Milano, 27 marzo 2026 – «Se il conflitto in Medio Oriente dovesse finire entro metà maggio, con una graduale apertura dello Stretto di Hormuz, in Italia ci aspettiamo un’inflazione al 3,8% circa su base annuale, leggermente superiore alla media europea. Una percentuale che porterà a una crescita inferiore rispetto al previsto, dovuta a un minore potere d’acquisto e quindi a una minore dinamica dei consumi, ma anche a condizioni finanziarie meno accomodanti e quindi a un rallentamento degli investimenti. Ci aspettiamo una crescita del prodotto interno lordo dello 0,4%, ma potrebbe essere superiore se il conflitto terminasse prima e lo Stretto di Hormuz si aprisse prima». Questo è lo scenario delineato da Giovanni Foresti, responsabile Regional research di Intesa Sanpaolo, intervenuto oggi nel corso del Festival Treviso Città Impresa.
DINAMICHE BELLICHE ED EFFETTI SULL’ECONOMIA
«L’energia – ha proseguito sull’argomento l’analista di Intesa Sanpaolo – incide maggiormente in Italia rispetto ad altri Paesi dell’Unione europea, poiché la nostra dipendenza energetica è pari al 74%, mentre nel 2000 eravamo all’87 per cento. Siamo su valori più alti della media europea, che si attesta al 57 per cento. Ma, quali sono gli effetti suoi settori produttivi? Alcuni paradossalmente ne possono trarre vantaggio, per esempio l’Oil&Gas e la relativa componentistica, ma anche le imprese che si occupano di economia circolare e la filiera della produzione di energia da fonti rinnovabili. I settori che invece verranno impattati maggiormente in modo negativo sono diversi e questo dipenderà dall’intensità energetica della produzione, dalla domanda, dall’esposizione nei mercati del Medio Oriente e dalla continuità delle catene di approvvigionamento».
SETTORI PRODUTTIVI MAGGIORMENTE SVANTAGGIATI
«Le imprese italiane hanno attualmente un’esposizione all’export del 3,3% sui mercati mediorientali – ha evidenziato Foresti -, percentuale che fino a poche settimane fa era in crescita. Per quanto concerne le catene di approvvigionamento, dal Medio Oriente le nostre imprese importano non soltanto petrolio e gas, bensì anche alluminio, fertilizzanti e chimica di base. In questo contesto, le priorità per loro sono la diversificazione dei mercati di sbocco, la conseguente revisione dei processi commerciali e gli investimenti in innovazione. Investimenti in nuove tecnologie che, oggi più che mai devono accompagnarsi a una maggiore capacità di brevettare e innovare, quindi a un più elevato livello di formazione del capitale umano. Negli ultimi anni le imprese italiane hanno dimostrato di saper aumentare gli investimenti su questi fronti, ma il nodo della formazione va risolto a livello nazionale».
NUOVO SCENARIO E NECESSITÀ DI INVESTIMENTI
«Gli investimenti in intelligenza artificiale sono esemplificativi: l’utilizzo evoluto di questo strumento si deve accompagnare a forti investimenti sul capitale umano, puntando sulla formazione, e a una maggiore capacità di trattenere e attrarre talenti. Anche l’Europa deve fare la sua parte – ha infine sottolineato Foresti -, è necessario e urgente rilanciare gli investimenti continentali in autonomia strategica, innovazione e sicurezza energetica, anche attraverso debito comune. Le risorse per intervenire ci sono, pensiamo solo al fatto che ogni anno cinquecento miliardi di euro di risparmi passano in gran parte dall’Unione europea agli Stati Uniti d’America, andando a finanziare imprese, tecnologie e innovazione sul mercato americano. Trattenere e gestire tali risorse consentirebbe all’Europa di produrre più valore a livello continentale e di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici».



