IRAN, guerra e sue conseguenze (1). Energia ed economia: i prezzi del petrolio salgono a 120 dollari

Mentre il presidente americano Donald Trump dichiara serenamente che questo è un «piccolo prezzo da pagare per gli Stati Uniti, il mondo e la pace», i mercati registrano segnali che fanno presagire scenari inquietanti: l’aumento dei prezzi dei carburanti alla pompa sono indice di tensione, almeno nel breve termine; a questo si aggiunga l’andamento fortemente rialzista dello spread del Brent (differenza tra due contratti più prossimi), schizzato a 8,05 dollari al barile rispetto al divario registrato un mese fa, che era pari a 62 centesimi, dunque un’evidente conferma di «backwardation», prezzi praticati oggi maggiori di quelli dei future. Se negli Stati Uniti i prezzi dei prodotti raffinati sono cresciuti al livello più alto rispetto all'agosto dello scorso anno, costituendo così un significativo problema per il presidente Trump e il suo partito in vista delle elezioni di medio termine in calendario a novembre, da Bruxelles si fanno pervenire messaggi al tempo stesso rassicuranti quanto inquietanti: l’Unione Europea possiede sì abbastanza petrolio e gas, tuttavia i prezzi sono certamente una preoccupazione. Tra i paesi maggiormente esposti al blocco degli Stretti di Hormuz e all’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche vi sono anche quelli asiatici, che allo scopo di tentare di proteggere le proprie economie dagli effetti perniciosi della guerra in Iran stanno intervenendo con alcune contromisure

New York, 9 marzo 2026 – Mentre l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo continuano a essere oggetto degli attacchi iraniani, è di questa mattina la notizia che la Difesa di Riyadh ha intercettato diversi droni lanciati dalle forze di Teheran contro un giacimento petrolifero di Shaybah, nel Regno degli al-Saud, oltreché contro la base aerea di Prince Sultan, il presidente americano Donald Trump, intervenendo pubblicamente sul tema dell’impennata dei prezzi del petrolio ha affermato che le oscillazioni sui mercati registrate nel breve termine sono «un prezzo molto basso da pagare per gli Stati Uniti, il mondo e la pace».

PREZZI «MOLTO BASSI» E TEMPI MOLTO LUNGHI

Trump ha quindi aggiunto che i prezzi «scenderanno rapidamente quando la distruzione della minaccia nucleare iraniana sarà terminata». Questo potrebbe essere anche vero, ma quando sarà possibile collocare nel tempo l’eventuale conseguimento dell’obiettivo di Washington e di Gerusalemme? Al riguardo i dubbi si ingenerano sempre più nel mondo degli analisti della materia. Ad avviso di Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime di ING Groep NV, esperto intervistato stamani da “al-Arabiya”, afferma che «si è assistito a un rapido passaggio dalla visione ottimistica, quella che voleva l’interruzione di breve durata, a qualcosa di chiaramente più duraturo. Ora, finché non vedremo il petrolio passare attraverso lo Stretto di Hormuz i prezzi non faranno che aumentare». E infatti il prezzo del greggio è schizzato oltre i cento dollari al barile quale effetto principale della riduzione della produzione da parte dei principali esportatori del Medio Oriente hanno ridotto la produzione, con lo Stretto di Hormuz che è praticamente chiuso e gli americani che hanno minacciato di aggravare un conflitto che ha già sconvolto i mercati energetici. Il Brent ha registrato un incremento del prezzo del 29%, attestandosi a 119,50 dollari al barile, il maggiore rialzo giornaliero dall’aprile del 2020, questo mentre il West Texas Intermediate ha raggiunto addirittura il 31 per cento.

