Lubjanskaja ploščad’, 2 aprile 2026; a cura di Spartaco Praghesi – Eccoci qua. Alla fine si ritorna sempre allo stesso punto: è nato prima l’uovo o la gallina? Interrogativo ormai è diventato un evergreen, un tormentone che investe praticamente tutti, dagli operatori delle varie comunità di intelligence ai decisori politici che dovrebbero comandarli, dai giornalisti agli agenti d’influenza, dai manager di imprese del settore sicurezza ai terroristi e ai criminali più o meno organizzati, per giungere, ovviamente, alle opinioni pubbliche più o meno disinformate.
L’AGIRE UMANO NELL’ERA DELLO SPIONAGGIO DIGITALE
Attenzione: l’incipit dell’articolo assume un tono scherzoso, tuttavia si tratta di un argomento oltremodo serio, qualcosa di molto importante che riconduce direttamente ai tentativi di codifica della materia effettuati da Allen W. Dulles e ai successivi affinamenti di Andrey Spiridonov, che sostiene l’importanza della tecnologia in quanto fattore di ampliamento delle capacità, riconducendo tuttavia alla comprensione propria degli esseri umani la generazione di intelligenza, anche in un contesto saturo di dati che si caratterizza, per altro, da fulminee accelerazioni digitali. Ebbene, il tema è stato ripreso di recente nell’interessante articolo di David Di Molfetta, giornalista specializzato in sicurezza informatica di NextGov/FCW, ripreso da “Defense One” – https://www.defenseone.com/technology/2026/04/AI-tradecraft-intelligence-CIA/412557/?oref=defense_one_breaking_nl&utm_source=Sailthru&utm_medium=email&utm_campaign=Defense%20One%20Breaking%20News:%204/1:%20ai%20spying&utm_content=Final&utm_term=newsletter_d1_alert.
TECNOLOGIA: UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO?
In un recente articolo pubblicato dal periodico “Studies in Intelligence”, rivista accademica finanziata dalla Central Intelligence Agency (CIA), l’autore (cioè Thomas Mulligan, ricercatore della RAND Corporation che lavorò per la CIA dal 2008 al 2014) sostiene come, mano a mano che l’intelligenza artificiale va a compromettere l’affidabilità delle comunicazioni digitali (messaggi di testo e videochiamate), le tradizionali tecniche di intelligence umana (quali i punti di scambio segreti come le dead letter box e altro), i passaggi in aree riservate e gli incontri diretti riacquistano invece importanza. Dunque, la medesima tecnologia che oggi migliora il lavoro di raccolta delle informazioni, potrebbero rendere meno affidabili gli stessi dati che ha contribuito a produrre o trasmettere. Già, poiché all’intelligenza artificiale si fa già ampio ricorso allo scopo di generare deepfake convincenti e falsificare messaggi e Mulligan sottolinea come questi strumenti introducono una nuova fonte di rumore (jamming) nelle comunicazioni digitali, rendendo più difficile distinguere tra segnali autentici e sintetici e questo riverbera delle serie implicazioni sulle modalità mediante le quali le spie comunicano con le loro fonti.
VECCHIE MANIERE
La dinamica in esame accresce quindi il valore dei metodi di comunicazione non sono mediati da strumenti elettronici, come i citati luoghi di scambio segreti, dove le informazioni vengono fatte pervenire in modo sicuro da una fonte umana specifica, immuni (almeno) dagli inganni generati dall’intelligenza artificiale, consentendo anche di evitare incontri di persona. Si tratta dell’argomentazione opposta all’assunto secondo il quale i progressi conseguiti nel campo dell’intelligenza artificiale ridurranno inesorabilmente il ruolo della Human Intelligence in favore di metodologie maggiormente o esclusivamente caratterizzate dalla tecnologia. Al riguardo, Mulligan prosegue affermando che molto prima dell’avvento dei satelliti spia e dei kit di hacking informatici su misura, l’intelligence umana dominava lo spionaggio, costituendone la forma più antica. Negli ultimi mesi, l’amministrazione Trump ha inteso sottolineare il contributo fornito dagli agenti della CIA ai successi nel campo della sicurezza nazionale, incluse le operazioni condotte contro il Venezuela e il suo leader Nicolás Maduro. In questi ultimi tempi l’agenzia di Langley ha accentuato il suo profilo pubblico in funzione del reclutamento di agenti, questo anche mediante la diffusione di video diretti al bacino potenziale nella Cina Popolare.
RECLUTANDO IN GIRO PER IL MONDO
Non solo: nei mesi che hanno preceduto l’attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran, gli agenti della CIA avrebbero monitorato gli spostamenti dell’ayatollah Ali Khamenei, poi fisicamente eliminato con un attacco mirato. Tutto ciò è indice della capacità esprimibile in qualsiasi momento attraverso il proprio capitale umano dalla principale agenzia di intelligence statunitense, in grado di operare in numerosi paesi nel mondo nella raccolta di informazioni o nella effettuazione di operazioni segrete, bagnate o meno, attività volte a influenzare le condizioni politiche, economiche e di sicurezza di altri stati od organizzazioni. Mulligan redige il suo articolo in una fase nella quale le grandi corporation della tecnologia premono sulle agenzie governative americane al fine di fare loro adottare sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Lo scorso mese di febbraio la CIA ha annunciato una profonda revisione del suo processo di acquisizione di tecnologie, avviata nel quadro di uno sforzo profuso allo scopo di pervenire nel più breve tempo possibile a capacità all’avanguardia.
AI E AFFINAMENTO DELLE CAPACITÀ DI PERSUASIONE
Sempre Mulligan, ritiene che l’intelligenza artificiale sia in grado di svolgere un ruolo maggiore di supporto alla Humint, ponendo nelle condizioni di comunicare mediante messaggi più convincenti, migliorando le attività di persuasione poste in essere dagli agenti, come interfacciarsi con un potenziale reclutando o convincere un reclutato – che abbia dunque già superato il cosiddetto «momento soglia» – a compiere azioni che difficili, pericolose e stressanti, facendogliele vivere non come un tradimento, bensì come una propria coerenza. Tuttavia, l’autore conclude richiamando i concreti rischi di una esternalizzazione delle operazioni di intelligence (o soltanto di una parte di esse) all’intelligenza artificiale, rilevando che, «in fin dei conti, raccogliere informazioni da altre persone è un’attività umana, il che implica che venga svolta da un agente e da un funzionario che lavorano in squadra e intrattengono una relazione difficile e a volte pericolosa», di risulta, «l’intelligence anche nel prossimo futuro dovrà necessariamente fare ricorso a un elemento umano, reale ed essenziale».



