Roma, 14 marzo 2026 – Si ritorna puntualmente a parlare di quei fatti e dei correlati misteri ancora oggi, a quarantotto anni di distanza dai giorni nei quali si consumò la tragedia. Infatti, l’intera vicenda Moro permane tuttora oscura, seppure nel frattempo qualcuno abbia tentato mediante una maldestra forzatura di accreditare una verità ufficiale che risolvesse alcuni grossi problemi, sia ai terroristi implicati che ad alcuni settori dell’allora partito di maggioranza relativa. Tuttavia, è una storia che fa acqua in molte sue parti, a cominciare dalla geometrica potenza di fuoco del commando assassino che operò schierato di fronte al famigerato Bar Olivetti. Lo schema Baader-Meinhof dell’agguato al presidente della confindustria tedesca Hanns-Martin Schleyer, quello dei cancelletti di sopra e di sotto, in ogni caso non spiega le capacità militari dei brigatisti rossi, che già nell’immediatezza della diffusione della notizia dell’agguato meravigliarono non poco anche gli increduli loro compagni detenuti nelle carceri. In fondo, l’intero caso Moro si è andato caratterizzando per la piramide di bugie e depistaggi, azioni e omissioni che presero avvio sin da prima che in Via Mario Fani le (non quattro ma di più) armi iniziassero a sparare.

VERITÀ INDICIBILI: LE CONFIDENZE DEL PROFESSORE
«Il fatto di Moro che non è passato a Via Fani non lo posso dire (…) è un segreto di Stato, sennò andiamo in galera tutti quanti… sennò con un incidente stradale…». Il video in apertura è oltremodo esplicativo, poiché il professor De Lutiis vi afferma di essere venuto a conoscenza di una verità indicibile, addirittura rischiosa per sua incolumità fisica in quanto depositario del segreto. In realtà, già al momento che Peppino me ne rese partecipe, cioè un paio di anni prima della registrazione di quel video, che venne realizzato nel 2013 durante un ritaglio di tempo nel corso delle riprese di un documentario sul terrorismo sudtirolese, questa voce già girava negli ambienti giornalistici. Ritenni egualmente utile raccogliere questa sua testimonianza malgrado si trattasse di un’ipotesi oltremodo suggestiva e, comunque, sull’autorevolezza e la buona fede di un galantuomo come De Lutiis ci avrei messo la mano sul fuoco. Ma lui si tirò indietro e io non lo forzai. Però, la ricostruzione che confidenzialmente mi aveva fatto del caso Moro in seguito la utilizzai in un mio romanzo noir poliziesco, “I segreti dell’Ochrana”, che venne pubblicato alcuni anni dopo contestualmente al periodo della scomparsa di Peppino. La presentazione del mio libro al pubblico, anche mediante trasmissioni televisive e radiofoniche, fu poi una opportunità per affrontare l’argomento anche in maniera non romanzata.
PRIMA IPOTESI: Il 47º CHILOMETRO DELLA STATALE AURELIA
In sintesi, le confidenze di De Lutiis concernevano la non presenza di Aldo Moro nella Fiat 130 in Via Mario Fani e una diversa ricostruzione della dinamica relativa alla prigionia e all’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana. Egli mi riferì che la sua qualificata fonte gli aveva parlato di una persona di fiducia che (sotto la sua abitazione o davanti la chiesa di Piazza dei Giuochi delfici, questo aspetto non lo chiarì) avrebbe indotto Moro a lasciare andare la scorta a Monte Citorio e a seguirlo su un’altra autovettura allo scopo di conferire personalmente con lui di questioni estremamente importanti e riservate. Quello sarebbe stato il momento della separazione dei destini delle vittime dell’operazione Moro: agenti della scorta mandati a morire nell’agguato in Via Mario Fani e invece, quello che sarebbe divenuto l’ostaggio, da un’altra parte. «Forse in Via Gradoli o altrove», affermò De Lutiis. Da lì, in seguito, il grosso della prigionia Moro lo avrebbe trascorso in un altro luogo fuori da Roma. De Lutiis parlò di un edificio, un attracco a mare sul Tirreno fatto edificare secoli prima dall’antica famiglia nobile Odescalchi sito più o meno al 47º chilometro della Strada Statale Aurelia, grossomodo all’altezza della località Palo Laziale, «oggi resort di lusso di proprietà di un fondo di investimento elvetico americano», specificò il professore.

