Washington, 20 gennaio 2026 – L’amministrazione americana presieduta da Donald Trump ha di fatto reso nota la cessazione del sostegno militare degli Stati Uniti alle forze curde siriane. Una posizione espressa contestualmente al riconoscimento di meriti all’attuale governo di Damasco, che, si afferma, «è intenzionato a combattere l’ISIS in tutto il Paese».
CONTRAPPOSIZIONI NEL DOPO ASSAD
Si tratta di un mutamento di posizione che ha luogo nel corso di una fase caratterizzata da intensi scontri armati che vedono opposte, da un lato le forze governative di Damasco e i loro alleati, dall’altro la coalizione delle Forze democratiche siriane (SDF), fino a oggi sostenute da Washington, che includono una notevole componente curda. Entrambe le parti in conflitto si accusano reciprocamente di non aver rispettato gli accordi precedentemente concordati dopo la caduta del regime baathista. In particolare, l’accusa rivolta alle SDF è quella di essersi dimostrate riluttanti a integrarsi nel nuovo governo siriano presieduto da Ahmed al-Sharaa, esecutivo costituito nella capitale siriana a seguito della fuga in Russia di Bashar al-Assad e del suo clan.
WASHINGTON ANNUNCIA UN SOSTANZIALE DISIMPEGNO
Mediante un proprio post pubblicato su X, l’inviato speciale americano per la Siria, Tom Barrack, ha sostenuto che «la più grande opportunità per i curdi siriani risiede in una transizione post-Assad sotto la guida di al-Sharaa», poiché ciò «offrirebbe la piena integrazione in uno stato siriano unificato con pari diritti, negati sotto il regime di Assad». Ad avviso di Barrack la presenza militare statunitense nel nordest della Siria era storicamente giustificata in funzione della partnership con le SDF nel contrasto dell’ISIS. Sempre nella giornata di oggi, un funzionario di Washington ha dichiarato ad “Al Arabiya English” che «l’US Army non sorveglia le prigioni di Islamic State in Siria» e, inoltre, «meno di duecento detenuti responsabili di reati minori provenienti dalle zone circostanti sono fuggiti da al-Shaddadi all’inizio della settimana», ma «le forze governative siriane ne hanno poi catturati numerosi mentre riprendevano il controllo della prigione». Barrack ha comunque elogiato le SDF per aver contribuito a sconfiggere l’ISIS, arrestando migliaia di militanti jihadisti e sorvegliando i campi di Islamic State di al-Hol e al-Shaddadi.
MUTANO LE PARTNERSHIP AMERICANE IN SIRIA
«A quel tempo non esisteva uno stato centrale siriano funzionante con il quale collaborare – ha quindi argomentato l’inviato speciale americano per la Siria -, il regime di Assad era indebolito, contestato e non era un partner valido contro ISIS a causa delle sue alleanze con l’Iran e la Russia. Ma ora la situazione è radicalmente cambiata», ha egli proseguito, elogiando di fatto il governo di al-Sharaa e sottolineando la recente adesione alla Coalizione globale D-ISIS, «questo segnala una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Ciò cambia la logica della partnership tra Washington e le SDF, perché il loro scopo originale quale principale forza di contrasto dell’ISIS sul campo è in gran parte cessato, in quanto Damasco adesso è disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS».
IL DECRETO DI AL-SHARAA
La scorsa settimana, al-Sharaa ha firmato un decreto volto a salvaguardare i diritti dei curdi in Siria, provvedimento che include formali tutele contro la loro discriminazione etnica e linguistica. Egli ha inoltre invitato i curdi siriani sfollati a tornare nei propri luoghi di residenza, assicurando «che non sarebbero state imposte altre condizioni se non la deposizione delle armi». Il decreto riconosce il curdo come lingua nazionale nel Paese e stabilisce che il Nowruz sia festa nazionale. Al riguardo, Barrack ha nuovamente esortato i curdi a cogliere quella che ha definito «una finestra unica» per integrarsi nel nuovo Stato siriano e partecipare alla vita politica», aggiungendo che «le opportunità offerte dal nuovo governo vanno “ben oltre la semi-autonomia di cui godevano le SDF nel caos della guerra civile» e sottolineando come gli Stati Uniti non abbiano alcun interesse a mantenere una propria presenza militare a lungo termine in Siria, «poiché l’attenzione di Washington è concantrata su due priorità: garantire la sicurezza dei centri di detenzione dell’ISIS e facilitare i colloqui tra le SDF e Damasco».



