SIRIA, mutano le partnership. Gli Usa cessano di sostenere i curdi e puntano su al-Sharaa (2)

Oggi Damasco ha accusato le Forze Democratiche Siriane a guida curda di aver violato il cessate il fuoco. Il governo di Ahmed al-Sharaa aveva in precedenza annunciato una nuova tregua dopo aver assunto il controllo di alcune aree della Siria settentrionale e orientale da tempo sotto il controllo delle SDF. Gli Stati Uniti d’America, a capo di una coalizione internazionale che ha sostenuto i curdi contro l'ISIS, ritengono che lo scopo di questa alleanza sia in gran parte venuto meno a seguito della sconfitta degli islamisti radicali, quindi adesso appoggiano le nuove autorità siriane (alleate di Turchia e Arabia Saudita) nell’azione di estensione del loro controllo su tutto il Paese dopo anni di guerra civile. Ma, in fondo - come per altro rammenta dal Washington Institute l’ex rappresentante del Presidente americano per la Siria, James Jeffrey -, le relazioni con le SDF sono sempre state «temporanee, tattiche e transazionali», poiché bisognava «evitare di interferire nella futura struttura interna della Siria o di inimicarsi la Turchia», limitando l’impegno militare statunitense «al contrasto dell'ISIS, di Bashar al-Assad e dei suoi alleati iraniani e russi». Tuttavia, sottolinea sempre Jeffrey, il testo dell'accordo del 18 gennaio scorso «solleva altrettanti interrogativi quanti ne risolve, incluso quello sul futuro degli impegni assunti dagli americani nei confronti delle SDF. È un testo poco chiaro su cosa ne sarà delle decine di migliaia di combattenti curdi», dunque egli sostiene che «chiarire queste questioni attraverso ulteriori scambi trilaterali con Damasco e le SDF sarà fondamentale al fine di evitare ulteriori interruzioni del cessate il fuoco. Washington dovrebbe dare urgentemente priorità a tali discussioni». Dal canto suo, nel corso di una conferenza stampa, Donald Trump ha dichiarato che i curdi gli piacciono, «ma gli sono state pagate cifre enormi e hanno ricevuto petrolio e altre cose, quindi lo facevano più per se stessi che per noi: siamo andati d'accordo con i curdi e stiamo cercando di proteggerli». Ma c’è chi sostiene che la spinta di Washington per «l'integrazione siriana» sia una condanna a morte per i curdi. Sull’argomento è intervenuto Khaled Salih, già politologo presso l'Università del Kurdistan-Hewlêr, di cui di seguito pubblichiamo un’analisi

21 gennaio 2021, a cura di Khaled Salih (politologo, docente emerito presso l’Università del Kurdistan-Hewlêr, esperto di questioni contemporanee relative al Medio Oriente), https://open.substack.com/pub/khaledsalih/p/why-washingtons-push-for-syrian-integration?utm_source=share&utm_medium=android&r=2t5vyj Ricorrendo al lessico asettico della diplomazia moderna, l’ambasciatore statunitense Tom Barrack ha definito l’assorbimento dei curdi siriani nel nuovo Stato siriano come la loro «più grande opportunità di sicurezza». Egli, postando un messaggio su X, ha sostenuto che «un accordo di integrazione» costituisce un trionfo dell’arte di governare. Tuttavia, sotto questa patina di ottimismo proprio dei diplomatici si cela un collasso cognitivo sistemico che sta accecando l’amministrazione Trump di fronte a una catastrofe da lei stessa provocata.

OTTIMISMO E CATASTROFI

Le pressioni esercitate da Washington sui curdi affinché essi disarmassero e si sottomettessero al nuovo sovrano della Siria, Ahmed al-Sharaa, non è infatti una strada in direzione della pace, ma un’agghiacciante complicità nella facilitazione di un genocidio. Per comprendere la gravità di questo errore è necessario guardare oltre il pregiudizio occidentale, cioè dal presupposto che un documento firmato equivalga a una pace consolidata. Bisognerebbe invece concentrare l’attenzione sulla prova schiacciante rivelata il 18 gennaio scorso, dunque proprio quando l’ambasciatore Tom Barrack ne decantava il successo. Quel giorno, infatti, il Ministero delle Dotazioni siriano emanò una direttiva agli a’imma (lettori dei sacri testi islamici, n.d.t.) al fine di ottenere il sostegno a un’offensiva militare contro le «regioni orientali» a maggioranza curda. La direttiva non citava il diritto civile, ma si apriva con una citazione specifica dal Corano, al capitolo 8, versetto 9: «[Ricorda] quando cercavi aiuto dal tuo Signore, ed Egli ti esaudiva».

