Herzliya, 11 dicembre 2025 – Ely Karmon, esperto di terrorismo internazionale, ricercatore senior presso la Reichman University, è tornato ad affrontare i temi relativi al Medio Oriente e a israele, concentrando la sua analisi sul rapporto attualmente in essere tra Gerusalemme e Washington, alla luce delle più recenti dinamiche e della politica assertiva dell’amministrazione presieduta da Donald Trump.
BIVIO STORICO PER ISRAELE
Ai microfoni di Radio JAI2 ha analizzato le sfide di respiro strategico che si pongono per lo Stato ebraico in uno scenario regionale caratterizzato da una persistente instabilità, dal riarmo iraniano e dalla crescente influenza esercitata dalla Turchia. Al riguardo, egli ha ammonito che il suo paese si trova di fronte a un «bivio storico» in termini di sicurezza e diplomazia. Uno dei punti chiave nell’esposizione di Karmon è stato incentrato sulla costruzione di una nuova barriera al confine con il Regno di Giordania. L’analista ha spiegato che per anni questo tratto di frontiera lungo oltre quattrocento chilometri è stato praticamente privo di protezione, un aspetto che ha facilitato il contrabbando delle armi dall’Iran, destinate ai gruppi terroristici palestinesi «in Giudea e Samaria» (Cisgiordania, n.d.r.), sottolineando altresì come Teheran abbia sfruttato questa vulnerabilità per più di un decennio allo scopo di «alimentare la destabilizzazione interna a Israele».
UNA SITUAZIONE COMPLESSA
Quindi, a venire affrontato è stato il tema relativo al possibile ruolo dell’Autorità nazionale palestinese, la cui cooperazione con le agenzie di sicurezza dello Stato ebraico nel quadro delle attività di intelligence prosegue, seppure non si ravvisino significativi progressi sul piano politico. Karmon ritiene che, attraverso il varo di profonde riforme e una supervisione internazionale, «l’entità palestinese potrebbe partecipare al futuro controllo della striscia di Gaza, ma in assenza di cambiamenti strutturali questo sarà molto difficile, poiché non verrebbe proiettata stabilità». Per quanto concerne invece gli attori esterni, il ricercatore di Herzliya ha rappresentato una situazione complessa, con l’Egitto che agisce da mediatore chiave ma evita un coinvolgimento diretto a Gaza, il Qatar che continua a finanziare le strutture legate ad Hamas e la Turchia, che sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan, «ha una propria agenda islamista e neo-ottomana che – ad avviso di Karmon – costituisce un rischio maggiore persino di quello iraniano a causa della notevole potenza militare di Ankara e della sua proiezione strategica».
ALLEANZE STABILI IN UN MONDO IN RAPIDA MUTAZIONE
L’analista ha quindi concluso con una previsione sul lungo termine: «La vera battaglia per Israele sarà mantenere una relazione stabile con gli Stati Uniti d’America, perché alla luce di questo panorama globale incerto e del rapporto sempre più stretto tra Iran e Cina Popolare, la sfida geopolitica di Gerusalemme si estende oltre l’aspetto militare, dato che si tratterà si tratta di garantire alleanze durature in un mondo in rapido cambiamento».