L’ASSASSINIO PERPETRATO A RIDOSSO DI VIA CAETANI
In effetti la storia che Aldo Moro sia stato tenuto prigioniero cinquantacinque giorni in un angusto stanzino ricavato nell’appartamento di Via Montalcini non sta in piedi. Moro durante la sua prigioni ha camminato, ha respirato aria pulita e si è esposto all’irradiazione solare, tanto è vero che all’atto della sua autopsia si resero conto che aveva la pelle un poco abbronzata. De Lutiis mi disse che il presidente della Democrazia Cristiana venne riportato a Roma la sera prima del suo assassinio dapprima via mare e, successivamente, risalendo il fiume Tevere fino all’altezza dell’Aventino. Probabilmente non volle riferirmi dei particolari che riteneva particolarmente delicati relativi al suo trasporto nella Capitale prima della sua uccisione, poiché mi parlo di un antico passaggio segreto della famiglia Caetani all’interno della Cloaca Massima, che io poi appurai essere impossibile, documentandomi presso qualificati studiosi dei beni artistici e culturali della città. Ma, evidentemente, per De Lutiis questo fu un espediente retorico al quale fece ricorso allo scopo di condurre l’epilogo della vicenda di Aldo Moro in via Michelangelo Caetani, traversa di Via delle Botteghe oscure, all’interno di Palazzo Caetani, edificio sito tra quello del Centro Studi Americani e, un altro, riempito di microfoni direzionali e aggeggi spia elettronici a quel tempo utilizzato dal Sisde per monitorare le comunicazioni in entrata e in uscita dalla sede del vicino Partito Comunista Italiano.
ALDO MORO NON ERA IN VIA MARIO FANI
«Attraverso dei cunicoli, dal fiume Tevere Aldo Moro venne condotto direttamente nei sotterranei di Palazzo Caetani o di qualche altro palazzo con esso collegato – concluse De Lutiis -, dove sarebbe poi sopraggiunta da Via Montalcini la Renault 4 rossa vuota. È lì che lo hanno ammazzato, per poi farlo ritrovare dove lo hanno ritrovato cadavere». E fin qui, sinteticamente, la prima ipotesi, quella che origina nelle confidenze del professor Giuseppe De Lutiis, studioso del fenomeno terroristico e dei servizi segreti che fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi della quale fu presidente dal 27 settembre 1996 al 29 maggio 2001 il senatore Giovanni Pellegrino. Ma, come accennato, vi è anche una seconda ipotesi relativa alla non presenza in Via Mario Fani del presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana al momento dell’uccisione degli agenti della sua scorta. Sulla base di essa di questi ultimi non ne sarebbe dovuto rimanere vivo nessuno, altrimenti sarebbero stati scomodi testimoni di quella non presenza e, di risulta, della macchinazione che a essa sottendeva.

LE EVIDENZE DEL VECCHIO GENERALE
Si tratta di una ulteriore ipotesi che, al pari della prima, in questa sede non verrà assolutamente sposata. Ognuno, qualora lo riterrà opportuno, sarà libero di esplorarla per poi eventualmente pervenire a delle proprie conclusioni. Ma è bene che se ne parli, poiché se una di esse origina da una asserita confessione in punto di morte di «un alto funzionario del Sisde», l’altra è invece frutto di un’attenta riflessione di un anziano generale dell’Esercito italiano in pensione, persona abituata a ragionare su fatti e strategie. Egli è stato quindi indotto a una successiva indagine che ha (ri)portato alla luce (infatti tutto era già noto, ma oscurato) elementi di fondamentale importanza a una rilettura radicale dell’intero caso Moro, dai moventi ai mandanti fino agli esecutori materiali, incluse le cruente modalità dell’attuazione delle varie fasi dell’operazione. Chi questa seconda ipotesi ha formulato, in seguito ha sporto una serie di denunce alla magistratura, però senza alcun esito. Il generale Piero Laporta ha ricostruito puntigliosamente la vicenda Moro evidenziando le gravi negligenze nelle indagini, colpevolmente protrattesi per decenni fino a oggi. Ad esempio, è stato fatto calare il silenzio più assoluto sulla Mini Minor stracarica di esplosivo che quella mattina era stata parcheggiata davanti al Bar Olivetti, così come non si sono mai approfonditi gli aspetti relativi alle fratture riscontrate sul costato di Aldo Moro nel corso dell’autopsia. Laporta ritiene siano la conseguenza di torture inflitte al presidente della Democrazia Cristiana allo scopo di estorcergli informazioni riservatissime. Su questo e altri scottanti quanto controversi argomenti inerenti la prigionia e la morte di Aldo Moro il generale ha reso a insidertrend.it una lunga intervista (registrazione audio insidertrend.it A774-10MAR26).
