Islamabad, 12 aprile 2026 – Nelle ultime ore si era ipotizzato che uno o entrambi gli inviati del presidente statunitense rimanessero in Pakistan allo scopo di proseguire in qualche modo le discussioni, invece l’intera squadra negoziale americana ha lasciato Islamabad. Lo si è appreso in seguito, durante una sosta per il rifornimento effettuata dall’Air Force 2 nella base aerea di Ramstein, in Germania, quando un funzionario della Casa Bianca che si trovava a bordo del velivolo che stava riportando a Washington il vicepresidente JD Vance, ha dichiarato alla stampa che nessuno è rimasto nella capitale pakistana, né Steve Witkoff e né Jared Kushner.
BLOCCO NAVALE IMMEDIATO DELLO STRETTO DI HORMUZ
Nel frattempo Donald Trump ha ordinato il blocco navale dello Stretto di Hormuz quale risposta al rifiuto «irremovibile» di Teheran a rinunziare allo sviluppo del proprio programma nucleare. «Con effetto immediato, la marina degli Stati Uniti, la migliore del mondo, inizierà il blocco di tutte le navi che tenteranno di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz», ha fatto sapere il presidente americano mediante un post sulla sua piattaforma Truth Social, minacciando che «qualsiasi iraniano che spari contro di noi, o contro navi pacifiche, verrà fatto esplodere all’inferno!». In precedenza, di fatto la Repubblica Islamica aveva bloccato per settimane lo strategico collo di bottiglia attraverso il quale transita il 20% delle forniture energetiche globali, ma ieri il Pentagono aveva annunciato che due unità della US Navy lo avevano comunque attraversato per effettuare operazioni di sminamento delle acque. Gli Stati Uniti e l’Iran non sono riusciti a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, nonostante i lunghi colloqui che hanno avuto luogo nelle ventuno ore dell’incontro nella capitale pakistana.
LE «LINEE ROSSE» POSTE DA WASHINGTON
Ora è a rischio il fragile cessate il fuoco precedentemente concordato. Entrambe le parti si sono rivolte accuse riguardo alle responsabilità del fallimento dei negoziati volti a porre fine al conflitto che hanno causato migliaia di morti e fatto schizzare in alto i prezzi delle materie prime energetiche da sei settimane. «La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo», ha sottolineato alla stampa poco prima di lasciare Islamabad il vicepresidente JD Vance, aggiungendo di ritenere «che questa sia una cattiva notizia molto più per l’Iran che per gli Stati Uniti d’America». Egli ha quindi rimarcato «inequivocabilmente» quali sono le linee rosse tracciate da Washington: «Abbiamo bisogno di un impegno esplicito da parte loro a non cercare di dotarsi di armi nucleari e a non cercare gli strumenti che consentirebbero di farlo rapidamente. Questo è l’obiettivo principale del presidente degli Stati Uniti ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati».
«STANNO GIOCANDO COL FUOCO»
Quello di Islamabad è stato il primo incontro ufficiale diretto tra delegazioni degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Islamica dell’Iran da oltre un decennio, i colloqui che hanno visto a confronto delegazioni di più alto livello dai tempi della Rivoluzione islamica del 1979 e dalla successiva crisi degli ostaggi all’ambasciata di Teheran. Ad avviso degli iraniani, «le richieste eccessive di Washington hanno ostacolato il raggiungimento di un accordo» e, sempre da Teheran, si evidenzia come quelli relativi allo Stretto di Hormuz e al programma nucleare degli ayatollah costituivano i principali punti di disaccordo. «I colloqui si sono svolti in un clima di sfiducia – rendono noto fonti della Repubblica Islamica -, è dunque naturale che non ci si aspettasse di raggiungere un accordo in un solo round negoziale». Al riguardo, da Israele il Governo Netanyahu si è espresso attraverso il proprio ministro della Sicurezza, Zeev Elkin, che intervenendo ai microfoni della radio dell’esercito ha ammonito «che ulteriori colloqui erano ancora un’opzione, ma gli iraniani stanno giocando con il fuoco».
LE RICHIESTE DI TEHERAN
La delegazione statunitense a Islamabad era formata dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero di Trump, Jared Kushner, mentre quella iraniana includeva il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Prima dell’inizio dei colloqui, una fonte della Repubblica Islamica definita «autorevole» aveva ventilato alla Reuters che Washington aveva accettato lo sblocco dei beni iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere, affermazione tuttavia in seguito smentita dall’amministrazione Trump. Oltre allo sblocco dei beni all’estero, Teheran chiede il controllo dello Stretto di Hormuz, il pagamento delle riparazioni di guerra e un cessate il fuoco nell’intera regione mediorientale, Libano incluso, inoltre, pretende anche di far pagare dei pedaggi alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. Attualmente centinaia di petroliere permangono bloccate nei porti del Golfo Persico in attesa prendere il mare approfittando del cessate il fuoco della prevista durata di due settimane.
SPIRAGLI DI TRATTATIVA
Sebbene molti si aspettassero un epilogo del genere, l’auspicio è comunque quello che un accordo si possa raggiungere in una sessione negoziale successiva. Lo si afferma anche nel ministero degli Esteri a Teheran, da dove si rende noto che si nutra fiducia nei contatti tra la Repubblica Islamica e il Pakistan, che proseguiranno «così come con gli altri nostri amici nella regione», tuttavia, rimarcano da Teheran, «il successo del processo diplomatico dipenderà dalla serietà e dalla buona fede della controparte, che dovrà quindi astenersi da richieste eccessive e illegittime, accettando i legittimi diritti e interessi dell’Iran». Intanto, dal mondo intero vengono fatte pervenire esortazioni affinché Stati Uniti d’America e Iran proseguano i negoziati. Dell’accorato appello fatto dal ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar si è detto in precedenza, al quale l’Unione Europea ha riconosciuto il merito dell’iniziativa e lo sforzo profuso: «Bruxelles contribuirà a ulteriori sforzi per raggiungere una soluzione in coordinamento con i suoi partner», ha al riguardo dichiarato il portavoce per gli Affari esteri dell’UE, Anouar El Anouni.
APPELLI DA TUTTO IL MONDO
Dal Cremlino anche Vladimir Putin ha offerto la sua mediazione al presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Da Londra il ministro della Salute del Regno Unito, Wes Streeting, ha sottolineato come sia «ovviamente deludente che non si sia ancora assistito a una svolta nei negoziati e a una fine duratura di questa guerra in Iran», poiché, «come sempre, in diplomazia si fallisce finché non si raggiunge il successo. Quindi, anche se questi colloqui non si sono conclusi con un successo, ciò non significa che non valga la pena continuare a provarci». Colloqui di pace sollecitati anche dall’Australia: «La priorità ora deve essere quella di proseguire con il cessate il fuoco e tornare ai negoziati – così si è espresso mediante un comunicato stampa il ministro degli Esteri di Canberra, Penny Wong, che ha altresì aggiunto come sia «deludente il fatto che i colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran si siano conclusi senza un accordo».



