Quella condotta da Israele e Stati Uniti in Iran è l’ennesima guerra asimmetrica di questo scorcio d’inizio secolo. Sul piano tecnologico, infatti, non esistono dubbi sulla superiorità militare americana e israeliana, ma a fare la differenza sono anche gli obiettivi strategici che si propongono coloro che la combattono. Una potenza aerea non ha mai rovesciato un regime ostile, sostengono gli osservatori più critici. Un’osservazione valida, ma la vera differenza risiede nell’obiettivo realistico perseguito dai contendenti e le ricorrenti dichiarazioni di vittoria di Trump rivelano l’incomprensione su come il regime iraniano percepisca il conflitto.
ISRAELE E USA: OBIETTIVI DIVERSI
Teheran, dopo aver represso nel sangue le proteste di gennaio, ha avvertito che farà altrettanto, se ci saranno nuove manifestazioni. Il messaggio è chiaro: nessun possibile sovvertimento del regime dall’interno, come avevano sperato americani e israeliani all’indomani del primo giorno dell’attacco, il 28 febbraio 2026. Israele mira chiaramente a rovesciare il regime che da oltre mezzo secolo si è impegnato a distruggerlo. Ben lontano dalle iniziali promesse di libertà agli iraniani, l’obiettivo di Trump è oggi più limitato: trovare una via d’uscita al conflitto che ha generato in complicità con Israele e con ciò salvare la faccia alla propria Amministrazione.
TEHERAN PUNTA A SOPRAVVIVERE
Da un lato c’è una superpotenza che spende più di mille miliardi di dollari all’anno nella difesa, dall’altro un’economia alla canna del gas e travolta da tempo da alta inflazione e svalutazione. Eppure, il concetto di vittoria per l’Iran è più chiaro e facile da ottenere di quello statunitense: agli Ayatollah per vincere, basterà sopravvivere. Le forti sproporzioni economiche di partenza, sono già state riequilibrate sul campo. Washington ha già dovuto chiedere aiuto all’Ucraina per carenza di sistemi anti-droni e per quanto potente sia la macchina bellica del Pentagono, esso non dispone di mezzi illimitati.
INCUBO USA: LA GUERRA LUNGA
Il regime iraniano, ben consapevole della propria inferiorità sul piano militare ha deciso di usare un’altra tattica: logorare il nemico inducendolo a combattere una guerra più lunga di quella che prevedeva. L’Iran ha dalla sua parte Russia e Cina, che lo aiutano a geolocalizzare obiettivi nemici con servizi di intelligence. Il regime di Teheran ha dimostrato di poter colpire obiettivi nel Golfo, o addirittura Israele costringendo americani e israeliani a spendere milioni per lanciare costosi e sofisticati missili Patriot – una batteria costa circa un miliardo di dollari – con cui abbattere droni low cost da 20mila dollari di costo unitario.
HORMUZ, INCOGNITA SOTTOVALUTATA
Da ultimo, ma non ultimo, gli americani hanno sottovalutato la chiusura dello Stretto di Hormuz, da parte degli iraniani. Da Hormuz passavano ogni giorno 20 milioni di barili di petrolio e un quarto di tutto il gas liquido nel mondo. Si è passati 138 navi al giorno a quattro, e tutte petroliere collegate a Teheran. Sebbene l’Iran abbia di fatto bloccato le esportazioni di petrolio dei suoi vicini arabi attraverso lo Stretto di Hormuz, ha continuato a spedire il proprio greggio praticamente senza interruzioni. Con una spesa è relativamente bassa e una elevatissima resa, anche qui l’Iran ha ottenuto un successo militare.
LA DIFFICILE STRADA DELL’ACCORDO
La guerra non è un gioco a somma zero e quasi mai i guadagni di una parte corrispondono esattamente alle perdite dell’altra. Spesso, anzi, entrambi i contendenti subiscono perdite significative. È certo che migliaia di raid aerei statunitensi e israeliani abbiano devastato le forze armate e reso fragile la leadership iraniana. Ciò, però, conferma quanto era noto anche prima: con tali avversari l’Iran non è in grado di vincere una battaglia convenzionale. Tuttavia, esso si sta rivelando una spina nel fianco tale da mettere Trump di fronte a un dilemma: cercare un qualche accordo che possa far finire la guerra, oppure prolungare e inasprire il conflitto.