UNA MINI MINOR CARICA DI ESPLOSIVO AD ALTO POTENZIALE
Agenzia di stampa AGI, lancio delle ore 12:09 del 16 marzo 1978 – Il Procuratore Capo della Repubblica Vanni De Matteo è tornato nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia dopo circa un’ora e mezza: «È stato uno spettacolo terribile – egli ha detto – mai visto prima. Se non è guerra questa che cos’è? Guerra da parte di chi attacca e guerra da parte di chi si deve difendere». Il dr. De Matteo rispondendo a numerose domande dei giornalisti che lo hanno avvicinato al suo rientro a Piazzale Clodio ha detto che l’atto criminoso era stato preparato perfettamente. Sul posto dove sono stati uccisi gli uomini della scorta del presidente Moro sono stati rinvenuti circa cinquanta proiettili, un berretto nero e una borsa; poco distante è stata trovata anche una macchina con un ordigno esplosivo. Si tratta di una Mini color verde; l’ordigno è stato immediatamente rimosso dagli artificieri. A seguito del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana è scattato il dispositivo che ha permesso di bloccare tutte le strade di accesso alla Capitale. Il dr De Matteo, insistendo sulla perfetta preparazione dell’atto, ha detto che questo si evince anche dal fatto che i telefoni della zona restano bloccati. Il Procuratore della Repubblica è in continuo contatto con il ministro Cossiga, con il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Con il Questore. Alla domanda di un giornalista se poteva esserci pericolo per la vita di Aldo Moro, De Matteo ha risposto: «Siamo in una situazione di estremo pericolo». (AGI)

FRATTURE APPARENTEMENTE INDOLORI
Di seguito le poche righe sulle fratture rilevate sul costato di Aldo Moro, scritte dai medici necropati all’atto della redazione del referto autoptico relativo all’esame effettuato sul cadavere del presidente della Democrazia Cristiana: «Si osservano inoltre, a carico della IV, VI e VIII costa di sinistra, immagini lineari di frattura con segni perifocali d’un netto addensamento riparativo, soprattutto a carico della V e VIII costa, ove è ben apprezzabile l’apposizione di callo osseo in avanzata fase di calcificazione. Detti ultimi aspetti orientano per postumi relativamente recenti di fratture la cui epoca di produzione può essere fatta risalire fra i trenta e i sessanta giorni». Si tratta dunque di lesioni provocate in tempi differenti, ma assolutamente compatibili con il periodo della prigionia di Moro. Questi, presentava inoltre un edema cerebrale, conseguenza di una lesione (inferta?) a causa di «trauma contusivo ad alta energia». A questo punto, il quesito che pone retoricamente Laporta nei suoi libri denuncia e nel corso dell’intervista rilasciata a insidertrend.it è dunque il seguente: un uomo anziano e in condizioni di salute non ottimali, se avesse patito la frattura anche di una sola costola e un colpo al capo, sarebbe stato nelle condizioni di poter salire sulla Fiat 130 e recarsi tranquillamente a Monte Citorio?
