Gerusalemme, 18 febbraio 2026 – Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano e leader del partito dell’estrema destra religiosa (Sionismo religioso) è tornato con estrema chiarezza sul tema relativo ai palestinesi, dichiarando che «avrebbe perseguito una politica volta a incoraggiarne la migrazione dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza».
«ANNULLARE I MALEDETTI ACCORDI DI OSLO»
«Elimineremo l’idea di uno stato terrorista arabo – ha egli aggiunto intervenendo pubblicamente nel corso di un evento organizzato dal suo partito politico, che ha avuto luogo nella tarda serata di martedì -, annulleremo finalmente, formalmente e in termini pratici, i maledetti Accordi di Oslo e intraprenderemo un percorso verso la sovranità, incoraggiando al contempo l’emigrazione sia da Gaza che dalla Giudea e dalla Samaria», poiché, ha quindi lapidariamente concluso, «non esiste altra soluzione a lungo termine». La scorsa settimana l’esecutivo israeliano ha varato una serie di misure volute dai ministri dell’estrema destra che compongono la coalizione di governo presieduta da Benjamin Netanyahu, tese a rafforzare il controllo sulla Cisgiordania, incluse le aree il cui controllo in virtù degli Accordi di Oslo degli anni Novanta ricade nelle competenze dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito, una posizione ufficiale contro il provvedimento è stata assunta alle nazioni Unite da ottantacinque Stati membri, che hanno espresso la loro condanna dell’annessione, di fatto, del Territorio palestinese. «Condanniamo fermamente le decisioni e le misure unilaterali israeliane volte a espandere la presenza illegale in Cisgiordania – si afferma nella dichiarazione -, esse sono contrarie agli obblighi assunti da Israele ai sensi del diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate.
UN POPOLO, UNO STATO
A questo proposito sottolineiamo la nostra ferma opposizione a qualsiasi forma di annessione». I provvedimenti varati dal Governo Netanyahu hanno avuto una loro appendice nella giornata di domenica con l’approvazione della procedura concepita allo scopo di registrare i terreni in Cisgiordania come «proprietà dello Stato israeliano», anch’essa stigmatizzata dall’Onu. «Ribadiamo il nostro rifiuto di tutte le misure volte ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio palestinese occupato dal 1967, inclusa Gerusalemme Est – si legge nella dichiarazione -, poiché «tali misure violano il diritto internazionale, compromettono gli sforzi in corso per il raggiungimento della pace e della stabilità nella regione e mettono a repentaglio la prospettiva del raggiungimento di un accordo di pace che ponga fine al conflitto». Il giorno seguente, lunedì, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha esortato Israele a revocare la sua politica sui terreni, definendola «destabilizzante e illegale». Se si esclude dal computo Gerusalemme Est, parte della città che è stata annessa dallo Stato ebraico, più di mezzo milione di israeliani risiedono in insediamenti e avamposti in Cisgiordania, considerati illegali dal diritto internazionale, questo a fronte di tre milioni di palestinesi. Quale conseguenza della formale riclassificazione dei territori cisgiordani in «statali» e sotto il controllo delle autorità di occupazione, viene imposto un nuovo assetto giuridico e amministrativo al territorio occupato, che pone le basi del rafforzamento del suo controllo e, in ultima analisi, della sovranità dello Stato ebraico su di essi, con buona pace della sempre più labile prospettiva della costituzione di uno Stato palestinese sovrano indipendente entro i confini tracciati a seguito del conflitto il 4 giugno 1967, con capitale Gerusalemme Est.
BIBI, I PALESTINESI E LA POLITICA
Le ulteriori misure varate al fine di rafforzare il controllo sulla Cisgiordania occupata e, conseguentemente, facilitare l’acquisto di terreni da parte dei coloni ebraici, decisione che palestinesi hanno definito una «annessione di fatto», rientrano nella concetto proprio del Primo ministro Netanyahu che considera la creazione di uno stato palestinese come una minaccia alla sicurezza di Israele. È previsto che esse verranno applicate esclusivamente nell’Area C, che costituisce circa il 60% del territorio della Cisgiordania, ma i timori sono quelli che venga mutata in modo permanente la demografia del territorio occupato. Bibi è intenzionato a ricandidarsi alle elezioni che avranno luogo entro la fine dell’anno e, la sua coalizione di governo viene attualmente sostenuta da formazioni politiche che rinvengono una loro ampia base elettorale negli insediamenti ebraici, dunque espressione di quella parte della società israeliana che ritiene che la Cisgiordania debba venire annessa allo Stato ebraico, anche in virtù delle sue radici bibliche e storiche, appunto la Giudea e la Samaria. «Stiamo perseguendo la rivoluzione degli insediamenti rafforzando la nostra presa su tutto il nostro territorio», ha recentemente ribadito inequivocabilmente Smotrich, corroborato dalle dichiarazioni del suo collega nel Governo, il ministro della Difesa Israel Katz, che afferma come la registrazione dei terreni sia «una misura di sicurezza vitale», con l’esecutivo a guida Likud che sancisce mediante una propria nota ufficiale la «risposta appropriata ai procedure illegali di registrazione dei terreni attuate dall’Autorità nazionale palestinese».
GUERRE PARALLELE ED EXIT POOL
Ma, l’anziano Netanyahu ha anche altre carte da giocare sul tavolo della competizione politica in vista delle elezioni in Israele: quelle del possibile conflitto con la Repubblica Islamica dell’Iran, che, per quanto limitato nel tempo, con quasi certezza coinvolgerebbe nuovamente il territorio dello Stato ebraico. Ad avviso del professor Ely Karmon, politologo ed esperto di contrasto del terrorismo presso la Reichman University, sulla base di quanto si è a conoscenza finora, «la guerra con l’Iran pare inevitabile». Il regime teocratico di Teheran sarebbe pronto a rischiare molto in quanto consapevole della necessità di una capacità in campo nucleare militare in funzione deterrente. «Come la Corea del Nord, perché Pyongyang, che ha la bomba atomica, non è stata attaccata dagli Stati Uniti d’America». Karmon analizza quindi i risvolti di natura politica della questione: «Il problema è che in caso di un attacco americano l’Iran bombarderà Israele, che a quel punto dovrà reagire. Ma questo aiuterà Netanyahu nel suo sforzo propagandistico per la propria rielezione. Ci troviamo in una situazione paradossale, poiché da una posizione puramente israeliana risulta imperativo distruggere un regime che fin dall’inizio ha giurato di annientare Israele e ha fatto di tutto per riuscirci, tuttavia, se il regime teocratico dovesse cadere, Teheran diventerà il miglior alleato di Israele nella regione come ai tempi dello Scià. Ma la Turchia e molti Stati arabi temono questa possibilità».



