ECONOMIA, scenari. Il Fmi riduce le previsioni di crescita globale a causa della guerra

Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita globale per il 2026, avvertendo che l'economia mondiale potrebbe subire in modo pesante gli effetti della guerra in corso nel Medio Oriente, poiché il essa sta sconvolgendo i mercati delle materie prime, provocando al contempo un aumento dei prezzi

Washington, 14 aprile 2026 – Secondo il World Economic Outlook nel 2026 l’economia globale è destinata a crescere del 3,1 per cento. Si tratta dunque di un dato inferiore a quello previsto in gennaio, prima che divampassero le ostilità il 28 febbraio con gli attacchi congiunti tra Stati Uniti d’America e Israele contro l’Iran, che hanno indotto alla conseguente ritorsione della Repubblica Islamica, allargando il conflitto all’intera regione mediorientale.

REVISIONE AL RIBASSO DELLE PREVISIONI DI CRESCITA

Se le previsioni iniziali indicavano un tasso di crescita globale del 3,3%, con gli analisti del Fondo monetario internazionale (Fmi) che ritenevano addirittura di rivederle al rialzo, seppure di poco, portandole al 3,4% entro la fine dell’anno in corso, la guerra ha mutato completamente lo scenario. I prezzi degli idrocarburi e dei fertilizzanti hanno registrato un’impennata a seguito del blocco del transito navale attraverso lo Stretto di Hormuz. A questo va poi aggiunto anche il blocco navale ai porti iraniani imposto dal presidente statunitense Donald Trump. Di risulta, il Fmi si attende un tasso di inflazione più elevato, intorno al 4,4%, quindi 0,6 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di gennaio, ma non esclude però che l’impatto della carenza di materie prime energetiche possa essere peggiore. Rispetto agli shock petroliferi verificatisi negli anni Settanta, oggi l’economia globale è molto meno dipendente dal petrolio di quanto non lo fosse allora.

SHOCK PETROLIFERI A CONFRONTO

Infatti, esistono molte altre fonti di energia, rinnovabili, nucleare e altro ancora, inoltre l’economia globale è divenuta molto più efficiente in termini spesa energetica a fronte della crescita del Pil. Si tratta tuttavia di un quadro che non può prescindere dagli effetti del conflitto, che ovviamente dovrebbe durare poco al fine di evitare gravi perturbazioni del mercato energetico. In scenari maggiormente negativi, nei quali i prezzi dell’energia permarrebbero elevati, la crescita globale potrebbe rallentare al 2,5% o addirittura al 2 per cento. Per altro – rilevano al Fmi -, questo shock si verifica a meno di un anno dal cambiamento delle politiche commerciali statunitensi, quindi con il processo di transizione verso il nuovo sistema commerciale internazionale ancora in corso. Un anno fa Donald Trump impose dazi doganali generalizzati ai partner commerciali degli Stati Uniti d’America, con effetti deleteri sui mercati finanziari, paralizzando altresì le catene di approvvigionamento.

WORST CASE SCENARIO

In seguito alcune delle tariffe imposte dalla Casa Bianca sono state annullate dalla Corte Suprema, tuttavia il clima di incertezza persiste, anche perché il presidente americano si dice intenzionato a reintrodurre i dazi ricorrendo ad altri mezzi. Sebbene le revisioni complessive della crescita globale e dell’inflazione appaiano modeste, il Fmi ha comunque messo in guardia sul fatto che la guerra ha avuto un impatto maggiore sul Medio Oriente e sulle economie cosiddette «vulnerabili» in altre parti del mondo. «L’impatto sulle economie emergenti e in via di sviluppo sarebbe quasi il doppio rispetto a quello sulle economie avanzate», si legge nel World Economic Outlook. L’aumento dei costi dell’energia e dei fertilizzanti potrebbe comportare un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, aspetto che inciderebbe soprattutto sui paesi a basso reddito che importano energia.

DISOMOGENEITÀ DELLE ECONOMIE DELLE MAGGIORI POTENZE

Le proiezioni di crescita per il Medio Oriente e per l’Asia centrale nel 2026 sono state ridotte di circa la metà, attestandosi all’1,9 per cento. Tra le due maggiori economie mondiali, la crescita degli Stati Uniti d’America viene indicata ancora in crescita del 2,3%, sebbene il tasso sia stato oggetto di una leggera revisione al ribasso. Marginalmente gli Stati Uniti d’America stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi dell’energia, però si tratta di un incremento che si riversa su benzina e gasolio e che quindi colpisce i consumatori. Per quanto concerne la Cina Popolare si prevede che la crescita rallenti al 4,4%, un valore leggermente inferiore anche rispetto alle previsioni elaborate in gennaio. Il Fmi evidenzia una disomogeneità di fondo in entrambe le economie delle superpotenze: nella Repubblica Popolare l’attività economica interna risulta in difficoltà rispetto alle esportazioni, mentre negli Stati Uniti d’America la forte crescita economica è stata accompagnata da una bassa crescita dell’occupazione.

LO SPETTRO DELL’INFLAZIONE

Infine l’Europa, con la crescita dell’area euro che è stata rivista al ribasso di 0,2 punti percentuali, attestandosi all’1,1% nel 2026. Sebbene il Fmi non preveda che le aspettative di inflazione si discostino dalle previsioni, esprime in ogni caso preoccupazione che esse possano non essere più così ben ancorate come nel passato. I precedenti episodi inflazionistici permangono vividi nella memoria delle opinioni pubbliche e le aziende potrebbero agire più rapidamente rispetto al passato allo scopo di ricostituire i propri margini di profitto. Gli analisti ritengono che, qualora questo si verificasse, l’inflazione potrebbe essere molto più persistente, che a sua volta si rifletterebbe in aspettative di inflazione più elevate, provocando di conseguenza l’intervento delle banche centrali, che aumenterebbero i tassi di interesse per raffreddare l’economia nonostante i continui shock negativi dal lato dell’offerta.

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