RAFFICHE DI BUGIE
Laporta affronta questi aspetti nei tre libri che ha scritto sull’argomento: “Raffiche di bugie a Via Fani”, “Omertà e bugie su Aldo Moro” e “Anagrammi di Moro e Togatisti rossi”. In essi parla di un Moro sempre più isolato nei suoi ultimi anni di vita, quindi reso vieppiù vulnerabile: dapprima accecato del suo occhio all’interno dei servizi segreti (il generale Vito Miceli, inquisito dalla magistratura ma in seguito assolto), poi dall’altro suo uomo nei Carabinieri, il generale Enrico Mino, che ne era il comandante generale, ufficiale perito in un incidente di elicottero che, nell’immediato periodo che precedette la sua scomparsa, fu tra i protagonisti di una intensa lotta intestina all’Arma. Egli, dalla scena dell’agguato in Via Mario Fani deduce inoltre una dinamica dell’imboscata del tutto differente da quella descritta nella “verità ufficiale” cristallizzata nelle sentenze dei processi Moro uno e nel cosiddetto memoriale Morucci. Infine, rispetto alle conclusioni alle quali era pervenuto il professor Giuseppe De Lutiis (prima e al netto delle confidenze ricevute dal misterioso funzionario del Sisde), Laporta attribuisce responsabilità in parte diverse in ordine alla paternità dell’operazione Moro, indicandone la centrale nell’Unione Sovietica (in particolare nel GRU) e gli esecutori logistici e operativi (inclusi i depistatori) in una estesa rete comprendente Separat (Carlos) e il FPLP, con profonde connivenze negli apparati politici e istituzionali italiani, rinvenendo nei terroristi delle Brigate rosse soltanto l’ultima componente della filiera, «sui quali – come in effetti ufficialmente è avvenuto – sarebbe dovuta ricadere l’intera colpa».

PERCHÉ UCCIDERE MORO?
Resta l’interrogativo di fondo: perché uccidere Aldo Moro? Aveva ragione Mino Pecorelli quando affermava che «è stata Yalta a decidere Via Mario Fani»? Al riguardo Laporta si è formato un convincimento diverso: al presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana andava sbarrata la strada al Quirinale e, contestualmente, attraverso il suo sequestro si voleva indebolire ulteriormente il ventre molle della NATO in vista di una successiva invasione militare da parte del Patto di Varsavia. Egli ribalta dunque la narrazione mainstream, di un Moro voluto morto da americani e israeliani. La data dell’agguato di Via Fani è stata dunque deliberatamente decisa per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica? L’operazione Moro non era finalizzata al sabotaggio del varo di un esecutivo basato sul compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano? Riflettendoci bene, in effetti l’accordo tra i due partiti – del quale furono artefici Moro e Berlinguer – alla data del 16 marzo 1978 era già stato raggiunto da un mese (il 16 febbraio precedente), mentre le Brigate rosse avevano già pianificato l’azione di agguato, essendo perfettamente a conoscenza dell’itinerario della colonna di auto (non blindate) del presidente della Democrazia Cristiana e della sua scorta. Laporta ribalta il teorema sulle responsabilità degli Stati Uniti d’America e del Mossad, indicando nella politica di Aldo Moro nel Mediterraneo un momento di sostegno alle iniziative di Washington e Tel Aviv, mentre, al contrario, i sovietici in quella fase avrebbero avuto tutto l’interesse a vedere fallire il processo di pace israelo-egiziano, così come l’Atto Unico di Helsinki.
DUE DIVERSE IPOTESI, ENTRAMBE CONTROCORRENTE
Lunedì prossimo saranno trascorsi quarantotto anni dalla strage perpetrata in Via Mario Fani e, forse, dati i drammatici avvenimenti che caratterizzano questi tempi, del caso Moro se ne parlerà di meno. Tuttavia è doveroso prendere in considerazione tutte le ipotesi, evitando di cassarle con sufficienza e irrisione come spesso fanno molti autorevoli esperti e commentatori. Quelle relative alla non presenza del presidente della Democrazia Cristiana sul luogo dell’agguato potrebbero apparire suggestive, ma divengono tanto più interessanti quanto più vengono scansate con spocchia. Già, poiché su di esse sono state stese coltri opache che hanno fatto sì che non venissero adeguatamente esplorate. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dai fatti, vengono qui riprese per stimolare chi ne ha la competenza ad applicarvisi per trarne, se ve ne sono, elementi di verità tali da riaprire su basi diverse il discorso sulla reale dinamica della vicenda. Le rivelazioni confidenziali dell’acuto professor De Lutiis e le pervicaci analisi dell’indefesso generale Laporta possono dunque costituire un presupposto per scrivere una nuova e diversa pagina del caso Moro.
A775 – MISTERI ITALIANI, CASO MORO: IL GIALLO DI VIA MARIO FANI E LA CONGIURA DEL SILENZIO. Aldo Moro non si trovava nella Fiat 130 blu in Via Mario Fani pochi minuti dopo le ore nove del mattino del 16 marzo 1978? Il fatto che non vi si trovasse costituisce certamente un’ipotesi suggestiva, che seppure ampiamente circolata in passato non è stata finora suffragata da adeguati riscontri.