GUERRA E MERCATI: IL GREGGIO SCHIZZA OLTRE I CENTO DOLLARI AL BARILE

In seguito, un’attenuazione sui mercati si è avuta grazie alla notizia diffusa dal quotidiano “Financial Times” del possibile immissione congiunta sul mercato di petrolio tratto dalle riserve nazionali, operazione che verrebbe effettuata in coordinamento con l’Agenzia Internazionale per l’Energia, una misura che i ministri delle finanze del G7 discuteranno oggi. Le conseguenze del conflitto in atto alimentano inoltre i timori di una crisi inflazionistica. I prezzi del petrolio sono aumentati vertiginosamente dopo che Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a ridurre la produzione a causa del rapido riempimento dei depositi dovuto al blocco dello Stretto di Hormuz, questo mentre l’Iraq lo aveva già iniziato a fare la scorsa settimana. Contestualmente, il Dipartimento di Stato americano ordinava al proprio personale e ai diplomatici presenti in Arabia Saudita di lasciare il Paese a causa dei rischi per la loro incolumità. Nel fine settimana appena trascorso altre importanti infrastrutture energetiche sono state oggetto degli attacchi iraniani, che hanno costretto all’interruzione delle attività nel gigantesco complesso di Ras Tanura e a dirottare nei porti sul Mar Rosso i carichi di prodotti destinati all’esportazione. Si prevede che, stante le condizioni attuali, entro la fine della prossima settimana le interruzioni della produzione petrolifera nella regione mediorientale, dalla quale proviene un terzo della produzione globale, potrebbero superare i quattro milioni di barili al giorno.

GAP ENERGETICO: CONTROMISURE OGGI

Se negli Stati Uniti i prezzi dei prodotti raffinati sono cresciuti al livello più alto rispetto all’agosto dello scorso anno, costituendo così un significativo problema per il presidente Trump e il suo partito in vista delle elezioni di medio termine in calendario a novembre, da Bruxelles si fanno pervenire messaggi al tempo stesso rassicuranti quanto inquietanti: l’Unione Europea possiede sì abbastanza petrolio e gas, tuttavia i prezzi sono certamente una preoccupazione. Anna-Kaisa Itkonen, portavoce della Commissione Europea, ha infatti dichiarato alla stampa che gli Stati membri dispongono di scorte sufficienti di idrocarburi malgrado l’interruzione delle catene di approvvigionamento causate dal conflitto in atto nel Medio Oriente. «Siamo molto meno preoccupati per la sicurezza dell’approvvigionamento che per gli alti prezzi dell’energia, ha ella affermato, aggiungendo che le scorte di petrolio o equivalenti disponibili sono sufficienti «per un massimo di novanta giorni» e che «non vi è alcun segnale di situazioni di emergenza». Sempre la Itkonen ha inoltre confermato che gli Stati del G7 si riuniranno oggi per discutere del possibile ricorso alle riserve strategiche.

ELERGENZA: PROVEDIMENTI ADOTTATI IN ASIA

Tra i paesi maggiormente esposti al blocco degli Stretti di Hormuz e all’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche vi sono quelli asiatici, che allo scopo di tentare di proteggere le proprie economie dagli effetti perniciosi della guerra in Iran hanno deciso di intervenire attraverso una serie di contromisure. In Corea del Sud è stato disposto un tetto ai prezzi dei carburanti, provvedimento stabilito per la prima volta dopo trenta anni. Seul si orienterà inoltre a forniture alternative di materie prime energetiche a quelle trasportate attraverso lo Stretto di Hormuz. In Giappone ci si prepara invece ad attingere alle riserve strategiche nazionali di petrolio, mentre il Vietnam potrebbe rimuovere i dazi imposti sulle importazioni di carburante, almeno fino alla fine di aprile. L’Indonesia incrementerà le erogazioni di sussidi per i carburanti. Giacarta allo stato attuale ha stanziato 381,3 trilioni di rupie (22,5 miliardi di dollari) per sussidi energetici e al fine di compensare l’azienda statale Pertamina e la società di servizi pubblici PLN al fine di calmierare i prezzi dei carburanti e le tariffe dell’elettricità. La Repubblica Popolare Cinese potrebbe imporre alle raffinerie una interruzione della stipulazione di nuovi contratti per l’esportazione di carburante, tentando al contempo di annullare le spedizioni già concordate. Queste linee guida disposte da Pechino non si applicherebbero ai rifornimenti di propellente aereo per i voli internazionali, al bunkeraggio in dogana e alle forniture a Hong Kong e Macao. Infine, il Bangladesh chiuderà tutte le proprie università, anticipando così le festività di Eid al-Fitr (fine del mese di Ramadan degli islamici) nel quadro dell’emergenza energetica.

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