ECONOMIA, scenari globali. Per contare nel Mondo l’Europa deve guardare dentro sé stessa: tre riflessioni

Sull’argomento, dalle colonne del quotidiano “Il Sole 24 Ore” è intervenuto il professor Mario Baldassarri, già viceministro dell’Economia e delle Finanze e attuale presidente del Centro Studi Economia Reale e dell’Istituto Adriano Olivetti di Ancona (ISTAO)

Roma, 28 aprile 2026; a cura di Mario Baldassarri – La prima è in realtà una constatazione: l’Europa è ferma al ventesimo secolo, non è entrata e non vuole entrare nel ventunesimo secolo.  E per questo non conta. Ma per contare nel mondo, l’Europa deve soprattutto guardare dentro sé stessa.

Mario Baldassarri

 

L’EUROPA DEVE GUARDARE DENTRO SÉ STESSA

Sono ormai venticinque anni da quando, all’inizio di questo secolo, gli americani hanno fatto stoltamente entrare la Cina nel WTO lasciandogli la scelta politica del cambio della moneta, nell’illusione che il renminbi cinese, agganciato al dollaro, con un dollaro che si svalutava, mantenesse la parità. E così l’euro, che invece si apprezzava fino ad un picco di 1,61, rendeva meno competitiva la produzione europea, sia verso gli Usa che verso la Cina. Da qui, con l’aggiunto del vincolo sul deficit pubblico che non distingue tra spesa corrente ed investimenti, un forte freno alla crescita in tutta Europa che va avanti da oltre venti anni. Ovviamente, l’altra evidente scelta è stata l’abbandono dell’Atlantico e lo spostamento sul Pacifico da parte degli Stati Uniti, che non è avvenuto con Trump ma molto prima a partire da Obama.

BENI PUBBLICI COLLETTIVI

Rispetto a questo quadro, se l’Europa avesse guardato dentro sé stessa si sarebbe accorta già un quarto di secolo fa che l’essenza stessa di uno Stato è quella di produrre beni pubblici collettivi, proprio perché lo Stato nasce per produrre beni pubblici collettivi. In questo contesto, da venticinque anni, l’Europa non fornisce ai propri cittadini europei i cinque beni pubblici collettivi di base: difesa e sicurezza, politica estera, grandi infrastrutture materiali ed immateriali, energia e innovazione tecnologica, con tutti i risvolti dell’intelligenza artificiale e dell’alta formazione. Siamo stati per venticinque anni a parlare di come cedere la sovranità nazionale a un’eventuale sovranità europea senza constatare che la sovranità nazionale è persa da venticinque anni e per sempre.

ALLA RICERCA DI UNA SOVRANITÀ ORMAI PERDUTA

La questione vera è quindi come noi cittadini europei possiamo riappropriarci di una sovranità su quei cinque temi e lo possiamo fare solo attraverso una azione coordinata e congiunta. Tra i fondamentali di economia e scienza delle finanze si ricorda il vecchio esempio dell’isola infestata da serpenti e abitata da due famiglie che si contrappongono: nessuna delle due vuole andare a caccia di serpenti perché nessuna vuole dare un vantaggio gratuito all’altra ed entrambe sperano che sia l’altra famiglia a cacciare i serpenti da sola; il risultato è che tutti muoiono morsi dai serpenti. Questa è la ineluttabile fine dell’Europa. L’evoluzione dell’assetto istituzionale europeo non dipende quindi dall’esterno ma dall’interno.

LA VERA QUESTIONE

Che fosse avvenuto o non fosse avvenuto tutto ciò che è avvenuto e sta avvenendo nel mondo, questo tema l’Europa se lo doveva porre sin da venticinque anni fa, indipendentemente da quello che succede nel resto del mondo. E qui una seconda riflessione: il quadro esterno, che è cambiato radicalmente e continua a cambiare in modo accelerato, rende più necessario e più urgente quel passaggio che deriva dalla prima riflessione e che comunque avremmo dovuto fare anche senza guardare all’esterno? A mio parere lo rende più necessario e più urgente. Terza e ultima riflessione: quando e come dobbiamo costruire il processo di assetto istituzionale europeo che stiamo discutendo? La mia risposta è molto semplice. L’altro ieri! E come? C’è un solo modo: costruire una Europa a tre cerchi concentrici.

TRE CERCHI CONCENTRICI

Nel primo cerchio chi si mette insieme lo fa su quei cinque beni pubblici collettivi e questo è il nucleo dell’Europa federale. Chi ci sta ci sta …quindi: cooperazione rafforzata su quei cinque temi, come è stato fatto per altro per l’euro e per Schengen. Qui è facile capire che c’è una differenza enorme tra aumentare le spese per la Difesa nei singoli stati nazionali o fare la Difesa europea integrata. Aumentare le spese per la Difesa non significa fare la Difesa europea, perché questa implica una struttura industriale, una struttura produttiva, una struttura di ricerca e un’integrazione industriale, produttiva e anche strategica. Quindi, al centro c’è il nucleo duro che parte subito e che può essere fatto solo con cooperazione rafforzata-federazione di partenza.

COSA SIGNIFICA DAVVERO «DIFESA EUROPEA»?

All’esterno resta il cerchio grande, cioè l’attuale Unione Europea, che è quella che è, ventisette, ventotto più i Balcani fino ad arrivare all’Ucraina. Ma il processo di allargamento non ha senso se non c’è l’approfondimento del nucleo duro di chi ci sta ci sta. Terzo ed ultimo cerchio: guardando fuori di noi, ma molto vicino a noi, occorre l’area di libero scambio e cooperazione allo sviluppo Europa-Africa. Qualcuno la chiama il Piano Mattei. Benissimo per l’Italia, ma questo non può essere un piano italiano e basta. Deve diventare il cerchio largo dell’area di cooperazione allo sviluppo e di liberalizzazione dei rapporti economici tra l’intera Europa e l’Africa. Si comincia con l’Africa del nord, si estende all’Unione Africana: non importa, anche qui basta partire.

COMINCIARE A COSTRUIRE L’EUROPA… CON L’AFRICA

Questi sono i tre cerchi concentrici che vedo in qualche misura possibili per cominciare a costruire l’Europa del XXI secolo. È un’utopia? Sì, ma l’unica alternativa a questa utopia è la dissoluzione dell’Europa attraverso un processo ineluttabile già in atto da tempo che stiamo accettando supinamente. Ed un’Europa che si dissolve diviene in parte suddita degli Stati Uniti, qualunque essi siano, e in parte suddita-schiava, via Russia, della Cina. Non ho mai scelto di essere suddito di nessuno, ma se proprio dovessi scegliere (come qualcuno fece dicendo tanti anni fa che preferiva l’ombrello della NATO a quello del Patto di Varsavia), allora dico subito che preferisco essere suddito verso l’Atlantico che non suddito-schiavo verso gli Urali e la grande muraglia.

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