Roma, 24 aprile 2026 – L’ictus cerebrale permane una delle emergenze sanitarie di maggiore rilievo in Europa, continente nel quale lo scorso anno sono stati registrati 1,46 milioni di casi, per una conseguente incidenza economica stimata in sessanta miliardi di euro, oltre a una persistente disomogeneità nell’accesso alle cure, poiché stroke unit, trombolisi sistemica, trombectomia meccanica e follow-up strutturato restano distribuiti in modo non uniforme tra i diversi sistemi sanitari nazionali.

L’ICTUS CEREBRALE IN CIFRE
Sulla base di questo quadro generale ha avuto recentemente luogo ISA-AII 2026, congresso nazionale che ha visto riuniti clinici, ricercatori, decisori di politica sanitaria e rappresentanti delle associazioni di pazienti, tutti a confronto al fine di perseguire un obiettivo condiviso, quello di garantire a ogni persona colpita da ictus, indipendentemente dall’area geografica di residenza, un accesso tempestivo, appropriato e continuativo alle migliori cure disponibili. L’orizzonte programmatico di riferimento è stato lo Stroke Action Plan for Europe 2018–2030 (SAP-E), aggiornato a metà percorso nel 2026, un piano che si articola su quattro obiettivi strategici interconnessi: la riduzione di oltre il 15% dell’incidenza di ictus, standardizzata per età e sesso, entro il 2030; l’assicurazione che almeno il 90% dei pazienti in fase acuta venga ricoverato in una stroke unit come primo livello di cura; la dotazione per ciascun paese di un piano nazionale strutturato lungo l’intero continuum, quindi dalla prevenzione primaria alla riabilitazione e alla vita dopo l’ictus; l’intervento multisettoriale sui fattori di rischio e sui determinanti ambientali, sociali ed educativi della salute cerebrovascolare.
STROKE ACTION PLAN FOR EUROPE
«I quattro grandi obiettivi europei sono chiari – ha dichiarato al riguardo Francesca Romana Pezzella, Chair SAP-E e segretario nazionale di ISA-AII -, ridurre l’incidenza di ictus standardizzata per età e sesso di oltre il 15% entro il 2030; trattare almeno il 90% dei pazienti acuti in stroke unit come primo livello di cura; dotare ogni Paese di un piano nazionale lungo l’intero continuum; e agire in modo multisettoriale sui fattori di rischio e sui determinanti della salute cerebrovascolare». Il sistema sanitario italiano evidenzia risultati rilevanti nella gestione della fase acuta dell’ictus, in particolare nella somministrazione della trombolisi sistemica, ma presenta ancora aree di miglioramento significative sul fronte della prevenzione secondaria, della governance nazionale e della rendicontazione sistematica degli esiti clinici. L’Action Plan for Stroke in Italy 2024–2030 (SAP-I) risponde a questa necessità configurandosi come piattaforma strategica per connettere reti cliniche, flussi di dati, processi di audit e responsabilità istituzionali. L’obiettivo è tradurre le buone pratiche sviluppate a livello regionale in standard nazionali confrontabili e verificabili, colmando il divario tra eccellenze locali e sistema sanitario nel suo complesso.

SAP-I: PRIORITÀ OPERATIVE, PUNTI DI FORZA E POSSIBILI MIGLIORIE
«L’ictus richiede oggi una visione che vada oltre la singola prestazione clinica – sostiene Mauro Silvestrini, già presidente di ISA-AII -, costruire il futuro della cura significa rendere strutturali le buone pratiche, superare le disuguaglianze territoriali e rafforzare una governance nazionale fondata su reti, dati e responsabilità condivise. ISA-AII 2026 riafferma la necessità di trasformare l’eccellenza in un diritto concreto e misurabile per tutte le persone colpite da ictus». Le priorità operative del SAP-I: al riguardo ISA-AII 2026 sancisce un cambio di paradigma: il passaggio dalla somma di eccellenze locali a una strategia nazionale misurabile, sostenibile e centrata sulla persona. Le priorità operative identificate dal SAP-I includono l’allineamento degli standard di cura italiani ai benchmark europei del SAP-E, la definizione di un dataset minimo nazionale con sistemi di audit continuo, la misurazione sistematica dell’accesso alla stroke unit entro ventiquattro ore dall’esordio dei sintomi e la standardizzazione dei percorsi diagnostico terapeutici e assistenziali (PDTA) su scala nazionale.
UN CAMBIO DI PASSO
«ISA-AII 2026 porta al centro un cambio di passo: passare dalla somma di eccellenze locali a una strategia nazionale misurabile, sostenibile e centrata sulla persona – ha sottolineato Leonardo Pantoni, presidente eletto ISA-AII -, le priorità indicate dal SAP-I sono concrete: allineare gli standard di cura italiani ai benchmark europei, definire un dataset minimo nazionale con audit continuo, misurare l’accesso alla stroke unit entro ventiquattro ore, standardizzare i PDTA, rendere obbligatori il piano riabilitativo e la transizione di cura». In questo contesto, intelligenza artificiale, telemedicina e medicina digitale non rappresentano mere applicazioni tecnologiche, ma una vera e propria infrastruttura di equità per il sistema di cura dell’ictus. L’implementazione del SAP-E nei diversi contesti europei evidenziano come le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale possano migliorare la valutazione pre-ospedaliera e l’integrazione tra team territoriali e strutture ospedaliere. Inoltre, come la telemedicina sia applicabile e clinicamente utile nelle aree a bassa densità di centri specialistici, laddove facilita il triage, sostiene la decisione terapeutica in urgenza e consente modelli organizzativi flessibili lungo tutte le fasi della rete ictus.

RETI DI TELESTROKE ATTUALMENTE ATTIVE IN ITALIA
In Italia sono attualmente operative sette reti di Telestroke che hanno dimostrato un impatto rilevante sull’accessibilità e sull’equità delle cure. Le soluzioni di medicina digitale si estendono inoltre dalla gestione della fase acuta al monitoraggio domiciliare per la prevenzione delle recidive, alla riabilitazione motoria e cognitiva, fino al supporto alla qualità della vita nel lungo periodo. Ma, la personalizzazione e la continuità della cura è la vera sfida. Infatti, la presa in carico integrata e la continuità terapeutica rappresentano il nodo più critico e al tempo stesso la sfida più ambiziosa dell’intero sistema di cura dell’ictus. Prevenzione secondaria, pianificazione riabilitativa individuale, transizione di cura, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare e attenzione alla qualità della vita post-ictus (incluso il supporto ai caregiver) costituiscono i pilastri di un modello che non può essere relegato alla sola fase ospedaliera acuta.
L’ICTUS NON TERMINA CON LA DIMISSIONE DEL DEGENTE
La personalizzazione della terapia, in questo quadro, non si riduce alla selezione del farmaco più appropriato, ma si traduce nella progettazione del percorso giusto per la persona giusta, nel momento giusto: un principio che richiede sistemi informativi robusti, professionisti formati e una governance in grado di garantire la coerenza del percorso clinico-assistenziale. «L’ictus non finisce con la dimissione – conclude Santalucia -, poiché la vera innovazione oggi è costruire un sistema capace di essere rapido nella fase acuta, continuo nel follow-up, solido nei dati e giusto nell’accesso. La tecnologia ha valore solo se riduce le distanze, aumenta l’equità e rende la cura più personalizzata».