Tuttavia, rileggendo oggi i fatti verificatisi quarantotto anni fa non la si può neppure escludere del tutto. Ne parlò più volte confidenzialmente il professor Giuseppe De Lutiis, consulente della Commissione Pellegrino, rappresentando, seppure sinteticamente, la dinamica nei suoi dettagli. Egli fece anche cenno alla sua fonte: un alto funzionario del Sisde di sua conoscenza, che gli avrebbe confidato questa «verità» in punto di morte. Sulla base di essa, il prelevamento del presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana da parte dei suoi sequestratori e il successivo annientamento della scorta andrebbero considerati due eventi distinti nel tempo e nello spazio. La «non presenza» di Moro in Via Mario Fani è il medesimo presupposto dal quale originano le analisi svolte da PIERO LAPORTA, generale dell’Esercito italiano in pensione che ha reso a insidertrend.it una lunga intervista. In essa, egli formula delle ipotesi sulla prigionia e sulla morte di Moro che conducono però a conclusioni del tutto diverse da quelle del De Lutiis.
A776 – MISTERI ITALIANI, “COSA RESTA DEL CASO MORO”: presentato alla Nuvola dell’EUR in occasione di “Più libri Più liberi” il saggio di Stefania Limiti edito per i tipi di Interlinea.
Al dibattito, che ha avuto luogo il 5 dicembre 2024, hanno preso parte l’autrice del saggio, STEFANIA LIMITI, e il giornalista ANTONIO PADELLARO. Quella nella quale si inserisce il caso Moro è stata una fase storica che permane ancora in parte inesplorata. Nel corso dei cinquantacinque giorni del sequestro del presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana, l’Italia della strategia della fermezza mostrò tutti i suoi lati più oscuri, luogo di manovre di forze grigie. Tra i non pochi nomi che l’autrice richiama nel suo libro, evocati anche nella conferenza stampa/dibattito alla Nuvola dell’EUR, figurano quelli di Steve Pieczenik, controverso personaggio giunto dagli Stati Uniti d’America che fu consulente dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga; quindi suor Teresilla, scaltra mediatrice e aggiustatrice di versioni sia dentro che fuori dalle carceri che vantò addentellati con apparati dello Stato italiano, Vaticano e terroristi; infine Valerio Morucci, il brigatista rosso al quale venne affidata la logistica dell’operazione Moro, autore in seguito di quel «memoriale» che, mediante l’accreditamento di una verità ufficiale, avrebbe assolto quei settori della Democrazia Cristiana più esposti alle responsabilità per la morte di Moro aprendo contestualmente la strada al «tombamento» (assieme a molte verità) del fenomeno terroristico in Italia. Una verità ufficiale demolita negli anni seguenti, senza che però si pervenisse a una verità «vera».
A063 – CASO MORO, “IL GOLPE DI VIA FANI”: PARLA IL PROFESSOR GIUSEPPE DE LUTIIS, le protezioni occulte e le connivenze internazionali dietro al delitto del presidente della Democrazia Cristiana. Radio Omega, Ora Zero, trasmissione del 7 novembre 2007, intervista di Gianluca Scagnetti.
Attraverso l’enorme mole di documenti e testimonianze raccolte dalla Commissione parlamentare stragi, nella quale il professor Giuseppe De Lutiis lavorò come coordinatore dei consulenti, cerca di fare luce su alcuni aspetti oscuri del caso Moro. Dall’ipotesi che il covo di via Montalcini non sia stato l’unica “prigione del popolo” dove venne segregato lo statista di Maglie, al ruolo di copertura svolto dalla scuola di lingue parigina Hýperion, ai contatti delle vecchie e nuove Brigate Rosse con gli ambienti dei servizi segreti, sia occidentali che orientali. Chi sparò davvero in via Mario Fani la mattina dell’agguato? Furono soltanto i terroristi oppure a loro si “aggregarono” altri elementi militarmente più capaci? Premettero il grilletto anche esponenti della criminalità organizzata calabrese? Il Sismi diretto dal generale piduista Giuseppe Santovito era al corrente dei piani dei brigatisti rossi? E il servizio segreto civile? Quel Sisde al quale apparteneva la Mini Clubman parcheggiata proprio al posto dove del fioraio del posto lasciava il suo furgone, automezzo al quale quel mattino qualcuno forò i pneumatici per non farlo arrivare in via Mario Fani? Tanti quesiti ai quali De Lutiis prova a fornire delle risposte, a esplorare delle ipotesi plausibili, collocando il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro nel complesso contesto internazionale del tempo nel quale agivano le due superpotenze, laddove queste ultime consideravano pericolosa la possibile formazione di una maggioranza politica in Italia che includesse anche il Partito comunista di Enrico Berlinguer.
