IRAN, regime change. Khamenei tra i possibili obiettivi di un attacco americano

L’ipotesi è stata esplorata ieri da alcuni analisti della materia militare interpellati dall’agenzia giornalistica Nova, in attesa che divenga maggiormente chiaro il quadro della pianificazione del Pentagono relativamente al dossier della Repubblica Islamica, cioè le eventuali diverse opzioni di intervento che verranno esposte al presidente statunitense Donald Trump

Washington, 14 gennaio 2026 – L’ayatollah Ali Khamenei è dunque nel mirino degli americani. La Guida suprema della Repubblica Islamica risulterebbe infatti tra gli obiettivi di un attacco militare degli Stati Uniti all’Iran, seppure un’azione del genere viene ritenuta in ogni caso rischiosa in quanto in grado di compattare il regime teocratico, rivelandosi di conseguenza controproducente.

VERTICE ALLA CASA BIANCA

Almeno questo è quanto affermano al riguardo gli analisti americani della materia militare interpellati dall’agenzia giornalistica “Nova” nell’immediatezza del vertice alla Casa Bianca durante il quale strateghi e comandanti delle forze armate statunitensi, capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine in testa, presenteranno le diverse opzioni di intervento in Iran al presidente Donald Trump, al vicepresidente James David Vance, al Segretario di Stato Marco Rubio e a quello alla Guerra Pete Hegseth. A fronte dell’incessante protesta diffusa e massiva contro la Repubblica islamica, che ha già provocato migliaia di vittime, la scorsa settimana Trump aveva promesso un intervento americano in sostegno degli oppositori della teocrazia, tuttavia non si ha ancora contezza delle modalità di una eventualità del genere.

IPOTESI SU UN ATTACCO MILITARE

Al riguardo, Andrew Miller – ricercatore senior sulla sicurezza nazionale e politica internazionale del Center for American Progress di Washington, interpellato al riguardo da Agenzia Nova – sostiene che gli Stati Uniti d’America attualmente non dispongono di navi portaerei nella regione, però grazie alla loro rete di basi in Medio Oriente potrebbero comunque colpire efficacemente bersagli fissi in Iran. Egli non esclude un attacco diretto contro la Guida suprema della rivoluzione islamica, bersaglio certamente complesso da acquisire, «poiché – afferma Miller -l’ayatollah potrebbe non venire individuato abbastanza rapidamente». E questo è un aspetto che a Washington potrebbe indurre pianificatori e decisori politici a optare su obiettivi relativamente più semplici, quali gli alti funzionari del regime, in particolare i vertici dei pasdaran.

OBIETTIVI PRIMARI E SECONDARI

Inoltre, argomenta sempre Miller, si pone il problema della protezione delle strutture americane, israeliane e degli altri paesi alleati dagli eventuali ritorsioni da parte della Repubblica Islamica: «Proprio la mancanza di asset per la protezione degli alleati in Medio Oriente da un possibile contrattacco iraniano – argomenta l’analista del Center for American Progress – potrebbe rallentare i tempi dell’operazione, posticipando i bombardamenti», fermo restando il fatto che in Iran «esiste una varietà di obiettivi, dalle reti di comunicazione alle basi e alle installazioni», fino alla nomenklatura del regime, seppure colpire quest’ultima ad richiederebbe tempi più lunghi per la pianificazione. Ad avviso di Sina Azodi – professore associato di politica del Medio Oriente e direttore del Master in Middle East Studies della George Washington University, anch’egli interpellato da Nova – esisterebbero invece anche i margini per una trattativa.

GLI SPAZI EFFETTIVAMENTE PRATICABILI PER UNA TRATTATIVA

 «Il presidente Trump potrebbe prendere due direzioni diverse: in questo momento sta discutendo un accordo con gli iraniani, tuttavia non va esclusa la possibilità che bombardi il Paese». In questa seconda ipotesi, secondo Azodi gli americani potrebbero concentrarsi sia sulla leadership iraniana che sulle strutture (o di ciò che ne resta) del programma missilistico e nucleare di Teheran. Non vanno inoltre escluse azioni militari contro le forze impiegate dal regime nella repressione della popolazione che manifesta nelle strade. Sottolinea al riguardo il docente della George Washington University che «le proteste non dovrebbero portare a una rivoluzione», egli non si dice convinto di prossimo crollo del regime teocratico, almeno per il momento, «nonostante il fatto che la dimensione e l’ampiezza delle manifestazioni siano qualcosa che non si è mai vista prima d’ora in Iran».

l’intero articolo pubblicato da Agenzia Nova è disponibile al seguente link: https://www.agenzianova.com/news/iran-analisti-militari-a-nova-khamenei-tra-i-possibili-obiettivi-di-un-attacco-usa/

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