Teheran, 10 gennaio 2026 – Minaccioso ammonimento da parte dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) che hanno reso noto che per quanto riguarda loro «la salvaguardia della sicurezza costituisce una linea rossa», questo mentre l’establishment teocratico della Repubblica Islamica iraniana ha intensificato la repressione delle manifestazioni di protesta che si sono andate sempre più diffondendo negli ultimi giorni nel Paese.
UNA PROTESTA CHE MONTA SEMPRE PIÙ
I disordini nelle strade sono proseguiti anche durante la notte, si tratta dell’ennesima fase della protesta iniziata dai bazari a causa dell’impennata dell’inflazione, ma rapidamente ingigantitasi assumendo il carattere politico, con i manifestanti che chiedono la fine del regime clericale. Ovviamente le Guardie Rivoluzionarie (IRGC o Pasdaran), unitamente alla milizia Bassij, sono state schierate in funzione repressiva e non hanno esitato ad aprire il fuoco sui manifestanti. In una dichiarazione trasmessa dalla televisione di stato iraniana, l’IRGC ha accusato i manifestanti di essere «terroristi» e di aver assaltato basi militari e stazioni di polizia nelle ultime due notti, aggiungendo che «salvaguardare i risultati della Rivoluzione islamica del 1979 e mantenere la sicurezza è una linea rossa che non va superata».
LE MINACCE DEI PASDARAN E IL RUOLO DELL’ARTESH
Le forze armate (Artesh) che operano separatamente dall’IRGC, ma ricadono anch’esse sotto il comando dalla Guida suprema, Ali Khamenei, hanno annunciato che avrebbero «protetto e salvaguardato gli interessi nazionali, le infrastrutture strategiche del Paese e la proprietà pubblica». Dal suo esilio negli Stati Uniti d’America, il figlio dell’ultimo scià dell’Iran, che venne rovesciato dalla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruoallah Khomeini nel 1979, fomenta le proteste in Iran lanciando l’appello ai manifestanti affinché si preparino «a conquistare i centri cittadini», invitando altresì i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia iraniana, quali trasporti, petrolio, gas ed energia, a proclamare uno sciopero nazionale. Giovedì scorso il presidente americano Donald Trump non si era detto propenso a incontrare Pahlavi, poiché con ogni probabilità è su posizioni attendiste, valutando l’evoluzione della crisi prima di sostenere ufficialmente un leader dell’opposizione alla teocrazia.
DAGLI USA LE ESORTAZIONI DEL FIGLIO DELLO SHAH
Egli la scorsa estate aveva comunque dichiarato che Washington potrebbe accorrere in aiuto dei manifestanti, mentre venerdì ha affermato che sarebbe «meglio che (le forze del regime iraniano, n.d.r.) non inizino a sparare, perché inizieremo a sparare anche noi». L’establishment clericale iraniano ha resistito a ripetuti periodi di crisi culminati in disordini di piazza, tra questi le proteste studentesche del 1999, le contestate elezioni del 2009, le difficoltà economiche del 2019 e le proteste del 2022 per la donna, la vita e la libertà dopo l’assassinio della ragazza di origini curde Masha Amini perpetrato dalla polizia religiosa. L’organizzazione iraniana per i diritti umani Hrana ha documentato 65 morti, tra i quali 50 manifestanti e 15 membri del personale di sicurezza, dati relativi al periodo fino al 9 gennaio 2026. Un’altra organizzazione per i diritti umani, la Hengaw, che ha la propria sede in Norvegia, ha reso invece noto che che più di 2.500 persone sono state arrestate nelle ultime due settimane.