Ascolta gli audio allegati:
- A775 – MISTERI ITALIANI, CASO MORO: IL GIALLO DI VIA MARIO FANI E LA CONGIURA DEL SILENZIO. Aldo Moro non si trovava nella Fiat 130 blu in Via Mario Fani pochi minuti dopo le ore nove del mattino del 16 marzo 1978? Il fatto che non vi si trovasse costituisce certamente un’ipotesi suggestiva, che seppure ampiamente circolata in passato non è stata finora suffragata da adeguati riscontri. Tuttavia, rileggendo oggi i fatti verificatisi quarantotto anni fa non la si può neppure escludere del tutto. Ne parlò più volte confidenzialmente il professor Giuseppe De Lutiis, consulente della Commissione Pellegrino, rappresentando, seppure sinteticamente, la dinamica nei suoi dettagli. Egli fece anche cenno alla sua fonte: un alto funzionario del Sisde di sua conoscenza, che gli avrebbe confidato questa «verità» in punto di morte. Sulla base di essa, il prelevamento del presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana da parte dei suoi sequestratori e il successivo annientamento della scorta andrebbero considerati due eventi distinti nel tempo e nello spazio. La «non presenza» di Moro in Via Mario Fani è il medesimo presupposto dal quale originano le analisi svolte da PIERO LAPORTA, generale dell’Esercito italiano in pensione che ha reso a insidertrend.it una lunga intervista. In essa, egli formula delle ipotesi sulla prigionia e sulla morte di Moro che conducono però a conclusioni del tutto diverse da quelle del De Lutiis
- A776 – MISTERI ITALIANI, “COSA RESTA DEL CASO MORO”: presentato alla Nuvola dell’EUR in occasione di “Più libri Più liberi” il saggio di Stefania Limiti edito per i tipi di Interlinea. Al dibattito, che ha avuto luogo il 5 dicembre 2024, hanno preso parte l’autrice del saggio, STEFANIA LIMITI, e il giornalista ANTONIO PADELLARO. Quella nella quale si inserisce il caso Moro è stata una fase storica che permane ancora in parte inesplorata. Nel corso dei cinquantacinque giorni del sequestro del presidente del Comitato esecutivo della Democrazia Cristiana, l’Italia della strategia della fermezza mostrò tutti i suoi lati più oscuri, luogo di manovre di forze grigie. Tra i non pochi nomi che l’autrice richiama nel suo libro, evocati anche nella conferenza stampa/dibattito alla Nuvola dell’EUR, figurano quelli di Steve Pieczenik, controverso personaggio giunto dagli Stati Uniti d’America che fu consulente dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga; quindi suor Teresilla, scaltra mediatrice e aggiustatrice di versioni sia dentro che fuori dalle carceri che vantò addentellati con apparati dello Stato italiano, Vaticano e terroristi; infine Valerio Morucci, il brigatista rosso al quale venne affidata la logistica dell’operazione Moro, autore in seguito di quel «memoriale» che, mediante l’accreditamento di una verità ufficiale, avrebbe assolto quei settori della Democrazia Cristiana più esposti alle responsabilità per la morte di Moro aprendo contestualmente la strada al «tombamento» (assieme a molte verità) del fenomeno terroristico in Italia. Una verità ufficiale demolita negli anni seguenti, senza che però si pervenisse a una verità «vera»
- A063 – CASO MORO, “IL GOLPE DI VIA FANI”: PARLA IL PROFESSOR GIUSEPPE DE LUTIIS. Radio Omega, ORA ZERO, 7 novembre 2007, intervista di Gianluca Scagnetti.