LA SURA AL-ANFAL

Questa non è mera retorica religiosa, è un segnale militare, poiché questo versetto proviene dalla sura al-anfal. Per il popolo curdo, «anfal» è sinonimo di annientamento. È il nome che Saddam Hussein diede alla campagna che scatenò dal 1986 al 1989 nel corso della quale vennero sistematicamente massacrati 182.000 curdi iracheni, culminata con l’atrocità del bombardamento con armi chimiche di Halabja. Quindi, invocando deliberatamente questa specifica sura il nuovo regime siriano non sta offrendo una collaborazione, sta esplicitando un intento genocida. Si tratta della riattivazione del copione arabo-musulmano dell’anfal: un mandato religioso trasformato in arma per la conquista e la cancellazione. L’amministrazione americana presieduta da Donald Trump si trova attualmente intrappolata in un gioco finito, e deve considerare l’unificazione della Siria come una casella amministrativa da spuntare. Al riguardo, l’ambasciatore Barrack sembrerebbe essere afflitto dal pregiudizio cognitivo del «quello che vedi è tutto ciò che c’è», ignorando così la macchina ideologica attiva sotto la superficie apparentemente calma. Egli non riesce a comprendere che l’offerta fatta da al-Sharaa ai curdi è una trappola di conformità meticolosamente progettate.

TRAPPOLE ABILMENTE ORDITE MA APPARENTEMENTE INCOMPRESE

Questa trappola scatta attraverso l’hacking biologico e la bancarotta epistemologica: al-Sharaa si rivolge ai curdi chiamandoli «discendenti di Saladino» allo scopo di indurre in loro un’empatia suicida che li porti ad abbassare le difese nei confronti di un predatore mascherato da parente. Il nuovo capo a Damasco esige che consegnino le armi (che sono il loro unico strumento di sopravvivenza) in cambio di una Giustizia cosmica nella quale i diritti non costituiscono certezze legali, poiché verranno garantiti esclusivamente sulla base della sua definizione arbitraria di «pietà». Nel momento in cui i curdi disarmeranno rimarranno indifesi da un sovrano che ha già dichiarato che «chiunque vi tocchi con il male è nostro nemico». Una trappola binaria che contempla ogni futuro dissenso curdo come un’alleanza con il male. in fondo è sufficiente guardare alla storia per rendersi conto dove conduce questo agente patogeno imperiale: è lo stesso motore ideologico che ha guidato la pulizia etnica e religiosa della comunità ebraica irachena, antica di 2.500 anni; la medesima mentalità che sta attualmente devastando il Sudan, dove il popolo Masalit è sottoposto a genocidio e schiavitù nel quadro della imposizione di una supremazia araba. Si tratta di un impero arabo-musulmano secolare che utilizza l’inversione narrativa, dirottando il linguaggio dei diritti umani allo scopo di porre sotto accusa le proprie vittime per i crimini che invece l’impero stesso perpetra.

BRUTALITÀ AD ALEPPO

La brutalità di questo Credo di disumanizzazione è già visibile. Dalla città di Aleppo è stato recentemente diffuso un video che ritrae una combattente curda, Deniz, gettata da un tetto. Il suo assassino, un estremista musulmano egiziano che veste l’uniforme dell’esercito arabo siriano, l’ha uccisa al grido di «Allahu Akbar». È l’incantesimo, il meccanismo teologico che trasforma l’omicidio in un atto di adorazione, riducendo però un essere umano a un oggetto. A questo punto Washington deve decidere quale credo sostenere. L’attuale politica dell’ambasciatore Tom Barrack genera una Gerarchia cosmica artificiale nella quale al-Sharaa è l’unico custode della vita e della morte. Dove continuare a esercitare pressioni sui curdi affinché si «integrino», in queste condizioni significa trascinarli al macello. Gli Stati Uniti d’America devono cambiare immediatamente rotta, riconoscendo che l’invocazione di Anfal è una dichiarazione di guerra e non un invito alla preghiera. Ignorare questi segnali inequivocabili significherebbe andare incontro a un grave fallimento sul piano morale. L’amministrazione Trump non deve essere l’artefice della prossima Halabja. La più grande opportunità per i curdi non risiede nella sottomissione a un copione genocida, bensì nella garanzia della protezione della loro esistenza da esso. Quindi, Washington deve smettere di facilitare la trappola e iniziare a spezzarla.

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