merito all’infortunio occorso questa notte a un lavoratore della ditta Semat in Area AFO/2, del quale si è appreso in maniera informale e non attraverso i canali aziendali – si legge nella lettera firmata congiuntamente da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb -, è inaccettabile che un evento di tale gravità non sia stato tempestivamente comunicato alle organizzazioni sindacali e alle RLS, in palese violazione dei principi di trasparenza e degli obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Si richiede con urgenza una convocazione per avere dettagli sull’accaduto, comprensiva della dinamica dell’infortunio. In assenza di un riscontro concreto e tempestivo, le scriventi Organizzazioni sindacali si riservano di intraprendere tutte le azioni necessarie a tutela dei lavoratori nelle sedi opportune».
IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA NEGLI IMPIANTI PRODUTTIVI
Riguardo al tema che investe direttamente lo specifico impianto produttivo, ad avviso della Rsu ex Ilva e di Vincenzo Mercurio (coordinatore provinciale di Usb Taranto), la «cassa integrazione è una forma di torsione per chi esige il rispetto delle misure di sicurezza». Di seguito un loro comunicato diffuso nel pomeriggio.
Si è tenuto ieri, presso la Direzione dello stabilimento ex Ilva di Taranto, un importante incontro tra RLS, RSU e tutti i responsabili dell’area Acciaieria, nel corso del quale abbiamo ascoltato testuali parole: «Non ci sono limiti ai fondi per la sicurezza». Parole che sembrano segnare, almeno sulla carta, una tanto attesa svolta rispetto al passato. La lunga durata dell’incontro, perpetratosi per tre ore, e il coinvolgimento di tutti i livelli, dai responsabili d’area alle relazioni industriali, fino a rappresentanti diretti dei lavoratori (RLS e RSU), fa pensare alla volontà di costruire un fronte comune. In un impianto dove la sicurezza non è solo un obbligo, ma condicio sine qua non per una idonea tutela, l’unanimità dei responsabili su questo impegno, rappresenta il primo mattone fondante la «rinascita» di cui si parla. Ma come spesso accade in così grandi realtà industriali, lo scenario immaginato delude quando deve misurarsi con i fatti e con la concretezza del cronoprogramma. Tante parole impregnate di cura e dedizione che brutalmente si scontrano con quanto accaduto alle ore 17:00 della stessa giornata, quando, senza alcun motivo, un caposquadra di Acciaieria 2 di pronto intervento è stato invitato a firmare un documento che lo pone in cassa integrazione fino a data da destinarsi.
Il contrasto è tanto palese quanto assurdo: passare da una riunione che millanta «fondi illimitati per la sicurezza» alla sospensione di un dipendente, che quella sicurezza la esige ogni giorno, sa di beffa. L’accusa mossa dall’azienda: «Tu non lavori in sicurezza», rivolta proprio a chi segnala le criticità, appare come la concretizzazione di un classico paradosso punitivo. Al contrario, questo potrebbe essere interpretato come un uso strumentale della cassa integrazione o del provvedimento disciplinare, al fine di allontanare una voce scomoda. In pratica, risulterebbe che i responsabili stanno ammettendo apertamente che la cassa integrazione non è dovuta a ragioni tecnico-organizzative, ma è una ritorsione per aver esercitato un diritto (quello di inviare una segnalazione o una lamentela via Pec), e che probabilmente potrebbe accadere nei prossimi giorni anche agli altri firmatari della stessa. Si tratta di un segnale evidente e pericoloso per tutto lo stabilimento, quasi a fungere da monito.
Altra nota dolente è l’utilizzo della cassa integrazione in reparti produttivi, come l’Area Agglomerato, comunicata dall’ufficio del personale al reparto di manutenzione. Questa comunicazione non lede solo il diritto al lavoro, ma la sicurezza sul posto di lavoro, un ambito dove le responsabilità penali del datore di lavoro sono pesantissime. Questa comunicazione dell’Ufficio Personale aggiunge un’ulteriore livello di irregolarità ad una situazione già molto tesa.



